Home I nuovi arrivati The Other Side of the Wind – Il testamento di Welles

The Other Side of the Wind – Il testamento di Welles

“The Other Side of the Wind” non è un film come gli altri, va detto subito. Non solo per i suoi contenuti ma soprattutto per la storia che precede la sua realizzazione.

Apprezzare la pellicola senza comprenderne prima il contesto, l’idea e le difficoltà che ne hanno accompagnato la produzione, potrebbe essere difficile se non impossibile. Per questo una premessa è doverosa.

 

Il film più grande che non abbia mai visto la luce

È un dato di fatto che scorrendo le numerosissime classifiche sui migliori film di tutti i tempi, tra le prime posizioni si trovi quasi sempre “Quarto potere” di Orson Welles.

L’opera, patrimonio artistico inestimabile per la sua capacità di ricostruire in maniera quasi geometrica ed emozionante la psicologia di un personaggio, è considerata il capolavoro di Welles e lo ha consacrato come regista a soli venticinque anni. Forse generando anche molta aspettativa e una pressione non da poco sui suoi film successivi. “Quel film è la mia maledizione” diceva. “Nessun altro regista ha dovuto sottostare a standard così elevati”.

In effetti molti dei suoi lavori prodotti in seguito a “Quarto potere” non furono apprezzati allo stesso modo. Dopo “L’infernale Quinlan”, fece fatica a trovare dei finanziatori, si allontanò da Hollywood, con cui peraltro ebbe un rapporto di amore e odio per il resto della sua vita.

Per rilanciarlo era necessario un altro successo, un film d’impatto che lo rappresentasse a pieno e che lo riconciliasse con il cinema americano.

Quel film sarebbe dovuto essere “The Other Side of the Wind”. Sarebbe dovuto essere, perché in realtà il progetto non venne portato a termine. Welles ci lavorò per anni ma la produzione venne interrotta più volte fino alla sua morte, nel 1985, che lasciò il film incompleto.

“Il film più grande che non abbia mai visto la luce” si diceva nell’ambiente del cinema.

Nel 1998, dopo anni di dispute legali tra i titolari dei diritti di proprietà sulla pellicola, arrivò l’annuncio che fece notizia: il regista e allievo di Welles, Peter Bogdanovich, era riuscito a trovare un accordo per portare a termine l’opera. I lavori iniziarono nel 2007 dopo una campagna di crowdfunding, con l’idea di presentare il film al Festival del cinema di Cannes del 2010. Altre difficoltà legali e finanziarie impedirono al progetto di prendere forma e nel 2016 i diritti vennero acquisiti da Netflix.

Bogdanovich, questa volta aiutato da due giganti del montaggio e del sonoro come Bob Murawski e Michel Legrand, poteva contare su quarantacinque minuti di scene già montate del suo maestro. Il compito rimaneva comunque assai arduo: ridurre a due ore le quasi cento di girato, trovando un equilibrio tra la necessità di omaggiare il lavoro già svolto da Orson (modificandolo il meno possibile) e la fruibilità del film.

Ciò che ne viene fuori è un film frammentario e complesso, tanto che Netflix, dopo averlo presentato fuori concorso al Festival di Venezia di quest’anno, ha deciso di rilasciarlo sulla sua piattaforma  online insieme ad un documentario che chiarisce molti aspetti controversi della storia.

Eppure, soprattutto nella trama e nella struttura del film c’è molta dell’eredità artistica del regista americano.

La trama

È un film fortemente autobiografico, nonostante Welles l’abbia negato più volte.

Il protagonista è Jake Hannaford (interpretato da John Huston), un anziano regista con un glorioso passato alle spalle, che non riscuote più lo stesso apprezzamento di un tempo ad Hollywood.

C’è grande interesse ed attesa intorno al suo nuovo film, alimentati dalle scarse e misteriose dichiarazioni che vengono rilasciate dal regista. Ciò che non tutti sanno è che la produzione è molto in ritardo e non potrà andare avanti senza l’aiuto di nuovi finanziatori.

In occasione del settantesimo compleanno di Hannaford, viene organizzata una festa in suo onore in una grande villa (dove si svolge la maggior parte del film), alla quale sono invitati praticamente tutti: amici, giornalisti, documentaristi, registi e attori.

Sarà l’occasione per far vedere a tutti i primi spezzoni della sua nuova pellicola e magari convincere qualcuno ad investire nel progetto.

Ma sarà anche un modo per capire cosa realmente pensi di Hannaford la nuova generazione di registi, quelli della New Hollywood, primo fra tutti, Brooks Otterlake (interpretato da Bogdanovich, praticamente nei panni di sé stesso), suo allievo e amico, che ormai lo supera al box office e che vuole scollarsi di dosso la qualifica di semplice ‘imitazione’ di Hannaford che i giornalisti gli hanno affibbiato.

Tra le amicizie tradite, le surreali scene del film mostrato agli ospiti, i dialoghi spiati o interrotti, le scazzottate e l’alcool è inevitabile perdersi e farsi trascinare dal caos della festa.

Anche per questo molti aspetti sono difficili da cogliere alla prima visione (per Roy Menarini meriterebbe di essere visto una decina di volte almeno per poterne cogliere le varie sfumature).

Un film mascherato

Per certi versi la pellicola sembra essere una rappresentazione sintetica dell’esperienza artistica di Welles fino a quel momento.

Da una parte il ‘film nel film’ di Hannaford, che rappresenta e critica quello che era l’approccio europeo del cinema (in particolare quello di Antonioni): fatto di silenzi, sequenze lunghe, sesso, incomunicabilità. Ma che probabilmente ha sempre invidiato per la libertà espressiva che lasciava ai suoi autori.

Dall’altra un film che non potrebbe essere più diverso: quello ripreso furtivamente dalle telecamere dei curiosi e dei giornalisti che spuntano da ogni angolo: frenetico, da ‘Grande Fratello’, che cerca risposte, colpi di scena, scandalo. In poche parole, Hollywood. Un mondo che ti giudica, ricco di ipocrisia e povero di lealtà. Forse per questo il regista volle che alcuni personaggi fossero veri registi o fossero ispirati a reali personaggi del cinema di quel tempo.

L’impressione perciò è che Welles non si trovasse a suo agio né in Europa, dove pure visse parecchi anni e fu molto apprezzato, né ad Hollywood, dove una parte di sé tentò sempre di tornare e cercare il successo ma nei cui confronti nutrì sempre un certo rancore e distacco.

Una doppia critica, un film mascherato, apparentemente caotico e pieno di vita e persone, ma sotto cui si nasconde la sua personalità tormentata e il suo senso di solitudine interiore.

“Siamo nati soli, viviamo soli, moriamo soli. Solo attraverso il nostro amore e l’amicizia possiamo creare, per un momento, l’illusione di non essere da soli”

Il montaggio

Anche in questo caso, come in molti altri suoi film, il materiale su cui poter lavorare alla ‘moviola’ era enorme: quasi cento ore.

I piani narrativi sono tre: la narrazione principale, i retroscena e le conversazioni private ‘spiate’ dalle telecamere dei reporter e il ‘film nel film’ diretto da Hannaford.

Talvolta è proprio il montaggio frenetico a rendere difficile individuarne i confini. Un piccolo aiuto c’è: le riprese in bianco e nero sono ad opera dei giornalisti, le parti a colori fanno parte della narrazione principale o del film di Hannaford.

Ma oltre all’alternanza tra colore e bianco e nero, a rendere il tutto meno comprensibile ci sono anche pezzi con formati diversi (8, 16 e 35 millimetri) e stili differenti. A spiegarcene le ragioni lo stesso Welles in alcune dichiarazioni riportate da Bodganovich: “Userò diverse voci per raccontare la storia. Ci sono conversazioni registrate come se fossero interviste, e intanto si vedono scene molto differenti. Nel film le persone stanno scrivendo libri su di lui (su Hannaford), tanti libri diversi. Documentari, fotografie, riprese, registrazioni. Tutte queste sono testimonianze. Il film sarà fatto di tutti questi materiali grezzi. Puoi immaginarti la fatica nel montarlo, ma anche il divertimento”.

Caratteristiche innovative per l’epoca, che invece lo avvicinano molto ai moderni documentari.

Per tutti questi aspetti, è uno dei pochi film di cui è sconsigliata la visione in lingua originale sottotitolata, come invece è successo a Venezia, perché si rischia di far molta fatica a seguire la forsennata successione delle immagini.

“Sarà qualcosa che si distacca dalla solita cinematografia”

Il documentario

 Mi ameranno quando sarò morto”, è il documentario rilasciato da Netflix contestualmente al film, che ripercorre il periodo della sua complicata realizzazione e più in generale gli ultimi quindici anni di vita del regista.

È diretto da Morgan Neville, già vincitore del Premio oscar al miglior documentario nel 2014 per ‘20 Feet from Stardom’, e prende nome da una frase che avrebbe pronunciato Welles, riferendosi alla considerazione che sentiva di avere tra i colletti bianchi del cinema americano.

È un documentario concitato, senza tempi morti, proprio come il film.

Un grande repertorio di testimonianze, spezzoni di film e interviste inedite, rilasciate da chi era veramente presente alle riprese (le più coinvolgenti quelle del suo cameraman Gary Graver). Interessante per capire innanzitutto quello che accadeva sul set di un artista eclettico come Orson, ma anche per conoscere alcuni aspetti della sua vita privata che ebbero in qualche modo un riflesso nelle sue opere, dalla sua infanzia alle scorrettezze riservategli da Hollywood in più occasioni.

Per quanto riguarda il film invece, il documentario spiega nel dettaglio le vicende che portarono all’interruzione definitiva della produzione.

Una storia in cui se ne intrecciano altre: quella di un finanziatore spagnolo che si fece misteriosamente indietro, quella del profondo cambiamento del cinema americano degli anni settanta, e perfino la rivoluzione islamica in Iran del 1979 che portò alla confisca del film. Uno spaccato di storia imperdibile per appassionati e cinefili.

Nel finale c’è spazio anche per una originale teoria che spiegherebbe in maniera sensazionalistica il perché del mancato completamento del film, che sta trovando in rete parecchi sostenitori.

Conclusioni

Al di là dell’interpretazione offerta, è un film complesso e pieno di chiavi di lettura; storici e cinefili si cimenteranno nel tempo a trovarne quante più possibile. Forse senza trovarne mai una definitiva.

“Cos’è The Other Side of the Wind? È una domanda che potrebbe farvi impazzire” dice uno degli attori intervistati nel documentario.

Non sappiamo se a Welles sarebbe piaciuto così, né sappiamo con assoluta certezza il messaggio che volesse trasmettere, ma il suo testamento professionale è coerente con la sua esistenza: avvolto dal mistero, senza punti di riferimento se non l’amore per il cinema, lo sperimentalismo e la voglia di stupire e sovvertire le regole.

Un testamento che lascia un’eredità importante a tutti gli appassionati di cinema ma anche un certo senso di tristezza, se si pensa ai grandi film che avrebbe potuto realizzare se avesse avuto più tempo e più risorse.

Leggi anche: 10(+1) tra i Migliori Esordi della Storia del Cinema secondo la Redazione de La Settima Arte

 

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