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Degli antieroi americani e degli antieroi italiani

La poetica dell’antieroe oggi è un tema molto invalso nel cinema.

Probabilmente poiché recepisce il social-principio contemporaneo secondo cui è l’Uomo comune a essere meritevole di essere decantato, non più l’eroe.

Oggi par di assistere al trionfo dell’ordinarietà: in rete visualizziamo video in cui persone fanno colazione, attività fisica… cose così.
Il particolare pregio o il merito, difficilmente vengono sponsorizzati dalla rete, forse perché ciò distingue dagli altri. Mentre noi dobbiamo far di tutto per cercare di essere uguali.

E in vetrina c’è ognuno. Dall’analfabeta al pluri-titolato, dal macellaio al fashion blogger, dallo studente al pensionato.

Venendo al cinema, questo come tutti i tipi d’arte influenza o viene influenzato dalle tendenze culturali, dagli usi e costumi della società.
Perciò la grande fecondità dell’idea anti-eroica nel cinema contemporaneo.
Partendo da “The Sopranos”, continuando con “Breaking bad”, sino allo sdoganamento sul grande schermo coi capolavori di arguzia ed ironia che sono Deadpool, uno e due, questa sta contagiando il grande ed il piccolo schermo con una tendenza a dir poco virale.

Ma solo i lavori di matrice U.S.A. vantano un’anima di questo tipo?
Oppure anche nell’italico stivale abbiamo veduto degli anti-eroi sul grande schermo e non ce ne siamo accorti? Non ci resta che andare a scoprirlo insieme…

  • Le Origini

Uno dei primi esperimenti cinematografici del filone anti-eroe in Italia, e forse anche nel mondo, è stato il cinema troisiano.

Massimo ha infatti costituito coi suoi film una rottura col passato, non solo nel concetto di napoletanità, ma anche e soprattutto attorno la figura dell’eroe.
I suoi personaggi sono degli inguaribili insicuri, dei timidi, degli introversi e si contrappongono nettamente allo stereotipo di protagonista, sia anche esso comico, del cinema italiano sino ad allora.
Le frasi monche, il balbettìo, le domande che non trovano risposta sono invece le frecce dell’arco anticonvenzionale di Massimo Troisi.
Il suo cinema ha davvero costituito rottura con tutto quello che c’era prima: Massimo è stato un rivoluzionario mascherato da persona qualsiasi.

Pensare alla scena di “Ricomincio da tre” in cui viene a conoscenza del tradimento subìto dalla stessa Marta, sua fidanzata… ciò lo ferisce profondamente nel cuore ma, vuoi per non perdere l’amata, vuoi per paura di non riuscire a trovarne un’altra, fa finta di niente e stendendosi nuovamente nel letto al suo fianco le chiede se ricordasse il nome dell’inventore della penicillina.

Eloquente anche il finale di “Scusate il ritardo”. Ancora una volta la scena lo ritrae con la compagna, questa volta Anna, con la quale ha avuto una certa crisi nella seconda parte della trama e che, per questo, ha preso la decisione di partire per Perugia.
La scena finale vede i due dialogare, con l’intento di Vincenzo, alias Troisi, di giungere a una riappacificazione. Lei dopo averlo ascoltato e non convinta delle sue parole, comincia col dire: < se devo essere sincera… > e Vincenzo la ferma affermando che non è necessario esserlo: che anche dicesse una bugia, nessun altro ne sarebbe testimone.

Ritorna chiaramente nel cinema troisiano l’astensione dell’autore e interprete ad affrontare apertamente i drammi della vita. All’atto eroico contrappone la fuga, come portavoce di una generazione forse, e sicuramente come sprezzante critica a una società e a una tradizione narrativa di carattere machista.

  • Il Prosieguo

Possiamo dire con una certa sicurezza che il cinema troisiano non ha conosciuto eredi, che lo scettro di quel cinema comico e paradossale, al tempo stesso analitico e critico non è passato tra le mani di un vero e proprio successore.
Ciò è forse riscontrabile maggiormente nelle clip di youtube stars come i “The Jackal” (napoletani come lui) piuttosto che nella tradizione cinematografica italiana dagli anni novanta in poi.

Ad ogni modo, in quanto parossistico esempio di anti-eroismo made in italy è necessario segnalare la serie “L’ispettore Coliandro” con Giampaolo Morelli e diretta dai Manetti bros.
La tagline della serie recita eloquentemente: “L’ispettore Coliandro. Il braccio maldestro della legge”.

Il protagonista è un ispettore di polizia privo di grandi capacità investigative ma con una gran voglia di ottenere dei risultati e la smania di apparire valoroso.
E’ per questo che facilmente lo osserviamo adottare comportamenti non proprio professionali, addirittura anteporre il corteggiamento della protagonista femminile di turno, alle indagini.
Se però, tra un colpo di fortuna e l’estrema testardaggine, è in grado di venire a capo dei casi seppur goffamente, nella vita rimarrà sempre deluso e insoddisfatto. I suoi superiori puniscono costantemente il comportamento fuori dagli schemi e la femme fatal, dal canto suo, non cadrà mai tra le braccia dell’ispettore.

Del 2015 invece annoveriamo la pellicola “Lo chiamavano Jeeg Robot”, protagonista Claudio Santamaria. Enzo Ceccotti è un malvivente di bassa lega che si barcamena tra piccoli furti e gli adorati Danette alla vaniglia.
Cercando di sfuggire alla polizia, una mattina si getta nel Tevere e si ritrova invischiato da una sostanza radioattiva esalata da strani bidoni giacenti sul fondo del fiume.
E come potrà mai un malvivente usare dei superpoteri quali l’invulnerabilità e la super-forza? Ovviamente commettendo furti ancor più arditi.
Ma l’incontro con Alessia, ragazza complicata e al tempo stesso fonte di ispirazione per lui, durante tutto il film gli conferirà la speranza necessaria per astrarsi dalla sua condizione di uomo e criminale di borgata. Per aspirare a qualcosa di meglio.

Nel finale difatti vedremo un Enzo redento, in cima al colosseo, vegliare sulla città di Roma mettendosi al servizio dei suoi abitanti e della loro sicurezza.
Il monologo di chiusura cita proprio la speranza, necessaria agli esseri umani affinché possano credere e lottare per un futuro migliore.

  • Parallelismi/difformità con gli anti-eroi americani

Se prendiamo come elemento di paragone una delle prove meglio riuscite, Deadpool, possiamo stilare un dossier in cui l’antieroe a stelle e strisce figura, si privo di una vera e propria etica, spesso goffo e grossolano, addirittura comico…però vincente.
Nel finale di entrambi i capitoli infatti vediamo Wade, si sostenuto da compagni valorosi, ma sempre e comunque trionfare sugli antagonisti.

Nel secondo film riuscirà addirittura a convertire l’animo vendicativo del giovane villain Firefist.

La vittoria, una costante che unisce eroi e anti-eroi d’oltreoceano.

Questa prerogativa del cinema yankee la possiamo ritrovare anche lasciando per un attimo il recente filone di film e serie di questo tipo e dirigendoci, a ritroso sino agli anni ‘90, a scomodare un monumento del genere come Jim Carrey.

Il suo The Mask o Ace Ventura, in quegli anni, hanno rappresentato qualcosa di molto simile all’archetipo di protagonista scapestrato ed eroe anticonvenzionale che oggi caratterizza la tanto (ab)usata idea anti-eroica.
Pertanto trattando di “vittoria” anche gli Stanley Ipkiss e Ace Ventura a conti fatti riescono immancabilmente a salvare la città, a portare a termine il compito di ricerca dell’animale svanito.

Pare che nel cinema moderno, dalle sue radici sino alle contemporanee fronde, non si riesca a prescindere dal binomio protagonista-vittoria. Persino quando si tratta di un anti-eroe.

Ma, in quanto italiani, possiamo dissentire da tal intelaiatura poiché vantiamo uno dei pochissimi esempi di narrazione puramente anticonvenzionale in questo tema.

Nei precedenti paragrafi abbiamo parlato dei lavori di Massimo Troisi: guardandoli con mentalità aperta ci accorgiamo che rispondono ad un concetto totale di anti-eroe. I suoi personaggi rappresentano protagonisti che potrebbero cambiare in meglio la propria vita, sono ad un passo da questa possibilità, ma puntualmente vi rinunciano e scelgono la stasi.
Per quanto nei suoi film non si tratti di salvare il mondo o la vita di una persona cara, il protagonista sceglie (provocatoriamente) di rinunciare alla vittoria finale e all’epiteto di eroe.

Troisi ci dona con estremo umorismo e con grande unicità dei personaggi che “a un tanto così” dal affermare sé stessi e realizzare le proprie vite, scelgono incontrovertibilmente di rimanere nel fondo. Di continuare inesorabilmente a perdere.

Leggi anche: La Poetica degli Anti-Cinecomics – Il Lato Oscuro della Luce

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