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Il Laureato – La nuova ondata del cinema americano

Alla pari della Nouvelle Vague di matrice francese, la New Hollywood è stata uno dei momenti più importanti e rivoluzionari della cinematografia mondiale, ponendosi in netto contrasto con il modello classico dell’industria statunitense, grazie alle novità sia linguistiche che formali: come già in Europa, anche i registi americani cominciarono ad essere i veri e propri autori delle pellicole, ottenendo dai produttori un maggior controllo sulle opere, smarcandosi dai rigidi canoni borghesi per scivolare verso tematiche ai tempi non in linea con il retaggio della nazione a stelle e strisce, come la sessualità, l’alienazione e i turbamenti giovanili e una nuova concezione dell’amore al cinema (senza dimenticare che, proprio in questi anni, il mercato produttivo e distributivo cambiò radicalmente, dando un ampio respiro alle case di produzione indipendenti).

Il laureato, al pari di film come Easy Rider di Hopper e Gangster Story di Penn, può essere visto, in questo senso, come uno dei punti massimi d’esaltazione di questa nuova fase. L’operazione che Mike Nichols realizza è la summa perfetta della nuova ondata: il regista newyorkese mette in scena una semplice (ma allo stesso tempo tormentata) narrazione, adagiando allo schema classico una rivoluzione stilistica e dialettica, dando voce alle forti pulsioni storico-sociali che vibravano sul finire degli anni sessanta. La ribellione giovanile, gli scioperi operai, il netto rifiuto della borghesia, l’orrore e la paura per il confronto bellico in Vietnam: sono queste sensazioni che si dipingono perfettamente sul viso e la personalità di Benjamin Braddock, un giovanotto fresco fresco di laurea (figlio di una classica famiglia borghese americana), che vive lo scoramento della sua esistenza, sospesa in un limbo apparentemente senza uscite.

Vedi, è come se partecipassi a un gioco con delle regole che per me non hanno senso. Perché le ha fatte la gente sbagliata. No, anzi: non le fa nessuno. Sembra che si facciano da se stesse.

(Benjamin Braddock)

A compromettere definitivamente il suo turbinio emotivo, ecco il lato “oscuro” della seduzione, il sesso come ribellione, che viene veicolato dal corpo elegante e sensuale della Signora Robinson, affascinante amica di famiglia che è allo stesso tempo madre e matrigna di questo scoramento: se da un lato rivolge il suo candore al giovane, aiutandolo a comprendere e ricercare il suo posto nel mondo, dall’altro diventa il simbolo del retaggio borghese, dedito ad un’immagine da mantenere come fosse la cosa più importante, addirittura sacrificando se stessa, salvaguardando la figlia Elaine dal rapporto con il giovane amante.

Dustin Hoffman e Anne Bancroft, sono i corpi perfetti su cui dipingere le trame incrociate di umore e sensazioni (senza dimenticare Katharine Ross), con il giovane attore che da lì in poi diventerà un’icona del cinema mondiale del novecento. Nichols, però, è anche uno straordinario regista visivo e sue sono alcune inquadrature che segneranno un crinale tra il vecchio e il nuovo cinema, consegnando alla storia alcune delle sue immagini più iconiche: la gamba elegante e sensuale della Bancroft, i primi piani turbati di Benjamin (straordinario il primo dopo i titoli di testa), la meravigliosa sequenza della piscina, sospesa in una realtà indefinita.

Il rifiuto di aderire allo schema formale della vita borghese, il fascino dell’antieroe, la pungente e ironica calibratura dei dialoghi, sconvolsero letteralmente i canoni del cinema del tempo, consacrando il film agli occhi del pubblico giovanile che usciva dall’alienazione dello schema tradizionale americano (trovare un lavoro, trovare una moglie, guidare una bella macchina), attraverso gli occhi di un giovane coetaneo pronto ad assumersi (senza volerlo), lo spirito ribelle di un’intera generazione. In ultima istanza poi, impossibile non citare il commento sonoro del film, sublimato dalle musiche di Simon & Garfunkel, precise e puntuali, malinconiche e struggenti, ossessive e umorali alle diverse fasi emotive del protagonista. Ho dimenticato qualcosa? Avete ragione, gli ultimi 2 minuti del film: la ribellione sacrale, la corsa illusoria sul pullman, l’inquietudine sull’avvenire finale. Ma cosa potrei scrivere davanti ad un momento così?

 

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