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Bandersnatch – Ovvero il punto più basso che Black Mirror abbia mai toccato

Bandersnatch

Ci ho pensato un po’ prima di scrivere qualcosa su Bandersnatch e ho deciso di raccontare ciò che ho vissuto. Non una recensione, né una fredda descrizione, ma solamente il frutto della mia esperienza.

Quando ero ancora un giovane liceale, ero solito passare qualche ora delle mie settimane davanti ai videogiochi. Non ero un esperto e non lo sarò mai, semplicemente soddisfaceva il mio bisogno di intrattenimento. Mio fratello, sicuramente più navigato di me in materia, possedeva un gioco che gli piacque così tanto da consigliarmelo in maniera maniacale. Insistette finché non riuscì nel suo intento. Quindi, durante una fredda e noiosa giornata invernale, accettai il suo consiglio e inserii nella mia consolle Heavy Rain, un titolo che rimarrà stampato nella mia mente per sempre. Non posso dire di aver affrontato centinaia di avventure videoludiche nella mia vita, ma nel mio piccolo posso affermare che quella sia stata, per distacco, la migliore.

Bandersnatch

Non mi interrogavo sul perché quel videogame mi appassionasse così tanto, andavo avanti terminandone avidamente i capitoli, noncurante di quante ore di gioco accumulassi. Oggi, guardando indietro con un sorriso malinconico e un occhio che i miei studi hanno reso molto più clinico, so per certo che ho amato follemente Heavy Rain perché quello non era un semplice gioco, era un’esperienza audiovisiva interattiva molto simile a un film; per giocarci non servivano enormi abilità da gamer: in tal caso, forse, non lo avrei mai terminato.

Il nucleo cangiante e totalizzante del gioco risiede nella sua trama, un thriller a tinte noir ambientato in una città costantemente falcidiata dalla pioggia. A seconda del capitolo, mi imbattevo nei problemi di un personaggio, prendevo scelte per lui e alteravo, così, il corso degli eventi in modo irreversibile. Non mi era dato sapere cosa sarebbe successo se avessi deciso qualcosa di diverso, la vicenda proseguiva spedita trasportandomi sempre più al suo interno. Probabilmente già prima di Heavy Rain sono stati commercializzati dei prodotti simili, e successivamente alla sua distribuzione ne saranno usciti di più validi, ma la mia miglior esperienza interattiva ha un nome e cognome precisi: i suoi.

Qualche tempo fa, Netflix ha annunciato un nuovo episodio di Black Mirror in uscita per Natale, il suo titolo è Bandersnatch e il teaser ha scosso la curiosità di molti. Netflix si traveste da Santa Claus e ci regala la prima esperienza filmica interattiva, recitata da attori veri e costruita in modo che le nostre scelte alterino il girato nel quale ci imbattiamo. Mosso da un’enorme curiosità sono andato a vedere (o meglio esperire) Bandersnatch con le grandi aspettative che Black Mirror merita, ma sempre memore di cosa voglia dire avere un’esperienza interattiva eccellente.

Mi aspettavo di vivere qualcosa di simile e superiore al mio amato Heavy Rain, speravo che una serie di questo livello mi desse la solita sensazione di terrore e inquietudine unita a poche scelte, ma al cardiopalma (è pur sempre il primo film interattivo della storia). Non è accaduto nulla di tutto questo, anzi, Bandersnatch è diventato, col passare dei minuti, un esperimento noioso e frustrante. C’è poco, pochissimo da salvare in questo episodio, che sembra, a mio parere, non averne azzeccata una.

L’esperienza interattiva

Bandersnatch

Partiamo dall’aspetto clou del film, cioè il fatto che sia interattivo. Bandersnatch offre delle istruzioni molto chiare e nei suoi primi minuti ci pone di fronte a due scelte per nulla essenziali, messe lì per far sì che l’utente possa prendere confidenza col nuovo format. Sappiamo, quindi, che avremo davanti a noi due opzioni e che il limite per selezionarne una è di dieci secondi.

Una volta entrati nel cuore dell’episodio, però, viene a galla l’imbarazzante sequenza di errori che David Slade e Charlie Brooker hanno inanellato nella realizzazione dell’episodio. Alcune strade sono vicoli ciechi, altre sono autocitazionismo sterile, altre ancora rimandano a scelte con le quali ci eravamo già confrontati. La prima storia con la quale mi sono misurato è durata meno di un’ora ed era di una fiacchezza tale da lasciarmi sconcertato e amareggiato. A quel punto ho pensato di ricominciare la visione del film da capo per poter cambiare alcune scelte, pensando che quello fosse l’unico modo per conoscere dei risvolti diversi.

Netflix, però, mi ha anticipato selezionando arbitrariamente delle scene che avevo già visto, portandomici nuovamente di fronte così da obbligarmi a prendere l’altra, sottintendendo l’idea che avessi scelto in maniera errata. L’episodio, quindi, mi ha ripresentato bivi che avevo già intrapreso, annullando intrinsecamente l’esperienza interattiva, che non vorrebbe che si tornasse sui propri passi. Questa situazione si è presentata più volte, alcune strade che il film mi faceva percorrere non avevano conseguenze interessanti o tali da costruire un prosieguo valido, così il sistema mi faceva tornare indietro ancora e ancora, mostrandomi un mini montaggio riassuntivo che mi spiegava da che punto stavo ricominciando. Sembrava che la produzione di Black Mirror mi stesse sussurrando “abbiamo girato anche questo, non vorrai buttarlo!”.

Dopo l’ennesima scelta fattualmente inutile e il milionesimo mini montaggio sempre identico, mi sono sentito frustrato da ciò che stavo guardando. Non ero partecipe, non mi importava di ciò che poteva succedere al protagonista e agli altri personaggi, volevo solo che il film finisse, ma per amore della sperimentazione, ho continuato a tentare. Ovviamente senza alcun miglioramento sostanziale. Forse sarebbero state più efficaci meno scelte ma più complesse, così da farci legare alla vicenda e da farci dimenticare, a momenti, di essere in un’avventura interattiva. Tutto ciò, magari, abbinato a una trama avvincente e ricca di colpi di scena.

La Trama

Bandersnatch

Black Mirror ha abituato gli spettatori ad una genuina sensazione di terrore, dalla prima alla quarta stagione il sentimento cardine è l’angoscia, un’angoscia puramente umana, ma al contempo legata a doppia mandata alle conseguenze che la tecnologizzazione estrema può portare nel nostro quotidiano. Questa è la condizione minima necessaria per cui un episodio di una serie così intensa possa essere reputato degno. Bandersnatch fallisce senza appello alla base, non crea quell’atmosfera cupa e ansiogena, non toglie il sonno e non incolla allo schermo.

Inoltre, l’insistenza con la quale veniamo posti dinanzi a delle scelte tende a farci dimenticare che quello dovrebbe essere primariamente un film, trasformandolo lentamente in una sorta di videogame recitato. In una pellicola di solito ci si interroga sulla mentalità e sui rapporti tra personaggi, sulle loro azioni e su come si evolva il microcosmo nel quale sono inclusi; Bandersnatch fa sviluppare solamente la curiosità su quale sarà la nostra prossima scelta, facendo passare in secondo piano gli eventuali aspetti più nascosti e stimolanti dell’intreccio.

Scrivere la sinossi della vicenda, essendocene ben più d’una, è un’impresa ardua che ci farebbe dilungare eccessivamente. La trama principale è ambientata nel 1984 e ci parla di Stefan (un grandissimo Fionn Whitehead), un programmatore di videogame alle prese con il progetto della vita: Bandersnatch, un videogioco interattivo. Durante la lavorazione del prodotto, il protagonista stringerà amicizia con il collega più esperto Colin (Will Poulter) e si convincerà sempre più di essere controllato da una forza esterna e di non possedere il libero arbitrio.

I risvolti della vicenda, quando non si incappa in un vicolo cieco, sono più cliché che colpi di scena: il collega più esperto che conduce sulla cattiva strada, ad esempio, o la scoperta del padre che spia il figlio nel classico schema del romanzo giallo che vede la persona più vicina al protagonista come colpevole. C’è il conflitto familiare, quindi, così come troviamo il lavoro che porta alla follia, il cospirazionismo e il rapporto con il passato che da invariabile (nel quale si può selezionare un’unica opzione) diventa mutevole e porta a una doppia possibilità. Per non parlare di alcune scene assurde alle quali sono arrivato, come quella nella quale il protagonista e la sua psicologa danno vita ad uno scontro di arti marziali (sì, avete letto bene); forse voleva essere una piccola burla, ma in pratica non ha fatto che imbarazzarmi.

Bandersnatch
La nostra illusione della scelta è mascherata dietro una trama nella quale il protagonista vive la medesima situazione, un espediente che all’apparenza sembra un buon modo di farci empatizzare con Stefan, ma che in fin dei conti si rivela come un trucchetto che mortifica l’esperienza interattiva e che rende inutile la visione del film. Infine, nell’enorme e deludente calderone di Bandersnatch, c’è spazio per varie ondate di autocelebrazione fine a sé stessa. Non solo vengono citati palesemente vari episodi (ad esempio i meravigliosi Orso Bianco e Metalhead), ma Netflix viene inserito in prima persona nella trama in uno dei risvolti potenzialmente più interessanti, ma che svanisce nel nulla in una sottotrama ad altissimo tasso di autocompiacimento.

Insomma, Bandersnatch è un episodio da dimenticare, il peggiore di Black Mirror, e lo sarebbe stato anche senza l’intervento dello spettatore; è un esperimento e per tale va giudicato, quindi bisogna prendere atto del coraggio che la produzione ha avuto nel realizzare un progetto simile. Sarò un tradizionalista, ma so che i miei pomeriggi davanti a Heavy Rain erano elettrizzanti anche perché quella era una consolle e io avevo un controller tra le mani, mentre il Cinema è un’altra cosa. Un buon film è espressione della genialità dell’autore perché le sue evoluzioni saranno sempre più geniali delle mie, perché i colpi di scena sono istantanei e non hanno bisogno di dieci secondi di stasi, perché l’intreccio che devo seguire è uno, solido, implacabile e incontrovertibile. Non scoraggerò mai le novità, ma mentre le produzioni continueranno a lavorare per proporre dei film interattivi sempre migliori, io mi accomoderò sul mio divano con la gioia di chi non deve fare altro che godersi la pellicola.

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