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Timore e tremore – L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford

Dici Jesse James e pensi subito Far West. Nella vasta schiera di fuorilegge leggendari che l’epopea della frontiera ha prodotto, forse solo Butch Cassidy e Billy the Kid possono vantare con quest’ultima un legame così stretto, sfiorandolo solamente senza mai superarlo – e forse neanche eguagliarlo. Le leggenda di Jesse James non è solo legata a quel nome così musicale – così piacevole da pronunziare e al contempo inquieto, disturbante -, alla sua leggendaria mira da killer, al contesto così favorevole alla nascita di eroi fuorilegge com’era la guerra di secessione americana.

Jesse James fu il primo criminale a capire l’importanza dei mass media

Le sue numerose lettere inviate a diverse redazioni giornalistiche dell’epoca, la nascita di canzoni e ballate sul suo conto, le versioni pittoresche e surreali delle sue rapine alle banche e alle diligenze con conseguenti fughe impossibili: tutto era oro colato per Jesse James, tutto in funzione di trasformare l’immagine di un fuorilegge in un eroe popolare, di un uomo che oggi definiremo terrorista (ma nello stile della Uno bianca o della Magliana) in un novello Robin Hood.

Quella di Jesse è una storia di paura e violenza, non può essere altrimenti quando si nasce in un Missouri che di lì a pochi anni assumerà il ruolo di terra di confine tra l’Unione e i Confederati. Ha quattordici anni quando la guerra scoppia, e già allora il Missouri lo stava iniziando alla violenza da ogni parte – è probabile avesse già assistito a caning (le violente bastonature punitive degli schiavi), e forse anche a linciaggi e impiccagioni, eventi assai frequenti a Sud in quegli anni. Il fratello Frank, suo futuro socio, e soprattutto la madre Zerelda (il padre Robert, un mite e carismatico parroco battista, morì quando Jesse aveva appena tre anni) erano ferventi sostenitori della causa secessionista.

Insomma, Jesse James pareva destinato fin da subito a diventare un leggendario criminale e assassino.

La propaganda che mette in moto, con un così abile egocentrismo degno di Napoleone o di Alessandro Magno (in cui spesso Jesse James confessava di rivedersi), porta le sue rapine agli istituti bancari e alle ferrovie Nordiste a brillare della luce di un vendicatore degli oppressi e dei ribelli sconfitti durante la Secessione. Al di là del fatto che Jesse James credesse o meno a questo suo ruolo, gran parte delle fonti, e in particolare TJ Stiles nel suo “Jesse James. Storia del bandito ribelle”, affermano che a fare le spese delle sue rapine fossero i piccoli istituti di credito locali, non le grandi banche nazionali su cui si riversava gran parte del malcontento popolare. Prove del fatto che rubasse per fini diversi da puro profitto personale e avidità non paiono esserci.

E’ il 1864 quando Jesse e suo fratello maggiore Frank si uniscono ai guerriglieri sudisti di William Clarke Quantrill e William T. Anderson, detto Bloody Anderson, e a guerra finita mettono insieme una loro banda la cui leggenda si espanderà senza freni negli anni avvenire.

Nel 1881, dei membri storici della banda dei fratelli James sono rimasti solo i due fratelli.

Il 7 settembre di quell’anno organizzano l’ultimo colpo della banda, alla linea ferroviaria Chicago-Alton; oltre al fedele Wood Hite, cugino dei James, e a Dick Liddil, reclutano ladruncoli e bifolchi di campagna, in ogni caso semplice gente del posto. Tra questi vi sono Charley Ford e suo fratello diciannovenne, Robert.

Inizia qui la storia narrata, con quest’assalto al treno, la descrizione dei desperado al seguito di questo criminale nato per essere leader, dall’innata allegria di un eterno bambino, e che dunque poteva trasformarsi nel giro di un istante in disumana ferocia; e inizia, soprattutto, con l’arrivo di Robert Ford nella banda, l’uomo che – come già si può immaginare – lo tradirà uccidendolo.

E’ impressionante.

Non è raro che l’oblio del clamore mediatico sia spesso un vanto per un film – e in fondo, con una Coppa Volpi e diverse nomination agli Academy, parlare di oblio forse è fin troppo iperbolico -, ma quando un regista riesce a sfornare qualcosa di simile, ci si chiede che fine abbia fatto durante questi dieci anni, e perchè non se ne sia ancora sentito parlare; perchè Andrew Dominik sia stato così sottovalutato. Oppure forse, più semplicemente, la risposta potrebbe essere quella di aver creato troppo presto il lavoro di una vita. E, fossi in lui, potrebbe già bastarmi.

Non basta il citazionismo variegato e divertito, spaziando dai I giorni del cielo a Il gladiatore. Non basta il prendere a prestito – e non copiare, nè omaggiare – il meglio della tradizione western hard, vera, cruda, sporca, che la riavvicina alla realtà storica, composta non da eroi popolari e sparatorie leggendarie, ma da pezzenti disperati pronti a spararsi come cani senza ragione apparente, il cui coraggio si conta più in bicchieri di whiskey che in pallottole. Non basta il ritmo lento e meditativo, come fosse quello di una sinfonia celeste, con cui si narra la storia di un’epoca al crepuscolo e dei suoi uomini, una storia di crudele e desolante follia, di psicosi, di paranoia, ma soprattutto di tanta stupidità. Non basta la colonna sonora firmata Nick Cave, che marchia a fuoco l’incedere del film e il climax a cui fa giungere i suoi due protagonisti.

Non basta tutto questo a spiegare questo piccolo, grande film.

Eppure dobbiamo provarci, in qualche modo. Perchè sarebbe un peccato, e soprattutto perchè lo sceriffo mi sbatterebbe in galera – e, a pensarci bene, non lo stiamo già facendo?

Capiamo immediatamente chi sia Robert Ford, fin dalle prime scene in cui è mostrato: l’ingenuità che gli è propria lo spinge a palesarsi quasi direttamente allo spettatore quando, dialogando con Frank James, gli confessa di “voler entrare nella loro banda, perchè sa di essere speciale e destinato a fare grandi cose.” Al contrario, Jesse James è un enigma per oltre cento minuti, ma ci arriveremo.

Robert sa tutto di James. Si potrebbe definire una sua enciclopedia vivente, e la sua ammirazione per lui è così viscerale da apparire simile a una vera devozione, a una reale identificazione immaginaria, tanto che non sarebbe sbagliato definirlo un amore platonico. Jesse James è l’uomo più famoso d’America, l’uomo che può sfidarla facendo qualsiasi cosa gli pare e piaccia, e l’insicuro e superbo Robert Ford non può che tentare di emularlo per diventare ciò che vorrebbe essere, o addirittura pensa di essere destinato a diventare.

Ma Jesse James sarà diverso da quello che aveva imparato a conoscere dai bollettini, dalle ballate e dalle gazzette locali che lo avevano elevato al rango di eroe popolare.

E’ una persona semplice e allegra, ma dura e inavvicinabile, così tanto che non pare mai aver stretto legami veri con i membri della sua banda, forse neanche con suo fratello – benchè, come accade a molti grandi leader, riesca sempre in un modo o nell’altro a farsi ben volere e ad accontentare tutta la sua ciurma.

Jesse James, scoprirà Robert Ford, non è che un bandito come tutti gli altri, il frutto di quella violentizzazione secessionista a cui accennavamo, e da cui pare gli sia impossibile affrancarsi, anche ora che la guerra è finita da più di dieci anni. Ne sembra quasi consapevole lui stesso quando, in un primo atto di sincerità verso Robert – e forse verso una persona in generale -, gli confessa di stare diventando qualcosa che fa fatica a sopportare, qualcosa che inizia ad essere un peso anche per se stesso.
Jesse James falcia i suoi compagni come fossero rami secchi per una semplice occhiata sospetta che gli viene rivolta. Minaccia in modo mai velato, ammazza i capi-stazione se non obbediscono immediatamente ai suoi ordini.

Eppure in questa sua affermazione, che così tanto sa di richiesta d’aiuto verso colui che sa essere il suo Giuda, non possiamo che sentirlo fortemente tragico e umano.

Gli occhi lucidi e guasconi di Brad Pitt, che riescono già da soli così brillantemente a fondere questi due aspetti del mistero Jesse James, ci mostrano sempre più, minuto dopo minuto, quest’uomo ormai schiacciato da un creato la cui vista gli appare insopportabile, come affermato dall’incipit.

Non è tanto diverso il suo doppio, la sua nemesi e il suo frutto unigenito Robert Ford, che risucchia ogni energia persa dal suo mentore nella speranza di succedergli, di rubarne elogi e fama, per poi, portando alla luce il lato oscuro della tela, scoprirne il vero volto, il vuoto sostanziale e il prezzo esoso. Loro due sopra tutti, e di riflesso tutta la schiera di poveracci che li attornia, in quella che è a tutti gli effetti una corale epopea sul dolore del mondo, sull’amore tradito, sulla lealtà rubata, sul senso della vita e la sua tragicità, sul costruire e sul distruggere. Un’epopea sobria, potente e misurata, dove non si espone alcun pensiero, si narra e basta. Dove non si dimostra nulla, si mostra solo ciò che accade. Allo spettatore trarre le sue conclusioni.

Ed è così che pian piano si scoprono tutti patetici e infantili, ma del tutto incapaci di andare oltre questo loro limite – vuoi per contingenze storiche, psicologiche, e forse un po’ tutte e due le cose. Così prima a Jesse, e poi a Bob, non resta che una soluzione univoca alla risoluzione del problema, che non starò qui a narrarvi perchè me lo impone lo sceriffo. Ma forse il titolo parla già volutamente abbastanza.

Eh sì. Certe emozioni ti strisciano dentro silenziose, anno dopo anno, un cadavere alla volta, ti avvelenano sempre più trasformandoti in un’ombra e ti uccidono di una dolce, dolcissima morte.

Dio ti abbia in gloria Robert Ford, codardo parricida. Perchè a prescindere da cosa tu sia stato realmente, da questo momento in avanti la tua storia è la storia, le storie, di tutti noi. Per sempre, fino alla fine dei tempi.

Giulio Gentile

Nasce a Caltanissetta, dove viene benedetto dal provincialismo che fa sembrare ogni cosa più grande. Il liceo, l'università, i soggiorni all'estero, guardare film, leggere, scrivere e un'altra cosa che non ricorda, gli sono sembrati qualcosa di sensato. Il provincialismo ha il dono di far vedere ogni banalità sotto una luce vincente.

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