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Do Flamingo – La sublimazione del Male

Da quando l’uomo ha preso coscienza dell’irrilevante posizione che occupa nello spazio e nel tempo, ha cominciato a creare modelli verso i quali tendere. Così si è passati dai miti greci all’epica cavalleresca, attraversando i racconti omerici e arrivando all’avvento della fumettistica nel XX secolo. Tutte queste forme letterarie – in senso lato, a prescindere dalla loro rappresentazione su carta – hanno contribuito a stratificare su più livelli l’ideale dell’Eroe.

Quest’ideale regolativo è stato poi sublimato nella figura del Supereroe, un entità irraggiungibile non solo dal punto di vista delle caratteristiche umane – coraggio, destrezza, volontà ferrea, forza e spirito di sacrificio – ma anche dal punto di vista strettamente biologico, una rilettura dello Übermensch nietzschiano.

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L’elemento eroico acquista il suo senso più autentico nel rapporto dialettico con la sua nemesi, il “cattivo” verso cui dirigere le proprie qualità. Tuttavia questa simmetria viene costantemente minata dal pensiero che molte volte emerge attraverso il rapporto eroe-villain, nel quale il primo persegue necessariamente il Bene, mentre il secondo tende contingentemente al Male. Sostanzialmente, nell’immaginario comune si è stratificata l’idea che l’eroe sia destinato dalla nascita alla salvaguardia di un bene superiore, mentre il cattivo sia tale per una serie di cause – sociali, storiche e psicologiche – che ne hanno fatto ciò che è.

Se si riesce a squarciare questo Velo di Maya, abbracciando l’idea di una malvagità radicata a livello genetico, allora si possono comprendere meglio personaggi come Don Quijote Do Flamingo, uno dei molti villain che abitano l’universo piratesco di One Piece, manga scritto e disegnato da Eiichirō Oda.

Do Flamingo ci viene presentato come membro della Flotta dei Sette, un’organizzazione filogovernativa formata da sette dei più famigerati pirati del mondo. Questi hanno stretto un patto con il Governo Mondiale che, in cambio della loro affiliazione e del loro aiuto in determinate circostanze (es. “la battaglia dei Vertici”), gli ha condonato tutti i crimini passati e chiude un occhio su quelli in corso.

Già nelle prime apparizione del personaggio si nota il sadismo che definisce gran parte delle sue azioni. In un incontro con la Marina, per ingannare l’attesa, usa il potere del suo frutto del diavolo per costringere due viceammiragli a combattere fra loro, traendo divertimento dal dolore che si infliggevano reciprocamente.

Il fatto che le azioni di Do Flamingo siano pregne di malvagità non deve tuttavia fuorviare dal grande disegno che vi è dietro. I suoi obiettivi sono fissati in questa tela e non sono diversi da quelli di molti altri villains: potere, ricchezza, prestigio. Una tela che viene dipinta con pennellate di malvagità e odio. Ciò che lo contraddistingue infatti sono i mezzi con cui raggiunge tali obiettivi: tra le alternative possibili per raggiungere uno scopo, il Demone Celeste sceglie sempre quella che infligge il maggior dolore al maggior numero di persone.

Come quando decide di spodestare il Re di Dressrosa Riku Dold III per diventare a sua volta sovrano della nazione. Prima obbliga Re Riku a farsi dare tutte le ricchezze dai cittadini, con la promessa che poi se ne sarebbe andato. Poi lo costringe fisicamente – sempre con l’ausilio del suo potere, Filo Filo – insieme al suo esercito, manovrandoli come burattini, ad attaccare ed uccidere i propri sudditi. Solo quando soddisfatto del sofferenza arrecata, il membro dei Sette interviene con la sua ciurma per “sconfiggere” le sue marionette e farsi salvatore della nazione.

Nuovamente, il sadico divertimento che trova nelle sue brutali azioni è come un effetto collaterale del piano logico e ordinato che ha in mente. Ma proprio in questa contingenza ci viene mostrata la più profonda e demoniaca oscurità che può celarsi dietro un volto umano. In Do Flamingo la natura ordinata e razionale dei suoi scopi si scontra costantemente con una malvagità caotica e molte volte irrazionale, quella malvagità che connota il suo agire.

Oltre a quelli citati sopra, ci sono altri episodi che mostrano la malvagità che impregna – ma non esaurisce – la sua personalità. Come nella “guerra per la supremazia” a Marineford, la battaglia fra la Marina e la Flotta di Barbabianca, alla quale acconsente di prendere parte come membro dei Sette solo per dar sfogo alle sue inclinazioni sadiche e per assistere a quel teatro di follia omicida senza controllo.

Sembra che Do Flamingo tragga godimento dalla sofferenza altrui, che sia lui stesso a causarla – come quando taglia di netto la gamba al gigante Little Odr Junior per poi sogghignare compiaciuto – o che siano altri a provocarla, facendo di lui uno spettatore famelico.

Aprendo il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) si fa fatica a non riconoscere tratti della personalità di Joker – pseudonimo usato nel mondo criminale – in molti dei disturbi di personalità descritti. Come il disturbo narcisistico di personalità, i cui sintomi sono visibili nella totale mancanza di empatia verso la sofferenza del prossimo, nella necessità di percepire ammirazione da parte di chiunque (emblematico il caso di Dressrosa e del suo diabolico piano per apparire il salvatore), e il senso di compiacimento che da ciò deriva.

Ancor più evidente è il tratto antisociale della sua personalità, corroborato dal sintomo principale, quello della totale mancanza di senso di colpa verso le proprie azioni, oltre ad un rifiuto delle regole imposte dalla società e all’indifferenza verso i sentimenti altrui.

Più velato invece è il richiamo al disturbo borderline di personalità, complici dinamiche traumatiche vissute nell’infanzia e probabilmente mai elaborate, come la morte della madre (vista come abbandono), o la decisione del padre di rinunciare allo status prestigioso di cui godeva la famiglia (contribuendo alla frammentazione dell’immagine del proprio Sé). Una visione bicromatica delle situazioni – propria dei soggetti affetti da tale disturbo – emerge chiaramente in un concetto di giustizia come quello di Do Flamingo, all’intero del quale non c’è spazio per altri colori oltre al bianco e al nero.

I pirati sono il male? E la Marina è la giustizia? Bene e male non sono che colori sulla tela, i cui nomi cambiano di continuo! I bambini che non conoscono la pace e quelli che non conoscono la guerra vedono il mondo con occhi molto diversi! Solo chi è al potere può stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato! E questo luogo proprio ora si trova a metà strada tra le due possibilità! La giustizia vincerà?! Ovvio! Perché sono i vincitori a essere nel giusto!

Una visione che ricorda molto quella che Trasimaco espone a Socrate nel dialogo platonico de “La Repubblica”, dove la giustizia altro non è che l’utile del potere costituito, cioè l’utile del più forte.

Tuttavia il principio politico al quale si ispira il Demone Celeste non agisce come giustificazione dei suoi comportamenti nefasti, né tantomeno fornisce loro il presupposto. Piuttosto si tratta di un piano separato da quello dei suoi istinti più oscuri, perché la sofferenza che ama infliggere è indipendente dalla sua idea darwiniana di supremazia del più forte, tradotta in una lotta per la sopravvivenza senza fine.

La sofferenza che infligge non ha uno scopo, come può averlo quella di Pain, né può essere “giustificata” da un ideale virtuoso corroso dalla fallibilità umana, come quello di Madara. Non è neanche fine a se stessa nel senso più stretto del termine.

Il dolore che nutre la malvagità di Do Flamingo è contingente – nella misura in cui il corso degli eventi non dipende necessariamente da esso – e contemporaneamente necessario, perché definisce l’essenza del personaggio, riempendone una mentalità che appiattisce gli stessi concetti di bene e male.

L’infanzia traumatica alla quale è stato costretto fornisce una chiave di lettura della sua personalità, ma non ne crea i presupposti, almeno non in un senso fortemente causale. Anche suo fratello Rosinante (alias Corazon) ha attraversato il rifiuto del loro status di Draghi Celesti (nobili mondiali) e tutto ciò che ne ha comportato: sofferenza, fame, povertà, morte della madre, torture. Eppure ha sviluppato una personalità totalmente differente da quella del fratello.

Sicuramente gli eventi che hanno caratterizzato l’infanzia di Do Flamingo sono stati determinanti nella cristallizzazione dei tratti della sua personalità, ma quei tratti saturi di odio erano già presenti a livello genetico. La sua disposizione al male era già presente a livello genetico.

Accade dunque che, in modo del tutto simmetrico al destino degli Eroi, talvolta anche quello dei cattivi sia un percorso scritto, nel segno di una malvagità che, per dirla con Aristotele, non è accidente, ma sostanza.

 

 

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Edoardo Wasescha

- Specializzando in Filosofia della Scienza - Aspirante giornalista - Nerd da prima che diventasse una moda

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