Home Nella Storia del Cinema Cinema Italiano L'Eredità Italiana: da Rossellini e Fellini, verso Garrone e Sorrentino

L’Eredità Italiana: da Rossellini e Fellini, verso Garrone e Sorrentino

Tracciare una storia di quello che è stata l’evoluzione del cinema nel bel paese è un’ardua impresa, tuttavia l’obiettivo è quello di mostrare come uno specifico periodo storico artistico abbia contribuito a far diventare il cinema italiano il punto di riferimento dei maggiori cineasti odierni o poco recenti e come parallelamente abbia tracciato delle linee guida per lo sviluppo della settima arte: una tipologia di cinema che spesso viene dimenticato ma che ha contribuito a limare e ad approfondire per i posteri il rapporto con un’arte ancora giovane ma sempre pronta ad evolversi davanti ai nostri occhi. Il periodo storico che prenderemo in considerazione è quello che trova i suoi albori negli anni 30 ma che prende coscienza di sé negli anni 40 e 50, quando parallelamente si svilupperanno due filoni fondamentali: neorealismo da una parte e dall’altra una tipologia di cinema più vicino alla poesia, all’uomo, all’infinito universo umano che il mezzo cinema ha la facoltà di raccontare. Dopo la caduta del regime fascista, i cineasti italiani hanno cominciato a sentire una nuova esigenza espressiva, ossia quella legata al sociale, al reale, con un occhio indagatore che potremmo definire quasi voyeuristico in alcuni casi. Ed ecco che con due importanti figure quali Vittorio De Sica e Luchino Visconti il cinema italiano si indirizza verso il genere che lo renderà grande: il neorealismo.

 

IL NEOREALISMO

Nel 1943 De Sica e Visconti danno vita a due film fondamentali “I bambini ci guardano” ed “Ossessione“, considerati il manifesto del neorealismo cinematografico. Nel primo caso ci viene narrata la storia di una famiglia che si sgretola e l’innovazione è che tutto questo ci viene raccontato attraverso gli occhi di un bambino che vede sua madre e suo padre separarsi. Nel secondo caso invece assistiamo ad una travolgente passione narrata con un occhio diverso, un occhio indagatore che non ha paura di vedere l’abisso dentro il quale l’animo e il sentimento umano comincia a vacillare. Un nuovo tipo di cinema, un cinema con una presa diretta sul reale, sul sociale, un cinema a cui interessa raccontare la vita e le persone di quell’italia. Con la fine della guerra questa volontà diventa più forte e stimolata dalla sofferenza nel vedere il proprio paese ridotto in macerie, altri registi si affacciano sulla scena cinematografica con la volontà di mettere su immagine la situazione.

Nel 1945 Rossellini gira “Roma città aperta” un racconto, una tranche de vie su quello che è stato il risvolto di una guerra che non doveva essere combattuta e che ha lasciato il paese in una situazione riprovevole. La macchina da presa registra tutto per strada, le macerie, le rovine della guerra diventano protagoniste della pellicola per non nascondere dietro la scenografia nulla di quello che la realtà palesava. Tre anni più tardi De Sica firma quello che diventerà probabilmente il più alto risultato di questa poetica: “Ladri di biciclette”.  Con la strada come sfondo e attori spesso non professionisti il neorealismo italiano ci ha mostrato in maniera ruvida e non filtrata quella che era la volontà di un popolo: lasciarsi alle spalle i terribili anni della guerra, ritrovare un’ordine sociale, abbandonare la povertà alla quale si era stati relegati.

 

IL CINEMA E LA POESIA

Con l’inizio degli anni 50 la spinta neorealista comincia ad affievolirsi, l’italia conosce una ripresa economica che sfocerà a fine decennio nel boom che vedrà il paese compiere un balzo decisivo nel suo sviluppo. Sono gli anni in cui il cinema comincia a concentrarsi sull’uomo, con la viva lezione di Visconti  (che spesso ha fuso realismo e poesia in un unico meraviglioso conglomerato) i cineasti si concentrano sull’intimità dell’uomo, su temi esistenziali con i quali in un tempo di grande cambiamento sociale l’individuo doveva fare i conti. Incomunicabilità, alienazione, estraniazione e difficoltà nel rapporto con l’altro, la ricerca di un proprio posto e una propria identità nella civiltà dei consumi di massa e dell’affermazione di un capitalismo sempre più invasivo ispira artisti come Fellini ed Antonioni nella concezione delle proprie opere cinematografiche.

Fellini esplora l’onirico, l’intimo, l’insuccesso, il ricordo, legandosi alla speranza che un’arte come quella cinematografica possa ergersi a espiazione di un dolore personale che attraverso i protagonisti delle sue pellicole diventa dolore condiviso, diventa partecipazione e ricordo di un popolo. Più legato a temi esistenziali e decadenti invece Antonioni con la trilogia dell’incomunicabilità ci ha mostrato quanto sia effimero un mondo nel quale i sentimenti e le emozioni umane si limano sempre di più fino a scomparire sotto i colpi incessanti dell’interesse individuale. Quello che ci viene mostrato è un mondo in cui la realtà appare così tanto poco reale da non poter essere vissuta se non come “assenza”.

 

Queste due propensioni hanno tracciato una linea guida nella storia del cinema italiano e mondiale, a partire dalla commedia all’italiana dove questi due elementi spesso coincidono in senso lato, fino ad oggi. La poesia che possiamo leggere nei film di Paolo Sorrentino non è che una continuazione della lezione Felliniana e perché no, anche antoniniana. L’incomunicabilità di Jep Gambardella non è lontana da quella che Antonioni e Fellini ci hanno raccontato, la Roma da sfondo non è che quella che abbiamo già conosciuto con “La dolce vita”, il popolo e i suoi usi e costumi non mancano di certo nel marcato e cinico realismo che questi eroi tragici trasmettono anche oggi. Ma se di realismo vogliamo parlare allora come non citare Matteo Garrone. I suoi film, spesso ispirati a fatti di cronaca reali (“Il cartaio, Dogman), non lasciano spazio a qualcosa di altro, non vi troviamo idealizzazione o interesse nel mostrare qualcosa che va recepito e interpretato. La realtà narrata è quella che possiamo immaginare, un omicidio e la situazione che esso comporta in un personaggio  sono quelle che effettivamente potremmo vedere, non immaginare. Scampia è il luogo nel quale il male viene descritto per quello che è, nessuno sfugge con l’idealizzazione ad una realtà spesso più dura di quanto la nostra mente potrebbe fantasticare, spesso raccontare l’essenza reale di un’esperienza può far più male se descritta piuttosto che se “raccontata”.

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