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WALL-E – Ritorniamo a casa

WALL-E.

La voce potente e malinconica di Peter Gabriel accompagna i titoli di coda del film. Noi siamo immobili, la nostra mente è ancora turbata dai mille impulsi che abbiamo ricevuto durante la visione, i nostri occhi improvvisamente si fanno vuoti e vitrei dopo aver nuotato in un oceano di bellezza.

Queste sono le prime sensazioni quando assistiamo alla fine di quest’opera meravigliosa; tutto ci saremmo aspettati, tranne un film di questa portata. Un film che diverte i più piccoli, che emoziona gli animi dei più sensibili, che conquista le menti più libere. Questo è WALL-E.

E’ un film anche doloroso, per certi aspetti; troviamo un’amarissima riflessione su di noi e sul nostro futuro, che, molto probabilmente, non sarà tanto roseo. Il capitalismo più sfrenato distrugge e corrompe la nostra sensibilità, ci abbindola con schermi giganteschi, ci viene propinato fin da piccoli, ci disabitua al contatto fisico.

Il robot addensa rifiuti WALL-E, seguendo la sua amata, riesce a lasciare il devastato pianeta Terra e raggiunge la Axiom, la nave spaziale da crociera su cui abbiamo trascorso 700 anni. Quel che vede qui è la stessa causa che ha distrutto il pianeta: noi umani. Superficiali, pigri, presuntuosi, viziati dalla nostra ingenuità. Questo è l’ultimo stadio dell’uomo che, negli albori della sua esistenza, inventò l’agricoltura; uno stadio in cui noi, grandi viaggiatori ed esploratori, non riusciamo neanche ad alzarci in piedi.

Eppure non tutto è perduto; abbiamo ancora un celato senso primordiale di appartenenza, una sorta di legame con le nostre origini, con la nostra madre terra. La sonda EVE, di cui WALL-E è innamorato, riporta dalla terra una piccola e fragile pianta, un nuovo accenno di vita dopo secoli di desertica nullità.

Il comandante della Axiom si appassiona a quello che, in fondo, è il suo passato, il passato di tutti noi; inizia a fare ricerche su ricerche, scoprendo che, forse, quel che ci siamo lasciati alle spalle meritava molto più della nostra vigliacca indifferenza. Non è lui il solo essere umano che subisce un cambiamento; John e Mary, due passeggeri della nave, “per colpa” della goffa ingenuità di WALL-E riescono a scoprire, probabilmente per la prima volta nella loro vita, la bellezza dei sensi; la vista per ciò che li circonda, il contatto fisico con il prossimo, una mano che si posa sull’altra, e, dunque, l’amore.

Il personaggio di WALL-E, nonostante sia composto solamente da circuiti, riesce a provare dei sentimenti in un modo molto più sincero degli umani; ed è proprio la sua purezza, quella caratteristica tipica dei reietti, che riesce, anche inconsapevolmente, a risvegliare le nostre coscienze.

Abbiamo però anche l’esatta antitesi di Wall-E, ovvero Auto, il timone della Axiom. Anche lui è un robot, e ed anche lui prova sentimenti umani, ma che sono diametralmente opposti a quelli di Wall-E: paura del cambiamento, una diabolica astuzia e l’orgoglio. Proprio l’orgoglio, e nella fattispecie l’orgoglio umano, è la stessa “malattia” di cui soffre HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio, che qui rivive proprio in Auto, sia a livello concettuale che fisico.

Per tanto, mentre gli umani hanno subito una “devoluzione” sia mentale che fisica, i robot si sono evoluti, assumendo le stesse nostre qualità e brutalità. E, a dimostrare questa tesi, è proprio il finale dove, senza addentrarci nello spoiler, capiamo che il sentimento puro va ben oltre una sequenza di circuiti e componenti sostituibili. E’ un disegno che spaventa parecchio, questo del film, un ritratto anche abbastanza inusuale nel cinema contemporaneo. Ed è questa spietata analisi che rende WALL-E uno dei più grandi capolavori della nostra epoca; un’opera che gioca magistralmente con le nostre emozioni, facendoci ridere, emozionare e riflettere.

Un film che, però, alla fine decide di dare una seconda chance all’essere umano; viene data una nuova occasione per ricominciare da capo, con la sincera speranza che questa volta vada un po’ meglio.

Leggi anche:  Ratatouille – Il Sapore Agrodolce della Malinconia

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