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Vice – Ogni evento è un’occasione

Ci sono alcune situazioni tanto delicate da sembrare una tazzina da tè sopra un piattino al di sopra della quale è disposto un altro piattino con sopra una tazzina, impilate con altre tazzine e altrettanti piattini. Degli eventi così tanto difficili da affrontare per molti sono una condanna, per altri sono una sfida, per Dick Cheney sono un’occasione.


Dopo il brillante La Grande Scommessa, Adam McKay si misura ancora con una storia vera tutta americana, mettendo in scena un meraviglioso e atipico biopic sul vicepresidente più controverso della storia degli Stati Uniti d’America. Una pellicola appassionante e divertente oltre ogni previsione. Tre sono i punti fondamentali che rendono Vice uno dei film più interessanti dell’anno appena iniziato.

Il talentuoso eclettismo di Adam McKay

A McKay non importa dei generi e degli schemi. Già La Grande Scommessa ci ha fatto approcciare con il suo stile narrativo che spesso si spinge ai limiti dell’assurdo, con la quarta parete che viene letteralmente frantumata, una commistione di stili imprevedibile e battute irriverenti. In Vice la regia diventa più elegante rispetto al suo predecessore, in linea l’ambiente politico, più riflessivo e meno caotico di quello finanziario; un ambito, quello politico, che viene comunque rappresentato in maniera molto simile alla finanza: un’avida e asettica macchina da soldi. Il regista e sceneggiatore di Philadelphia ci aveva mostrato alcune piccole gag già nel film precedente, dove Star del calibro di Margot Robbie e Selena Gomez spiegavano dei principi finanziari complessi in modo estremamente intuitivo e accattivante; un esercizio tecnico premiato giustamente con un Oscar.

In Vice i giochi con l’audience si evolvono in veri e propri scherzi registici, un finto finale dopo un’ora scarsa di film o la trasformazione di un dialogo in un dramma shakespeariano sono gli esempi più lampanti, ma ci sono tante altre scene nelle quali il regista gioca con la finzione filmica in modo talmente sagace da strappare una risata.

Lo stile di McKay, ad ogni modo, non cambia radicalmente rispetto a La Grande Scommessa, c’è sempre una voce narrante (stavolta non uno dei protagonisti, ma un uomo comune che tanto comune non è), immagini di repertorio, rapide descrizioni dei personaggi e continui accostamenti con la cultura pop del tempo; il regista vuole tenere lo spettatore sempre dentro il film e per farlo usa tantissime armi, sempre nuove e brillanti. Una dimostrazione di puro talento, tanto nella regia quanto nella scrittura del film.

L’interpretazione monumentale di Christian Bale

Vice ha un cast stellare. È giusto citare le grandi interpretazioni di Amy Adams, Sam Rockwell e Steve Carrell, ma quella di Christian Bale è una performance mostruosa. L’attore inglese non è solo ingrassato a dismisura in una delle sue ormai tipiche trasformazioni, ma riesce ad assumere perfettamente le movenze dell’ex vicepresidente, i movimenti della bocca, la parlata e i tic fisici. Bale riesce a concentrare attorno a sé l’attenzione dello spettatore fin dalle prime scene, incarnando uno dei personaggi più carismatici della sua carriera, un uomo tranquillo avvolto da un’aura demoniaca.
Anche i truccatori e i parrucchieri meritano un grande plauso, per essere riusciti a far somigliare gli attori ai propri personaggi. Basta guardare Sam Rockwell nei panni di George W. Bush per farsi un’idea, capace di replicare il Presidente texano in aspetto e comportamento.

Una storia pazzesca

La vicenda raccontata in Vice ha tanto di assurdo. Cheney non aveva nessun talento specifico se non la propria capacità di cogliere l’attimo. Grazie a questa qualità è riuscito a scalare posizioni nel partito repubblicano, è diventato prima assistente del segretario alla difesa, poi capo di gabinetto, per poi ricoprire lui stesso il ruolo di segretario alla difesa. Dopo l’ascesa di Clinton sembrava che la sua carriera politica fosse al capolinea, aveva un buon lavoro per i magnati dell’energia della Halliburton e viveva nel suo amato Wyoming. Tutto sembrava finire lì, ma il telefono squilla.

Bush jr. ha scelto, a sorpresa, Cheney come vicepresidente in caso di insediamento alla Casa Bianca. Cheney, però, non sarà un vice come gli altri, ma avrà più poteri dello stesso Bush, ritratto nel film come un bambino inesperto e capriccioso. L’amministrazione del vicepresidente è stata viziata da un cavillo legislativo trovato con i suoi legali che gli ha permesso di applicare l‘esecutivo unitario, ovvero un’amministrazione plenipotenziaria. Questa è stata la qualità (o meglio il vizio) di Cheney: trovata la legge, trovata la scappatoia.

In una carriera politica durata decenni, qualsiasi evento capitato a Dick Cheney è stata un’occasione, dal crollo di Nixon a quello delle Torri Gemelle, in ogni scossone lui ha visto un vantaggio, non temeva che le tazzine crollassero e che tutto si frantumasse, perché ha sempre giocato pensando tre mosse avanti agli altri, sconvolgendo e peggiorando radicalmente lo scenario politico mondiale. Chiamatelo vizio, se proprio dovete.

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