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Buon compleanno Mr.Grape – Scorci di una vita da vivere

“What’s eating Gilbert Grape”, questo il titolo originale del film, diretto da Lasse Hallström nel 1993. La pellicola racconta cronache e scorci di vita di una famiglia americana che vive in una piccola cittadina dell’Iowa, Endora.

Il protagonista è appunto Gilbert Grape (Johnny Depp) che si prende cura del fratellino quasi diciottenne Arnie (uno straordinario e giovanissimo Leonardo Di Caprio), il quale è mentalmente ritardato. Il rapporto tra i due è molto intenso e significativo, Gilbert tratta Arnie con una dolcezza encomiabile, è l’unico infatti di cui Arnie riesca a fidarsi. L’unico nonostante la casa sia abitata anche da altre persone.

 La madre, Bonnie, è una donna obesa, che passa le giornate sul divano fumando e guardando la televisione. Non si è più ripresa dal tragico evento del suicidio del marito. Altre due figlie badano a lei ed alle faccende domestiche, affidandosi totalmente a Gilbert sia per quanto riguarda l’aspetto economico, sia per quanto riguarda le responsabilità legate ad Arnie. In un quadro familiare già di per sé destabilizzante, si inserisce sullo sfondo l’immagine della piccola città in lenta trasformazione, dove iniziano ad affacciarsi le prime promesse di una globalizzazione, come l’apertura nel nuovo e grandissimo supermercato Foodland.

“Endora. Endora è dove viviamo. Descrivere Endora è come ballare senza musica. È un posto dove non succede niente e non succederà mai niente.”

È così che si apre il film, con un monologo del protagonista, nel quale si percepisce sin dall’inizio il filone principale che accompagna l’intero lungometraggio: la staticità. Essa infatti è la vera protagonista: la si trova nella cittadina di Endora, nella quale l’unica cosa “emozionante” è il passaggio dei caravan che avviene una volta l’anno. La si trova in Arnie, il quale è definito un miracolo vivente, secondo i medici infatti sarebbe dovuto morire intorno ai dieci anni, ma ne ha quasi diciotto ed è ancora vivo anche se potrebbe andarsene da un momento all’altro. La si trova in Bonnie, che passa ogni giorno esattamente uguale a quello precedente. La si trova in Gilbert, che quotidianamente si fa carico di tutto.

Si può scorgere una robusta rete narrativa che porta a galla, senza bruschi movimenti, il malessere del protagonista mettendolo in relazione con i personaggi che fanno parte della sua vita, primo su tutti suo fratello minore Arnie.

Dov’è Arnie?

Arnie, con la sua tendenza a cacciarsi nei guai, rappresenta una variazione ad uno spartito sempre uguale. Più di una volta si arrampica sul pluviometro di Endora perché “vuole andare in alto”, finendo anche per farsi arrestare. Ha bisogno del suo fratello maggiore sempre accanto, il suo passatempo preferito infatti è nascondersi e vedere la reazione di Gilbert che finge sempre di non trovarlo domandando continuamente ad alta voce: “dov’è Arnie?”. I due sono sempre insieme, sembrano l’uno l’ombra dell’altro. Gilbert infatti porta sempre Arnie con sé sulle spalle, lo porta con lui a lavoro, gli fa il bagno, lo fa mangiare.

Davanti a tutto questo, Arnie, ragazzo instabile mentalmente, non può rendersi conto dei danni che arreca alle persone a sé circostanti. Affronta tutto con una sorta di sorriso. Quel sorriso protagonista dell’ingenuità e della spensieratezza, che caratterizza  l’infanzia. Anche lo spettatore sorride nel vederlo, un sorriso empatico, tenero, quasi rassegnato di fronte alla bassa aspettativa di vita stimata per il ragazzino.

 

Gilbert Grape

Il protagonista del film è presentato come il “martire” che ormai si è rassegnato nella sua condizione, incapace di trasformare la sua energia vitale in un qualunque atto creativo. Si tratta di un’insoddisfazione radicata nel profondo, dettata dal suo senso di responsabilità, che maschera un’immobilità disarmante.

L’interruzione che Gilbert ha avuto nel viaggio della sua vita, nel suo processo di individuazione ha generato in lui rassegnazione. Assistiamo infatti, fin dai primi minuti, ad una condizione di immobilità che comporta la perdita di speranza per la quale, almeno agli occhi di Gilbert, non esiste ancora un’alternativa.

Per le difficoltà che ha dovuto affrontare nella sua esistenza, Gilbert è andato costruendosi nel tempo una maschera. Ciò gli ha consentito di portare il peso del dolore per la perdita del padre, per la resa e la trasformazione della madre in conseguenza al drammatico evento.

Gilbert è diventato la Persona su cui si può sempre contare, quello che sostiene economicamente la famiglia, quello che si prende cura del fratello senza mai considerare ciò che vorrebbe per sé. Quello che non farebbe mai la spesa in un grosso e moderno supermercato, simbolo probabilmente di un nuovo adattamento alla realtà e di una certa evoluzione anche culturale.

Il protagonista è immobile nello spazio e nel tempo, vive una rassegnazione dalla quale si tirerà fuori solo con la presenza di una figura femminile: Becky. Ella arriva con i caravan e riesce in poco tempo a sconvolgere le vite dei personaggi. Infatti Gilbert prova dei sentimenti verso di lei e per la prima volta, fugge dalla sua quotidianità non badando ad Arnie. Il fratello minore, allo stesso tempo, deluso da Gilbert cerca conforto in Becky stessa. Con lei il ragazzo si tranquillizza fino a superare addirittura la sua paura dell’acqua facendo il bagno nel lago.

La consapevolezza dell’Io

Ci troviamo quindi di fronte ad una contrapposizione: da un lato c’è la mancanza di vitalità, una stasi consolidata che porta ad un impoverimento dell’Io, le difficoltà psicologiche di Gilbert, l’annientamento di se stesso; dall’altro la creatività, la capacità di adattarsi al momento e farne tesoro.

Queste due personalità sono ben rappresentate nel film anche dagli elementi circostanti. Le difficoltà che vivono i Grape, e in particolare Gilbert, sono ben rappresentate dall’instabilità del pavimento della casa che rischia di crollare da un momento all’altro. In contrapposizione, ci viene fornito un simbolo che indica che un movimento è assolutamente possibile: i caravan, infatti, “fanno l’unica cosa da fare, passano e se ne vanno”.

Questa condizione, che tanto ricorda l’ottica Junghiana, ci fa capire che il fulcro della vita di ciascun individuo, sta nel prendere coscienza di se stessi per giungere ad un processo di individuazione dell’Io. Bisogna imparare a conoscere noi stessi per sapere chi siamo esattamente. Sfruttare forze e debolezze per avere gli strumenti adatti a superare le difficoltà che la vita ci presenta, andando in evoluzione verso il proprio viaggio.

Ed è proprio questo che ci viene messo davanti agli occhi nella fine del film. È passato un altro anno, Arnie è ancora vivo, è in compagnia di Gilbert che ha imparato a conciliare il dovere con le proprie emozioni. Aspettano impazienti l’arrivo dei caravan, saltano su e vano via con Becky…via verso la loro destinazione.

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