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Gangs of New York – Sull’Attualità dei concetti di Straniero e Nativo

Gangs of New York analisi e recensione

È risaputo. Una delle ossessioni, forse la principale, di uno dei più grandi maestri di Hollywood, sono le sfaccettature della vita e della grande metropoli, con annessi problemi riguardanti il substrato sociale, la realtà delle minoranze etniche, il fascino ambiguo dei criminali.

Martin Scorsese adotta la metropoli americana, e in particolar modo New York, come teatro di posa dove mettere in scena i drammi in taxi gialli, boss irlandesi, tragicomedie italoamericane, pugili rusticani.

Con Gangs of New York, Scorsese ha scelto di recarsi direttamente alla fonte. Racconta ciò che sta all’origine dello stato americano. Prende la sua amata e odiata New York, vivisezionandola nelle sue origini politiche, sociali ed etniche.

L’impresa è stata ardua. Il film ha avuto una gestazione di vent’anni. Senza contare che la durata doveva essere maggiore ed è stato portato a termine tra il 2000 e il 2001. Tra l’altro, a causa dell’attentato alle Torri Gemelle, il film è apparso nelle sale nel 2002. Tuttavia non ha avuto vita facile neanche all’indomani dell’uscita nei cinema. Non calcolato agli Oscar, ha soltanto vinto qualche premio secondario, soprattutto per le interpretazioni. La stessa critica americana non è apparsa entusiasta.

Gangs of New York: trama

Gangs of New York: analisi e recensione

È il 1846. Gangs of New York si apre con un’inquadratura sui Five Points, il quartiere più malfamato della New York ottocentesca. È il punto su cui convergono le cinque strade di Mahnattan: Anthony (oggi Worth); Orange (oggi Baxter); Mulburry (che ancora oggi mantiene il suo nome) Cross (oggi Mosco/Park); Little Water (oggi scomparsa).

Nella primordiale Grande Mela, questa zona era teatro di numerosi e sanguinosi scontri tra bande criminali, finalizzati ad ottenere il controllo del territorio. È ancora una New York in fase embrionale, un luogo terribile ed oscuro, abitato da gentaglia, da nullatenenti, disperati, la cui vita è una continua lotta per la sopravvivenza. Quest’ultima scatena una costante sopraffazione sul prossimo, un homo homini lupus, causa delle migliori lotte e dei più brutali omicidi.

Le varie gangs che popolano questo territorio, riflettono la composizione della città. Un vero e proprio porto di mare, caratterizzato dalla massiccia presenza di extracomunitari provenienti per lo più dal Vecchio Continente.

Tra queste gangs rivali sbucano i Nativi e i Conigli Morti, i quali, ad inizio film, ingaggiano una battaglia all’ultimo sangue per la supremazia sui Five Points. I primi, guidati dal leader William (Daniel Day-Lewis), dello il Macellaio, riescono ad avere la meglio sui secondi, capeggiati da Padre Vallon (Liam Neeson). La battaglia decreta il controllo totale dei Nativi e l’esilio definitivo dei Conigli Morti.

Durante questa battaglia, però, sopravvive il figlio del prete, Amsterdam Vallon (Leonardo Di Caprio), il quale, cresciuto nel frattempo in un riformatorio, ritornerà nel quartiere, tramando la sua vendetta.

Amsterdam si farà strada fra le diverse peripezie e turbamenti interiori, aiutato dal suo amico Johnny (Henry Thomas) e dalla sua amata Jenny (Cameron Diaz). Dapprima sarà fedele a Bill il Macellaio. Sarà reclutato come manovalza per gli affari più loschi, cercando, d’altra parte, di conoscere al meglio chi ha ucciso suo padre, e scrutare eventuali punti deboli, per poi passare all’azione al momento opportuno.

Sullo sfondo sempre quella New York priva di umanità.

Gangs of New York: attualità tra nativo e straniero

Gangs of New York: analisi e recensione

Gangs of New York è innanzitutto uno sconfinato atto d’amore di Scorsese verso la sua città, la sua storia, i suoi protagonisti e i suoi luoghi. Le origini dell’America sbattute in faccia. Non soprende sapere che il film sia stato accolto con freddezza dal pubblico statunitense. Non a tutti piace vedere i propri avi darsele di santa ragione!

Scorsese ripercorre la storia in chiave estremamente violenta. Vi è un mondo fatto di bande spietate che combattono fedendo colpi mortali senza un attimo di pausa. La vita delle persone è sulla punta di una lama, su una mazza, su di un’accetta. Oggetti maneggiati da mani sporche, da rifiuti della società. Ma dietro c’è tanto altro.

In Gangs of New York, la sopravvivenza umana non è solo indice di un atto privo di una legislazione, priva, a sua volta, di una giustizia che tenta, invano, di mantenere l’ordine sociale. La sopravvivenza diventa veicolo, canale, strumento di difesa di tutti quei valori che si radicalizzano attorno due schieramenti. Da un lato i Nativi che difedono il loro valore di “fondatori della Patria”, in altri termini: dei patres, la cui Nazione avvertono e intuiscono, nel loro intimo, essere minacciata da ciò che etichettano e chiamano straniero. Dall’altro lato loro, gli emigrati, coloro i quali giungono (e giungevano) sul suolo americano per compiere una vita dignitosa. Accolti a suon di pietre, spunti e insulti, costoro rivendicano il loro diritto a vivere felici, sul territorio che più di tutti rappresenta una miglior garanzia di vita.

Eppure non è così semplice trovare una soluzione che sia alternativa alla violenza.

Vi è, tuttavia, in Gangs of New York un personaggio che fa da filtro a queste importanti riflessioni. Parliamo, appunto, di…

Bill il Macellaio

Gangs of New York: analisi e recensione

Storicamente parlando, William “Bill” the Butcher è realmente esistito. È stato, infatti, un politico e criminale statunitense, a capo di una importante gang di New York: i Bowery Boys.

La sua vita fu caratterizzata principalmente da violenza, omicidi, pestaggi. Inoltre era un abile pugile ed era solito organizzare incontri clandestini che non prevedevano l’uso dei classici guantoni. Le cronache dell’epoca lo ricordano come un essere brutale, il quale “combatteva” per i diritti dei nativi, contro il dilagare dell’emigrazione (soprattutto cinese e irlandese) nella città di New York.

L’adattamento di Scorsese, serve come pretesto per creare uno dei più importanti villain dalla personalità esagerata, come il look e la carica iconica. Senza dubbio, è uno dei cattivi più temibili che, però, conserva un lato umano e un controverso senso dell’onore.

È una figura gigantesca, aumentata dalla statura teatrale e dalla tuba alla zio Paperone, con la quale fende l’aria come se fosse una specie di squalo, pronto a divorare appena avverte l’odore del sangue.

Che il contesto in cui vive non gli vada a genio, si nota sin dai primi istanti, da come entra in campo la prima volta e da un dettaglio davvero grandioso: il bulbo oculare con la pupilla a forma di aquila. Parliamo di una eccentrica protesi dell’occhio che si è causato con le sue stesse mani.

Gangs of New York: analisi e recensione

Io ne ho quarantasette. Già, ho quarantasette anni. E lo sai come ho fatto a restare in vita tanto tempo, tutti questi anni? Con la paura. Con lo spettacolo di azioni spaventose. Se qualcuno mi deruba gli taglio le mani, se mi offende gli taglio la lingua, se si solleva contro di me gli taglio la testa, la infilo su un palo e la espongo in alto così che tutta la strada la veda. È questo che preserva l’ordine delle cose… la paura.

Il ruolo di Bill è quello di incutere timore, una sorta di maschera che spaventa, i cui effetti sono duplici: o scappi o muori. Nella sua identità, il Macellaio mostra tutta la sua superiorità di uomo bianco, cattolico, patriota, razzista e xenofobo, plasmato da quegli ideali propri di una nazione, su cui erge il suo mito. Non parliamo soltanto della rappresentazione dell’America o dell’americano medio. Ma solo di una parte, che può assumere una prospettiva più ampia: cioè, quell’individuo cresciuto ed educato per vivere come meglio crede all’interno del suo Paese, visto come il migliore fra tutti. E se questo lo porta ad essere violento contro il prossimo, poco importa: la Patria ha bisogno di lui.

In fin dei conti, Bill è un personaggio fortemente idealista. Sposa una causa che difende a tutti costi. Eppure dietro quest’alone idealista, dietro a quel cuore intriso di stelle e strisce, vi è una macchia che, in fondo, anche lui stesso nota. Chi tra i membri della sua banda è un vero e proprio americano nativo? Sicuramente pochi, e nel film questo si nota. La maggior parte, infatti, sono uomini che pur di stare-con-il-più-forte, hanno rinnegato le loro origini. E forse non è un caso che è proprio dalla sua cerchia si separerà il più giovane, colui che trama vendetta per l’uccisione del padre. Parliamo di…

Amsterdam

Gangs of New York: analisi e recensione

Dietro a questo personaggio vi è la metafora di colui il quale soffre per i peccati commessi dal padre. È di origini irlandese, ma è nato in America. Quindi avrebbe più diritto lui di considerarsi un vero e proprio nativo, che l’ammasso di gentaglia che segue Bill. Il suo astio contro quest’ultimo nasce proprio da questo aspetto. La vera vendetta diventa il bellum istum per riprendersi il diritto di essere considerato americano, senza che i padri fondatori decidano per lui. Si sente tradito, sopraffatto da una mentalità ormai stagnante, reazionaria.

Gangs of New York ricalca molto questa ambiguità. Lo fa con immagini uniche, come quella, ad esempio, della leva forzata. Coloro che arrivano sulle navi al grido “l’America”, vengono subito marchiati a fuoco e costretti a combattere una guerra che non è la loro.

Insomma, questo è l’insegnamento implicito che comunica il film: quanto è realmente labile il confine tra nativo e straniero?

Gangs of New York: considerazioni conclusive

Gangs of New York: analisi e recensione

La grande democrazia americana è nata per le strade, tra gli scontri etnici. È nata tramite elezioni truccate e voti estorti. È nata sotto lo sguardo di un dio unico ma allo stesso tempo diverso a seconda di chi lo invochi: che sia un nativo, un irlandese, un ricco aristocratico. Ma soprattutto, è nata grazie al coraggio e alla passioni degli emigrati e al sangue dei più deboli.

Gangs of New York è uno squarcio mentale che porta lo spettatore a riflettere sul concetto stesso di valore. Quando vale la pena di difendere e combattere per esso? Quando assume le sembianze di mero appannaggio della violenza senza rendercene conto?

Perché il valore ha la prerogativa di educare l’uomo e di renderlo tale: un individuo votato a fare del bene per sé, per il prossimo e per il suo Paese.

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