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Il caso Apu: una storia di Simpson e morbida censura

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Al tavolo di un ristorante giapponese ci sono il comico Hari Kondabolu, un ebreo e un irlandese.

No, sul serio, al tavolo di un ristorante giapponese ci sono il comico Hari Kondabolu e l’attrice Whoopi Goldberg, stanno discutendo di razzismo nelle rappresentazioni americane delle minoranze etniche. La Goldberg ha a casa propria una foltissima collezione di quelli che lei chiama “negrobilia”, cimeli tra cui locandine pubblicitarie, bambole, fumetti, maschere, cartoline, tutti riconducibili a quella storia di supremazia bianca e appropriazione culturale tipicamente statunitense – ma non mancano pezzi provenienti dalla Germania nazista. La cosa non la disturba affatto perché “quando hai a che fare con l’ignoranza, come puoi esserne infastidito? La gente non ne sapeva niente, cercava solo di fare qualche soldo [creando immagini che al tempo erano divertenti n.d.a.]”.

 

È circa la stessa cosa che viene in mente guardando il documentario dal quale l’intervista è tratta: farà arrabbiare in parecchi adesso, ma ce ne ricorderemo come il latrato poco lungimirante, tremendamente comodo, per niente comico di un comico dei primi del ventunesimo secolo.

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In The Problem with Apu (Hari Kondabolu, 2017) l’autore attacca la scrittura de I Simpson in relazione a uno dei personaggi stereotipi più famosi di tutto lo show, l’immortale proprietario e gestore del Kwik-E-Mart di Springfield: Apu Nahasapeemapetilon. E non aveva alcun diritto di farlo, anche se egli stesso è un indiano americano. Il documentario in questione stava già fortunatamente cominciando a incamminarsi verso il dimenticatoio mediatico, persino dopo che gli attuali autori della serie avevano risposto alle accuse mosse da Kondabolu con una puerile, semplicistica, infelice battuta affidata alla piccola Lisa in una delle ultime puntate.

Se non che, se non che di certe cose è difficile dimenticarsi visto il fervore, il violento potere attivo del pubblico che si esprime attraverso la rete, ed è capace in pochi minuti di decretare il successo o la fine di intere carriere e annosi progetti. Così, non troppo tempo fa, Adi Shankar informava la stampa di alcuni rumors secondo cui il personaggio di Apu sarebbe potuto esser messo in disparte per non ricomparire mai più, evitando al marchio Simpson e alla Fox ogni futura controversia. La smentita dei produttori non ha tardato a giungere.

Eppure attacchi simili si fanno sempre più frequenti e accesi nei confronti di un certo tipo di rappresentazioni contemporanee. E proprio per questo motivo, nonostante il pericolo sia apparentemente scampato – ma possiamo dirci certi che i detrattori della serie si siano ritirati solo temporaneamente – vale la pena soffermarsi a prendere in esame tali rappresentazioni.

Contro I Simpson è sembrato profilarsi l’ennesimo caso in cui la libertà creativa dell’autore di finzione viene messa in proscrizione da un’attività censoria. Che questa censura poi provenga dal basso, dal pubblico stesso che entra in contatto con l’opera, e non dall’alto, da un ipotetico potere inquisitorio che da molti anni ha perso un volto e un nome, poco importa, sempre di censura si tratta.

Viene da domandarsi se, quando è il pubblico a sancire il successo o l’insuccesso di un’opera, ogni arte non sia forse ancora libera nel rapporto dialettico, pur conflittuale, che instaura col fruitore. Se rifiutare queste meccaniche non equivalga a disconoscere tutto ciò che l’uomo ha fatto di fronte ad altri uomini nel corso della storia. Certamente questo è vero, eppure non toglie il diritto di ogni finzione di esistere, di ogni non-realtà di farsi reale nel momento in cui vi si assiste. Il diritto alla vita, in definitiva, di ogni opera artistica (eccetto i film di Michel Gondry), sempre a patto che a questa ci sia almeno permesso assistere per poi, solo dopo, decidere di consegnarle o meno il successo meritato.

Ma quando capita che quel successo divenga l’unico metro per stabilire non solo se un’opera sia dignitosa, ma se debba essere creata e tramandata, o invece venire distrutta, o addirittura scartata ancor prima del suo concepimento, quando insomma sono le leggi del mercato e l’acclamazione popolare a decretare la sua sentenza di morte, ecco che nessuna rappresentazione è più libera, e di nuovo è in atto una censura.

La storia dell’intera serie animata, dalle prime fulminanti stagioni alle ultime produzioni residuali atte a tenere in vita quel che resta di un franchise, è d’altra parte sempre stata costellata da una galassia di stereotipate rappresentazioni etniche, socioculturali, economiche, sessuali. Lungo il corso dei decenni ha preso vita un ecosistema di personaggi che in molti oggi non esiterebbero a marchiare come inappropriati e offensivi, per poi spedirli al patibolo delle finzioni. In tal senso, la sparizione del personaggio di Apu avrebbe creato un tragico precedente e un alibi per successivi eccidi di idee, anche al di fuori dell’universo Simpson. Quando eventi del genere si verificano, è sempre per un’ingiusta causa, anche quando le peggiori rappresentazioni sono gratuitamente e anticomicamente offensive. Ma se in questo caso, quello di Apu, e dei Simpson in generale, nemmeno ci fosse alcun che di offensivo?

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Kondabolu taccia il personaggio di Apu di appropriazione culturale – alla fine del documentario regalerà una sua action figure a Whoopi Goldberg perché lo aggiunga ai suoi negrobilia. Il comico ci racconta di come la rappresentazione del commerciante indiano sia offensiva nei confronti dei suoi genitori e di tutti gli immigrati di prima generazione, e di come buona parte della propria vita e di quella di molti americani originari del Sud-est asiatico sia stata negativamente influenzata dall’associazione razzista col commesso del Kwik-E-Mart – frequenti, ci dice, sono state le battute rivoltegli da sconosciuti in stile “Thank you and come again”, la frase topica pronunciata da Apu con un pesante accento indiano.

Il punto è che non deve per forza trattarsi di appropriazione culturale, sfruttamento, offesa, se qualcuno non appartenente alla tua stessa etnia, ceto sociale o orientamento sessuale fa comicità sfruttando ciò che “non gli appartiene”, perché dipende, ovviamente, da come quella comicità viene concepita e realizzata.

Ne I Simpson, la rappresentazione di un intero mondo di macchiette differenti dallo standard statunitense non è mai finalizzata a una loro derisione, anche se spesso lo spettatore ne ride. Questo è l’apparente paradosso che vale la pena sviscerare. È l’opera in sé che, in ultimo, irride lo spettatore proprio perché è riuscita a farlo ridere. Egli, per mezzo dei cliché del microcosmo di Springfield, è coadiuvato nel riconoscimento delle bizzarre caricature, e di fronte a quel tipo di rappresentazione si diverte senza cognizione di causa, senza consapevolezza della critica che lo coinvolge nel momento in cui la sua risata scaturisce.

Prove incontrovertibili di una simile tesi vengono spesso affidate dagli sceneggiatori a una sterminata, deliziosa, elegantissima serie di finestre metanarrative, nelle quali un personaggio – solitamente si tratta di Homer – si trova davanti a una televisione accesa. Ha cioè a che fare con la stessa occasione di fruizione che in quel momento coinvolge anche chi lo sta osservando: lo spettatore reale, che viene in questo modo chiamato in causa.

A titolo d’esempio, nel sesto episodio della quarta stagione, vediamo Bart riuscire a distrarre Homer dai suoi doveri di genitore proponendogli, invece che punirlo, di lasciarlo andare a giocare con Milhouse, mentre lui potrà passare il pomeriggio a godersi le “imprevedibili situation comedy messicane”; accende dunque la tv al padre che si accomoda compiaciuto. Sullo schermo compare l’Uomo Ape, macchietta etnica sudamericana, il quale si sta esibendo nelle sue tipiche scene da commedia slapstick in uno spagnolo ostentatamente strillato, dall’effetto ridicolo, offensivo per chiunque si possa dire intelligente, ma che in Homer suscita ilarità spontanea. Qui l’ironia di Bart nei confronti della stupidità del padre è già forte, ma non percepita da quest’ultimo che, nel momento in cui siede sul divano, diviene all’interno della storia una proiezione dello spettatore reale, di noi stessi che in quel momento, mentre Homer guarda la propria, stiamo davanti allo schermo della nostra tv, che si trasforma nel più scomodo specchio delle nostre peggiori inclinazioni.

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Ancora, nel quindicesimo episodio della quinta stagione, di nuovo Homer, depresso per via della derisione dei familiari nei confronti del suo scarso intelletto, si rifugia da solo sul divano del salotto, per consolarsi con un po’ di televisione, perché “la tv mi rispetta, lei ride con me, non di me” e, una volta accesa, vi appare un uomo che punta il dito contro lo spettatore – sia verso Homer che verso noi stessi, dato che lo schermo della tv di casa Simpson va a occupare l’intera inquadratura – e si lascia andare a una fragorosa risata, dandogli (e dandoci) addirittura dello stupido.

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In The Problem With Apu, Hari Kondabolu, con la sua ignorante pedanteria polemistica, si ostina però a non fare alcun tipo di analisi simile, e piuttosto preferisce parlarci di una riunione degli sceneggiatori dello show durante la quale “un tizio bianco [Hank Azaria, il doppiatore di Apu n.d.a.] s’inventò una voce indiana stereotipata, e un gruppo di scrittori bianchi in una stanza si mise a ridere di fronte a quell’imitazione. E questo portò alla nascita del bullo della mia infanzia, di un insulto vivente nei confronti dei miei genitori.”

Ciò che Kondabolu non afferra è che la colpevolezza, e la vera appropriazione culturale che ha dovuto suo malgrado sopportare, è stata causata dagli imitatori nella vita reale delle macchiette simpsoniane, da quegli stessi americani che sono le prime, inconsapevoli vittime delle beffe dei Simpson.

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Quel “gruppo di scrittori bianchi”, consci del proprio compito autoriale, ridevano, coscientemente, anche di sé stessi. Essi dileggiavano la propria reazione nel momento in cui la manifestavano: non si spiegherebbe altrimenti la caratterizzazione comico-dispregiativa di molti personaggi tipicamente americani all’interno della serie televisiva. Il più canzonato di tutti non è in fondo lo stereotipo che gli autori creano per rappresentarsi e rappresentare lo spettatore americano? Il prototipo caricaturale della classe media a stelle e strisce? Non è forse Homer Simpson il primo eroe ma anche il primo antieroe di ogni storia?

Egli si fa ridicolo portavoce dell’ipocrita, idiota e scellerata piccola borghesia bianca da villetta, ma non per questo è privato di umanità e frequenti riabilitazioni (come Apu, Willie, Barney, Krusty, addirittura l’Uomo Ape, e tanti altri), perché egli è tutto ciò che un americano medio riesce purtroppo a essere e tutto ciò che per fortuna è in grado di diventare. Attraverso Homer si dice all’America intera: “America, tu sei orribile, è giusto che ti prenda gioco di te stessa, ma puoi anche essere meglio di così, ed ecco come.”

Si tratta insomma di una comicità, quella de I Simpson, che colpevolizza l’audience, ridendo di rimando alla sua risata. Una comicità che risveglia nell’inconscio del pubblico un’estraneità dal proprio stereotipo, spingendolo a vergognarsene.

Nei Simpson non si insegna a farsi beffe del diverso – invero, nei tempi migliori, i Simpson non cercavano di insegnarti un bel niente – perché, quando si ride della diversità altrui, lo show ci dimostra che ci si sta prendendo in giro da soli. Homer non ride mai di Apu in quanto macchietta, e alla fine nessun personaggio è divertito dalle differenze di un altro, o meglio, non gratuitamente. Quando accade, è perché lo spettatore possa schernire non il diverso, ma l’ignoranza di chi del diverso si prende gioco, implicitamente schierandosi dalla parte del più debole.

Quando invece l’esposizione della macchietta si presta allo scaturire della nostra risata nei suoi confronti (e i due momenti, quasi sempre, coincidono), entra in azione quel meccanismo di derisione a specchio che vede la nostra tv prenderci in giro, proprio come Homer in quella già menzionata scena metatelevisiva. Divertendoci, decretiamo noi stessi la colpa a priori della nostra fruizione, la nostra condanna morale.

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Queste ragioni, che fanno de I Simpson una delle serie più caustiche e provocatorie di sempre, oltre che delle più brillanti, assieme alla questione della morbida censura dal basso, forse sembrano chimere agli occhi della platea che, senza meglio capire, si ritrova in mano un potere dittatoriale sull’arte. In tal modo, la diatriba si riduce al generale accanimento da parte dello spettatore contemporaneo contro il politicamente scorretto – locuzione spesso impropriamente abusata, anche dagli ultimi Simpson –, quando questo accanimento, più semplicemente, risulta imputabile a una scarsa partecipazione e a una mancata comprensione di fronte all’opera (letteraria, figurativa, audiovisiva etc). Non per forza è da additarne una sorta di idiozia generazionale, ma certo l’incontrollabile rapidità, l’abnorme quantità e l’aleatorietà dei contenuti che giornalmente ci scorrono sotto gli occhi non aiuta.

Nel caso esemplare delle rappresentazioni macchiettistiche nei Simpson, non siamo più abituati a leggere ciò che quest’ultime comunicano, fermandoci solo al primo significato, erroneo, in cui riteniamo che esse cerchino di dire qualcosa di sé, quando in realtà niente di sé stanno dicendo. Non ci chiediamo cosa i bizzarri tipi e le nostre reazioni nei loro confronti dicano in realtà di noi. Non consideriamo, nei Simpson come in molti altri casi, la relazione che noi destinatari intratteniamo con quella rappresentazione e viceversa.

Una sbadataggine del grande pubblico, questa, stavolta non dettata, ma subita, e che trova la propria ragione nelle circostanze storiche. Una fruizione noncurante, che non può che impoverire la profondità di qualsiasi cosa si cerchi di comunicare a un uditorio più esteso e passivo che mai. Una visione disattenta e suscettibile, che sembra porsi con sempre maggiore difficoltà di fronte a contenuti di qualità, decretando la morte di molti di quelli che sono esistiti in passato, e oggi solo stentano a sopravvivere. È il caso dei Simpson, i quali già da tempo avrebbero dovuto ritirarsi, risparmiarci le abominevoli stagioni degli ultimi anni, abbandonare le scene per morire con dignità. Volerli costringere a farlo è però un attentato alla vita, non un’eutanasia.

Leggi anche: Perchè I Simpson fanno del mondo un posto migliore?

Emanuele Buonamici

Studente di lettere moderne presso l'Università Cattolica di Milano, scrittore di cinema e società, autore fantasma.

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