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True Detective 3×01 – Una bomba a tempo

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Certo che mi ricordo

Questa la frase con la quale si apre la terza stagione di True Detective, che come le due precedenti è stata ideata e scritta da Nic Pizzolatto. Una frase che non è messa lì per caso.

Un’inquadratura dall’alto sul bosco, che trasmette subito un senso di inquietudine, e il primo piano della ruota di una bicicletta che corre sull’asfalto. Elementi che sembrano suggerire un dualismo fra l’immobilità caratterizzante della provincia americana dimenticata da Dio e il fluire del tempo che si riflette nella dinamicità dalla ruota.

Non solo, il rumore della ruota che gira introduce sonoramente la scena successiva, con l’inquadratura di un orologio che dà l’effetto di assorbire quel suono e di tradurlo in un ticchettio. Quel tempo viene scandito da molto: si legge nell’espressione di uomo anziano che si guarda allo specchio, un’espressione che è scavata non solo dal tempo, appunto, ma anche dal quel tipo di malessere che logora chi ha molti rimpianti.

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Quell’uomo è Wayne Hays (interpretato dal Premio Oscar Mahershala Ali), che scopriremo essere stato un detective della Polizia di Stato. È la figura che fa da raccordo ai tre livelli temporali su cui è strutturata la storia: nel 1980 gli viene assegnato il caso di sparizione di due bambini nella cittadina di Finger West, in Arkansas. Nel 1990 è seduto davanti a due uomini, in quella che si presume essere una centrale di polizia, che fanno domande sul suo caso degli anni ’80. Infine, nel 2015, ormai anziano, mostra i segni di un rilevante problema di memoria e si appresta ad essere intervistato su quello stesso caso che ha seguito negli anni ’80 e, presumibilmente, ripreso negli anni ’90 in seguito a determinati sviluppi.

Un gioco metacinematografico finissimo quello che vede la storia prendere forma da un protagonista – nonché narratore – che tuttavia ha perso il senso di quella forma, tant’è che deve auto-lasciarsi messaggi su di un piccolo registratore per eludere la sua condizione e permettere, paradossalmente, che la storia vada avanti. È come se il filo che lega i momenti della sua vita – e della nostra storia – fosse rappresentato da quel registratore e lui vi si aggrappasse con ogni mezzo – e con lui lo spettatore.

A contribuire alla sostanzializzazione di questo flusso di coscienza ci sono elementi di continuità che legano le finestre temporali nel passaggio da una scena all’altra. Uno sguardo verso la luna nella notte di una tremenda scoperta che si tramuta nello sguardo abbagliato dal riflettore della troupe televisiva che emana luce bianca. Il libro di un insegnante in classe che, nel cambio scena, diventa il libro scritto dalla moglie del detective Wayne Hays.

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In questo primo episodio ci sono moltissimi rimandi alla prima stagione di True Detective, forse persino troppi.

Il dualismo nei due colleghi di indagine che emerge in un diverso approccio metodologico al caso e nella loro diversa sensibilità psicologica. Oppure le piccole bambole di paglia che portano Wayne a trovare il corpo senza vita di uno dei due bambini, le quali ricordano moltissimo le costruzioni che Rust e Marty – i detective protagonisti della stagione madre di True Detective – trovano vicino alle vittime. O ancora, la struttura temporale della storia, in questo caso tripartita, che si delinea lungo un caso che viene chiuso e riaperto.

Analogie a parte, vi è un interessantissimo leitmotiv che lega la figura di Rustin Cohle a quella di Wayne Hays. Entrambi, seppur con diverso impeto, vogliono evadere dagli schemi concettuali che vengono loro imposti dalla società. Tuttavia ciò che cambia sono le modalità di evasione dalla realtà con cui si scontrano: mentre Rust usa il cinismo e una razionalità talmente definita da lasciare una scia di dogmatismo, il detective Hays lo fa con un emotività che, ben lontana dall’essere confusa con la fragilità, gli permette di acuire le sensazioni e di sviluppare un tipo di riflessione che aggira le modalità standard di pensiero.

Ed è proprio quest’emotività travestita da istinto animalesco che lo porterà a scoprire il corpo senza vita del piccolo Will, lasciandosi poi sopraffare da un insieme di dolore, terrore e senso di colpa di fronte alla sua impotenza. Lo stesso istinto che guiderà la sua ricerca nel resto dell’indagine e che, per ora, si ferma alle soglie di una notte che si è fatta più buia che mai.

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Forse ora di luce ce ne è un po’ meno, perché è l’oscurità che sta vincendo.

Insomma, se la seconda stagione di True Detective non era stata in grado di canalizzare la forma mentis della prima stagione, quella appena iniziata sembra avere tutte le carte in regola per dar vita a quel vortice di atomi che, scontrandosi, danno vita ad un’evoluzione non solo della storia, ma anche degli stessi personaggi.

Se il tempo, insieme alla memoria, sarà sicuramente importante nella risoluzione della storia, non resta da dire altro se non che la miccia è appena stata accesa. Ed è quindi solo questione di tempo, ancora una volta, prima che la bomba esploda.

Leggi anche: True Detective – La Luce sta vincendo, Forse

Edoardo Wasescha

- Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere - Aspirante giornalista - Nerd da prima che diventasse una moda

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