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Cold War- We are still right here

Cold War

La storia è una semplice, elementare, alcuni potrebbero pensarla anche banale. Ma è quella stessa storia che si narra da millenni. Wiktor è un pianista, Zula una ballerina. Si conoscono, si innamorano, si amano, si separano, si rincontrano, rimangono insieme. Forse per sempre. Che dire di più. Il resto sono solo chiacchiere. Ciò che importa è l’amore, l’amor che move il sole e l’altre stelle o in questo caso l’amor che muove il sole fra i due mondi; il mondo occidentale al di là della Cortina di Ferro e quello orientale all’interno del gelo sovietico.

Cold War infatti è ambientato infatti nella fredda Polonia Stalinista che si vede separata dal resto del mondo. Pawlikowski, il regista, descrive una nazione arretrata e povera che diventa sempre più assoggettata al controllo del regime comunista e sempre più depauperata delle sue tradizioni. Ma questo non è il messaggio di Cold War. Questa è la premessa. Il messaggio è un altro.

Pawlikowski, ci fa capire che solo la guerra è fredda. Non lo è il cuore degli uomini. Non lo è la forza che spinge due individui a superare le barriere dello spazio e del tempo per ritrovarsi. Non lo è il flusso costante di insignificanti eventi che scorrono attraverso le nostre vite per annoiarci e poi all’improvviso riservarci quella vertigine di emozione che rende sensato l’insieme di tutta un’esistenza. Quegli sciocchi dolci giorni in cui accade qualcosa di davvero bello, in cui il tempo si ferma e l’amore si dilata. Senza più fermarsi o essere ostacolato. Sono pochi quei giorni ma sono fondamentali, perché tutti gli altri costituiscono solo il volume della vita. Quei giorni compongono un poema d’amore chiamato Cold War.

A questo servono le ellissi temporali del racconto: ad accorciare il tempo, a dilatare gli istanti. immagine, nero, altra immagine. Il tempo non esiste contano solo le sensazioni, gli incontri, e le parole. Cold War si sofferma su momenti di vuoto lirico in cui è quasi possibile percepire il battito dei cuori dei protagonisti. Essi infatti si amano. Pawlikowski non descrive il loro amore. Ce lo fa subito percepire. Non importa quando o dove è sbocciata la passione, non importa il momento preciso. Importa che sia successo e che continui a succedere.

Cold War

Il vuoto e poi la musica. Quella musica celestiale che culla, rilassa, incanta. Pawlikowski costruisce tutto il suo film su una continua, ininterrotta melodia. Una melodia che fra le sue pieghe rivela la sua musa ispiratrice. È Zula la musa. È Zula l’astro a cui tutto il film tende. Ammantata dal movimento circolare della telecamera, Pawlikowski avvolge la sua musa in un canto etereo come aveva fatto Kieslowski con Irene Jacob ne La Doppia vita di Veronica, elevandola al cielo.

La musica e il vuoto si combinano poi con Il bianco e nero. Con la sua fotografia piena e compatta infatti Cold War percorre gli anni migliori della storia del cinema, toccando la Nouvelle vague, il Neorealismo, il Cinema nuovo. Profonda, scura, prosaica, la fotografia si adatta perfettamente a ogni contesto descritto.

Si passa dal bianco e nero del 1947, quello del dopoguerra polacco, quello che usò Andrzej Wajda in Ceneri e diamanti per descrivere la Polonia devastata dalle miserie del dopoguerra e dall’affermazione di Stalin. Si arriva poi al bianco e nero notturno, quello dei chiassosi concerti jazz, delle feste private e dei locali, che John Cassavetes aveva esplorato nelle sue Ombre newyorchesi. E poi il bianco e nero di Godard, i lunghi pomeriggi passati a oziare e a fumare sigarette, fino all’ultimo respiro, nel pigro e assolato pomeriggio parigino. Quando un uomo e una donna non fanno altro che chiacchierare sull’esistenza. Infine ci si ferma al caldo bianco e nero di Antonioni, di colui che nella Eclisse dell’esistenzialismo, ci faceva percepire la brezza dell’indifferenza, il respiro dell’amore sofferto, nel caldo mezzogiorno estivo.

Cold War

Ma Cold War non parla più di indifferenza. Non si parla di incomunicabilità. Si parla di speranza. Della speranza di due persone che vogliono stare insieme per sempre. E forse ci riescono. Forse, perché il film non segue i suoi protagonisti, non continua a rincorrerli. Non tutto si deve spiegare razionalmente. Il comunismo era laico e razionale. I suoi artisti no. Pawlikowski lo sa. Il cinema non deve essere razionale. Il cinema nasce nel razionale per arrivare all’assoluto. E Cold War riesce a descrivere l’assoluto continuo rigenerarsi dell’amore.

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