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L’incipit di Up – Dallo spirito dell’avventura alla vita reale

Tantissime persone amano Up, ma sembra che siano ancor di più quelli che amano i suoi primi dieci minuti. Provate a chiedere a qualcuno un parere su quest’opera, molto probabilmente la risposta sarà “bellissimo film, l’inizio è sublime”. Lo dicono tutti e opportunamente. Forse non sapranno spiegarvi il motivo preciso del loro amore per questa sequenza, sanno semplicemente che non sono riusciti a non commuoversi. L’incipit di Up smuove regioni delicate e complesse della nostra emotività, ci fa respirare profondamente per poi toglierci il fiato, scomodando sensazioni che non avremmo mai preventivato di provare in un film simile. Proviamo a capirlo ancora meglio, percorrendo i suoi splendidi fotogrammi.

– Croce sul cuore! Bene, l’hai promesso, non si torna indietro!

Up è un film coraggiosamente sincero, parla di sé, dei suoi temi e della sua anima fin dall’apertura. Le prime tre parole che leggiamo nel film, infatti, sono Spirit of Adventure, il nome del dirigibile di Charles Muntz, l’esploratore sul quale proiettano un documentario che il piccolo Carl, il nostro protagonista, guarda estasiato. Anche lui vorrebbe girare il mondo e andare in Venezuela come Muntz per vedere le magiche Cascate Paradiso, così da scoprirne, inebriato, i segreti. Durante un’immaginaria e pericolosa esplorazione del quartiere insieme al suo fedele palloncino Spirit of Adventure, Carl conosce Ellie, una vivace bambina che nutre il suo stesso folle sogno. La promessa è chiara: si va insieme alle Cascate Paradiso. Croce sul cuore. Non si torna indietro.
Da qui le parole si fermano e lasciano spazio alla dolce e sognante musica composta da Michael Giacchino, facendoci ripartire direttamente dal matrimonio di Carl ed Ellie. I due acquistano la casa diroccata nella quale si sono conosciuti, la dipingono con i colori più vivaci, la adattano alle loro persone e al loro spirito di avventurieri, che non cessa mai di esistere. Durante un picnic nella loro collina preferita, tutte le nuvole nel cielo iniziano ad assumere la forma di un neonato, con la classica ed elegante magia Pixar.

Ogni colore è vivido, dopo pochissimi minuti l’animazione, la storia e la musica riescono a farci immergere in un soffice sogno, lo sguardo complice e ricco di spirito dell’avventura di Carl ed Ellie annuncia la loro voglia di una gravidanza imminente.
In un momento simile il film, grazie alla sensibilità di un autore come Pete Docter, crea uno squarcio profondo. Con fisiologico ritardo subentra un elemento tanto scontato quanto inaspettato, soprattutto in un film d’animazione per famiglie: la vita reale; quella che nel suo capolavoro successivo Inside Out verrà mostrata con ancora più convinzione, coadiuvata da dei piccoli omini cerebrali che rappresentano le nostre emozioni. In Up la vita reale si palesa con crudeltà, con la fermezza di un’inquadratura che spegne i colori e ci dice che Ellie non potrà mai avere figli.

I coniugi non si danno per vinti, il loro legame può battere tutto. Non potranno procreare, ma hanno fatto una croce sul cuore. Il nuovo progetto, quindi, è di raccogliere dei risparmi per andare finalmente alle Cascate Paradiso. Ma nuovamente, la vita reale torna a farsi sentire. Degli imprevisti normali come una ruota bucata o un infortunio porteranno la coppia a spaccare il salvadanaio troppo spesso, d’altronde le risorse sono limitate, Ellie lavora in uno zoo nel quale Carl vende i suoi beneamati palloncini. Dopo una vita di amore e di risparmi, finalmente arriva la dolce ricompensa per gli ormai anziani coniugi, Carl ha acquistato due biglietti per il Venezuela per regalarli ad Ellie una volta arrivati in cima alla loro collina, durante una salita che il fisico della povera donna, purtroppo, non riesce a scalare. L’anziana è curva e affaticata dinanzi al tramonto della sua vita, con un fisico che non le permette di stare accanto all’uomo che ha sempre amato.

Irrompe di nuovo la vita reale, cinica, prepotente e infame come la malattia di Ellie, che nonostante il ricovero non ce la farà. L’immagine di Carl al funerale della moglie, da solo nella penombra e con un palloncino in mano, è il ritratto del dolore che questi dieci minuti ci fanno provare. Lo spazio per il sogno è limitato, perché la realtà parla un’altra lingua. Possiamo veder volare delle case legate a dei palloncini, possiamo sentire parlare gli animali o vedere le nuvole che cambiano forma, ma la vita è sempre la stessa, dentro e fuori dall’animazione. Anche la storia d’amore più poetica conoscerà battute d’arresto e sfortune, ed è su questo livello d’immedesimazione che fa leva questa meravigliosa sequenza. Up apre con una manciata di minuti di cinema triste per un pubblico di bambini, ma che risulta, forse, ancora più devastante per gli adulti. Pete Docter chiama in causa sentimenti basilari come la lealtà e l’affetto, ma si spinge fino all’immagine di un uomo avvolto dallo sconforto di chi ha subito il lutto più doloroso di tutti, e dall’amarezza di chi avrebbe potuto dare e fare di più. Sensazioni decisamente più complesse.

Il sogno e lo spirito dell’avventura, la mancanza e la vita reale, Up parla di questo e ce lo comunica in dieci minuti di un’intensità unica. Ora Carl è solo e silenzioso, con il macigno dato dall’assenza della sua anima gemella e con una croce nel cuore che non ha potuto soddisfare. Ma nulla è ancora perduto.

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