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The Old Man and the Gun – La fine di una straordinaria carriera

All’alba del 2019, siamo testimoni di carriere gloriose che giungono al termine. Molto probabilmente The Mule, da poco nelle sale U.S.A., sarà l’ultimo film di Clint Eastwood; Lucky, uscito in Italia lo scorso settembre, è stato l’ultimo film di un altro grande interprete come Harry Dean Stanton.
Ora Robert Redford, il cui mirabile percorso da attore sembrava già essere arrivato al suo epilogo con All Is Lost, ha annunciato il suo ritiro dalle scene.

“Dopo questo film andrò in pensione. Faccio questo lavoro da quando avevo 21 anni, penso sia abbastanza.”

Il film di cui si parla è The Old Man and the Gun, con il quale Redford saluta e rende omaggio alla sua carriera: guardare il film sapendo che è l’ultima volta che lo si vedrà sullo schermo provoca un po’ di nostalgia.
Consapevole della responsabilità di rendere il giusto tributo ad un’icona di Hollywood, il regista David Lowery costruisce un contesto funzionale allo scopo: la regia è al completo servizio di Redford, con diversi primi piani, inquadrature e dialoghi che riprendono esplicitamente quelli di suoi vecchi film come Butch Cassidy, Il Cavaliere elettrico, I tre giorni del Condor.

Anche la storia e il ruolo del protagonista sembrano cuciti su misura per l’attore.

Old man, look at my life.

Il film è ambientato nel 1981 ed è ispirato ad un articolo del New Yorker che parla della storia vera di Forrest Tucker, un anziano rapinatore seriale di banche, con sedici evasioni dalla prigione all’attivo e nessuna voglia di “andare in pensione”.
La particolarità di Tucker, oltre all’età inconsueta per un criminale, consiste nelle modalità con cui effettua le rapine: senza violenza o uso di armi, ma con gentilezza e risolutezza, precedute da un’attenta ricerca della situazione ideale per il colpo. Solo nel delicato momento della fuga è aiutato spesso da due complici, anch’essi avanti con l’età.

Impegnato a seguire le tracce della “banda dei vecchietti”, come vengono soprannominati dalla stampa, è il detective John Hunt, l’unico ad accorgersi di come le varie rapine messe in atto da Tucker e compagni in giro per il Paese siano collegate tra loro. A interpretarlo è Casey Affleck, con una prova volutamente pacata e attenuata, in linea con l’intero film.

Durante una fuga dalla polizia la storia di Forrest Tucker si intreccia poi con quella dell’empatica Jewel (Sissy Spacek), vedova settantenne con cui il protagonista stabilisce subito una forte alchimia.
Basterà la determinazione di un giovane detective e la possibilità di creare finalmente una famiglia a convincere l’anziano rapinatore ad abbandonare una volta per tutte la sua carriera da “criminale gentiluomo”?

Gli sviluppi della trama sono abbastanza prevedibili, per non dire scontati. C’è un senso di inevitabilità che popola la pellicola. Tuttavia, come era anche lecito aspettarsi, gli aspetti più interessanti non sono nella sceneggiatura o nel montaggio, ma nella caratterizzazione del personaggio di Tucker, e nella sua somiglianza con Redford.

 

Una vita al servizio della propria passione

Tucker è guidato dalla sua passione, non rapina perché ha bisogno di soldi ma perché solo in questo modo si sente vivo. Le sedici evasioni fanno pensare che ambisse alla cattura, allo scopo di gustare poi l’ebrezza e la soddisfazione della fuga: è felice, calmo e sorridente durante i suoi colpi, come raccontano gli impiegati interrogati delle banche svaligiate. Ciò finisce per suscitare l’ammirazione persino del detective che gli sta dando la caccia.

Eppure, non è una vita per tutti quella di Tucker. Abbandonarsi puntualmente al richiamo adrenalinico del crimine talvolta ha le sue conseguenze negative, che verranno svelate nel corso delle indagini di Hunt sul passato del protagonista.
Redford, co-produttore del film, deve aver ritrovato nella vita di Tucker la stessa forza di attrazione che lui ha provato invece per il cinema durante la sua lunga carriera: la stessa voglia di rimettersi in gioco, pellicola dopo pellicola, a dispetto dell’età e per il solo piacere di recitare e interpretare nuovi personaggi.

– Doveva smettere quando le cose andavano bene

– O beh, quando trovi qualcosa che ami

Un film di altri ‘tempi’

Già dai titoli di testo, che utilizzano lo stesso font di quelli di Butch Cassidy , è evidente che il riferimento agli anni ’70 e al cinema di quegli anni sarà un aspetto essenziale della pellicola. La volontà di recuperare quel cinema è rivelata da più elementi, dalla fotografia e la grana dell’immagine alla colonna sonora.

Ed è un recupero del passato ‘sostanziale’, che si realizza anche attraverso la celebrazione delle virtù anziane, ben incarnate da Redford, come la pazienza, la gentilezza, il fascino. Ciò nuoce alla velocità del montaggio e prelude a una regia piuttosto piana. Le scene delle rapine e delle sparatorie vengono anestetizzate o del tutto tagliate, rendendole sottintese.

Non a caso il momento più emozionante della pellicola è probabilmente il lungo flashback, nel quale Tucker rievoca le sue memorabili fughe, tramite vere immagini di repertorio di vecchi film di Redford. In questo l’omaggio all’attore e la consacrazione del suo mito raggiunge l’apice: “Durante quelle scene ci si sente come se si scorresse la lista dei film che ha fatto” afferma lo stesso Lowery.

In definitiva, nonostante la pellicola non riesce ad andare oltre l’omaggio alla carriera di un attore iconico e al cinema dei suoi tempi, non è possibile sottrarsi al fascino del sorriso di Redford, stregati dalla sua interpretazione sempre equilibrata e dal profondo amore che sembra ancora nutrire per la sua professione.

Se il messaggio era quello di ricordare l’importanza di farsi guidare dalle proprie passioni e di quanto questo sia determinante per la propria felicità, è arrivato in pieno.

Leggi anche: Tutti gli Uomini del Presidente – Coraggio, eterna ossessione

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