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Il Capitale Umano – Un triste Velo di Maya

il capitale umano

Ve li ricordate i film di Elio Petri? Le prime opere di Marco Bellocchio? La classe operaia va in Paradiso o Sbatti il Mostro in prima pagina? Un tempo fare cinema era innanzitutto manifestare, suscitare una speranza, indurre alla lotta chi ormai stanco dei soprusi e di chinare la testa. L’autore era innanzitutto uomo prima che regista e le idee del primo erano ben più importanti di quelle del secondo. Dopo un po’, però, arrivarono i multisala, la gente era stanca di riflettere e d’improvviso tutto scomparve. Gli ideali non contavano più, i messaggi veicolati men che meno, esisteva solo il botteghino. Addio cinema d’autore, benvenuti cinepanettoni!

E’ un Virzì nostalgico quello di Il Capitale Umanomoderno ma nostalgico. Perché come un tempo, mai l’uomo ed il regista furono così sovrapponibili, così l’uno identico all’altro. Pronti a scuotere le coscienze, a renderle libere, a stracciare quel Velo di Maya che attanaglia il Bel Paese.

Difatti, pur in un amplesso di anime, una protagonista emerge più di chiunque altro in il Capitale Umano: la Brianza della potente famiglia Bernaschi. Andando indietro di due secoli fa, la Brianza dei padroni. Già, perché per capire Virzì, ancor di più questo Virzì, non si può prescindere dai luoghi e tantomeno dall’impegno politico che ha caratterizzato filmografia e vita del regista. Per questo concedetemi un piccolo excursus su colei, che come una musa ispiratrice, fu già protagonista di Ovosodo e che, di lì a poco, lo diverrà anche di La Pazza Gioia.

Aaaaaaaah, la Toscana degli anni 80′! Una terra carnivora fin dalla nascita, fatta di campi arsi dal sole e monumenti illuminati da chi sa quale Dio seduto in cielo. Uno scorcio d’Italia denso di storia, che nella c aspirata ha trovato uno dei suoi tanti distingui e che in un’ideologia, incubo o sogno che sia, ha trovato la sua espressione. La Sinistra in Toscana è difatti sempre stata di casa, anche ora, in un’epoca dove il vento soffia forte a Destra e il socialismo perisce in ogni parte del mondo. E così come le camerette di molti adolescenti, anche le pareti di casa Virzì furono stracolme di poster di Berlinguer e Ingrao. Perché tanto Paolo non ha mai nascosto ciò in cui crede, né tantomeno ha mai finto dinanzi la verità.

Ed ecco così che Il Capitale Umano diviene il disegno, o meglio il ritratto, di una realtà italiana che tutto può definirsi fuorché reale.

il capitale umano

È una fredda Vigilia di Natale, la Brianza è innevata e l’area di Festa pervade le strade. Non tutti, però, possono gioire o godere del meritato riposo. Per gli ultimi, i dimenticati dalla società, non è mai Festa. Così come per Fabrizio, un cameriere che ha appena concluso l’ennesimo ed estenuante turno di lavoro. Ha servito per un evento in una scuola privata, uno dei tanti disprezzi della società agiata verso la maggioranza. Lì doveva esser premiato Massimiliano Bernaschi, unico erede di Giovanni Bernaschi, potente finanziere locale, ma così non fu. Un’immigrata vincerà al posto del Bernaschi, suscitando le ire di papà Giovanni, abituato a vincere, a primeggiare, a schiacciare il prossimo per umiliarlo e distruggerlo. Perché Giovanni Bernaschi è colui che ha sempre vinto e per cui conta solo vincere; il come, il con e il perché sono domande senza risposta. 

Massimiliano ha pertanto fallito e per i fallimenti non c’è ragion che tenga: non resta che il patibolo, inteso come vergogna ed umiliazione. Quella stessa sera il ragazzo tenterà di rifugiarsi nell’alcool, accompagnato dalla disillusa fidanzata Serena e dalla sensazione di inadeguatezza perenne, ma qualcosa andrà stortoNel ritorno a casa, non si sa per mano di chi, il suv di Massimiliano Bernaschi investirà Fabrizio, che lì lascerà due figli ed una giovane moglie. Da quel momento una domanda perseguiterà i protagonisti: chi ha ucciso Fabrizio?

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La Fuga

C’è solo una certezza in quest’indagine: chi guidava, fuggiva. Fuggiva da un mondo ipocrita e feroce, dove l’affetto è sostituito dal profitto, dove non c’è posto per amare. L’Amore, quella forza dall’infinita portata che unisce e mai divide, che sorprende nell’inaspettato, che stavolta latita nei meandri dell’emozioni di chiunque faccia parte di questo mondo. Represso, nascosto e soffocato, l’Amore potrebbe svelare la verità che si cela negli sguardi dei protagonisti, facendo cadere quel castello di carta che faticosamente resta in piedi.  Evadere, però, è pericoloso e tutt’altro che semplice. Bisogna accettarne i rischi, comprenderne le conseguenze, esser consapevoli che non sempre chiudere una porta vuol dire aprire un portone. Talvolta, va semplicemente peggio di prima. Ma quando conosci la verità, niente è peggio della bugia.

Per questo fuggi, per questo scappi.

Come Serena, come Carla. La prima, dal fidanzato Massimiliano e dal padre Dino, agente immobiliare locale che sogna di scalare la piramide sociale sfruttando il sentimento tra i due ragazzi; la seconda, dal marito Giovanni e dall’avidità del denaro, insanabile speculatore dei sogni e dei sentimenti altrui.

Nonostante anagraficamente distanti, le due, in maniera analoga, muoveranno il più lontano possibile dall’apatia delle loro vite, fatte di imposizioni sociali e assenza di immaginazione. Ma camminando, inciamperanno nei medesimi ostacoli che costringeranno entrambe, in parte, a correggere il proprio cammino.

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Serena, stanca di Massimiliano e delle menzogne che circondano le famiglie Ossola e Bernaschi, troverà rifugio in Luca, un ragazzo allevato dallo zio in un quartiere popolare e accusato, al posto di quest’ultimo, di essere uno spacciatore. Carla, distrutta dalla banalità della propria vita, riporrà ogni speranza in Donato, il direttore dell’ipotetico nuovo Teatro Politeama a trazione Bernaschi.

Luca e Donato, in fin dei conti, sono piccole oasi di felicità in un deserto di sofferenza. Con loro, Serena e Carla scopriranno la virtù dell’apprezzare anche la più piccola delle gioie, come vedere Nostra Signora dei Turchi o scattare una banale foto al pc. Scopriranno la realtà per ciò che è, un amplesso unico di lacrime e sorrisi. Insomma, in Loro vedranno la strada per un futuro migliore, la svolta in una vita che troppe volte è rimasta retta.

Peccato che in quella stessa svolta, stavolta in senso letterale, troveranno anche Fabrizio che, proprio per un destino beffardo, troverà nelle speranze delle due la più tragica delle morti.

Alla fine è come se la Brianza fosse una trappola da cui chi è dentro non può uscire. Un malvagio labirinto che circonda ed imbriglia chiunque ne faccia parte, volente o nolente che sia. Un inferno che ti costringe ad accettarne le regole, pena altrimenti le fiamme.

il capitale umano

Il Capitale Umano

L’inutilità di queste vite è ciò che, paradossalmente, rivela il finale, nonché il titolo dell’opera di Virzì. La vita di Fabrizio, un umile cameriere padre di famiglia, non vale che una cifra per l’assicurazione: € 218.976. 

Importi come questo vengono calcolati valutando parametri specifici: l’aspettativa di vita di una persona, la sua potenzialità di guadagno, la quantità e la qualità dei suoi legami affettivi. I periti assicurativi lo chiamano il capitale umano.

D’improvviso è quindi sbattuto in faccia il terribile cinismo che caratterizza questa società. Non è ridotta che ad un pugno di denari l’esistenza di una persona, come se qualcuno valesse più di un altro. In fondo Fabrizio era un ultimo, a chi vuoi che importi se è morto. Ma perché? Perché i guadagni vengono prima degli affetti?

Perché non esiste una innata solidarietà umana che pone l’Amore dinanzi ogni cosa?

La vita non può definirsi tale se scarna di ciò che la riempie. Perché l’anima si nutre di passione e il corpo di anima. Non alimentarli equivale a distruggerli. Si è felici soltanto se si è ricchi dentro, non solo fuori. Altrimenti è un tirare a campare, un lungo e stancante tirare a campare. Resistere non è la soluzione, è la sconfitta.

Ma tanto pagano sempre i più deboli, che siano camerieri, che siano migranti.

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