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Colette – “La mano che tiene la penna scrive la storia”

“Si direbbe, a vederlo, il ritorno di un amante innamorato. Ma Lea non ci casca. Conosce le forze misteriose dell’abitudine; conosce ancora meglio il cuore chiuso di Chéri, duro e tardo come i germogli di quercia…”

 

La saggezza sottile e segreta che si riconosce nello stile delle grandi donne scrittrici serpeggia appena lungo tutto il film Colette, il biopic sull’intellettuale francese del primo Novecento.

Bisogna probabilmente saperla riconoscere la bellezza della scrittura femminile, farci l’orecchio, allenare lo sguardo. E non si sta affermando una sostanziale differenza di genere nella scrittura, quanto piuttosto una qualità in più che a volte si ritrova nei libri scritti da donne, quei libri che in qualche modo ognuno di noi sa che non sarebbero potuti esser scritti da uomini.

L’esemplare storia vera di Colette vuole che nella Parigi della Belle Époque suo marito Willy fabbricasse falsi letterari per far soldi, facendo scrivere i suoi dipendenti ma pubblicando a nome suo.

Tra gli altri sarà anche Colette a scrivere e  la serie di romanzi sull’eroina Claudine farà il successo della coppia letteraria Colette-Willy: lei scrive e lui corregge e la stimola ad accentuare i tratti “piccanti” per rendere commerciale la storia. Non solo: nel film di Wash Westmoreland non mancano le scene in cui la collaborazione si fa sopruso. Willy chiude Colette a chiave nelle stanze per costringerla a scrivere “almeno quattro ore di fila”.

Uno degli aspetti più interessanti della pellicola sta nel modo in cui è trattato il sopruso subito da Colette: ella non appare mai sino in fondo un’eroina repressa, una vittima del marito. La vediamo invece consapevole partecipe di quel rapporto che la tiene legata come “a un lungo guinzaglio”; possiede, col merito anche all’interpretazione di Keira Knightley, una grazia speciale che ci fa meglio comprendere la condizione psicologica e sociale della donna in un’epoca ben lontana dalle conquiste femminili che viviamo nel mondo attuale.

Sarà piuttosto un lento percorso di liberazione (più che di emancipazione) quello che vediamo compiere da Colette. A una donna si può arrivare a inibire qualsiasi cosa, ma alla fine non le si può impedire di andarsene. Così la protagonista abbandona finalmente la vita per lei scelta da Willy e intraprende altre carriere e altri amori, senza smettere di scrivere: non puoi smettere, quando “sei chiamata a farlo”.

 

Ad oggi si girano tanti biopic, e la combinazione tra storia vera e storia di emancipazione proto-femminista certamente è adatta ai gusti di moda tra il pubblico di oggi. Ci si chiede allora se non si tratti, nel caso di Colette, di uno di quei tanti film nati da un calcolo orchestrato a tavolino, pensato per un target specifico come qualsiasi altro prodotto commerciale. Eppure le dinamiche che dovrebbero muovere il cinema d’autore sono in teoria altre: il film precedente di Westmoreland è il ben più indimenticabile Still Alice, di cui è sufficiente ricordare l’interpretazione di Julianne Moore, che nel mostrare il deterioramento di una donna malata d’Alzheimer si supera molto più di quanto non faccia Keira Knightley in Colette.

Abbiamo visto la Knightley in interpretazioni ben più memorabili di questa, eppure l’attrice è capace di portare con sé sempre una misura giustamente calibrata nei suoi personaggi; qualità che forse apprezzeremmo ancor di più se Keira Knightley uscisse un po’ dalla sua comfort zone e ci mostrasse lati ancora più coraggiosi e nuovi.

Come l’interpretazione della protagonista, il film stesso si può definire ben calibrato e mai sorprendente. Non si cede alla tentazione di voler raccontare tutto di una biografia, quanto invece la si ritaglia in modo appropriato confezionando una sceneggiatura che fa funzionare bene il personaggio principale. E l’insieme trasmette la forza spontanea di una donna che pian piano capisce che tanto la scrittura quanto la vita devono essere condotte all’insegna della libertà, in un percorso che non disegna la traccia di un romanzo di formazione, quanto più di una graduale presa di coscienza. Colette inizia a scrivere in modo naturale e spontaneo più che per scelta, e continua a farlo sotto costrizione senza farsi troppe domande, senza pretendere che il suo nome compaia sulla copertina.

La presa di coscienza arriverà invece proprio quando Colette capirà il vero significato della frase che Willy le diceva per incoraggiarla: “la mano che tiene la penna scrive la storia”: proprio la sua, solamente la sua, e il talento è una vocazione alla libertà e all’affermazione di sé, una chiamata a cui non si può non rispondere.

Colette, ragazza di campagna, si staglia in modo sempre più definito sullo sfondo di una Parigi dagli apparenti eccessi, una Belle Epoque che sembra inizialmente essere destinata a scandalizzare la ragazza che viene dalla Borgogna, ama la natura e si veste in modo provinciale. Invece accadrà il contrario: sarà Parigi, con le sue mode e l’opinione pubblica, a risultare troppo retrograda nei confronti della progressista scrittrice capace di amare un’altra donna, firmare i suoi romanzi ed esibirsi coraggiosa nei teatri. Nasce così un personaggio che vuole ispirare, il ritratto di una ragazza ambigua e brillante capace di misurarsi con il proprio talento e di una donna all’altezza della scrittrice che ha dentro. 

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