News

Quarto Potere – La vacuità della realtà svelata dall’arte

Scritto e diretto da un regista venticinquenne, “Quarto Potere” è un film prodotto negli Stati Uniti nel 1940 e distribuito l’anno successivo. Il giovane regista, protagonista anche della pellicola, è Orson Welles. Prima di addentrarmi nella recensione di questo meraviglioso film, mi sembra opportuno riportare ciò che a suo riguardo ha detto uno dei padri del cinema moderno:

«Appartengo a una generazione di cineasti che hanno deciso di fare film avendo visto Quarto potere.» 

(François Truffaut)

Questo film è sicuramente il primo esempio di cinema inteso nel senso moderno del termine, un film spartiacque nella storia della settima arte che ha avuto il merito di potenziare la coscienza che il cinema aveva di se stesso, sconvolgendo le regole della narrazione moderna.

Prima di approfondire la nostra analisi, vediamo di cosa si tratta. Charles Foster Kane è un magnate arricchitosi attraverso l’editoria. Con l’inizio della pellicola assistiamo alla morte del nostro protagonista nel castello che aveva fatto ergere per ritirarvisi con costosissimi cimeli acquistati in tutto il mondo. Prima di esalare l’ultimo respiro, Kane sussurra però una parola: “Rosebud”. Subito dopo aver assistito alla morte del magnate, vediamo una carrellata di immagini, montate sull’esempio dei notiziari, dove scopriamo la storia di Kane. Scopriamo delle sue sproporzionate ricchezze e di come nel corso della sua vita egli abbia posseduto svariati giornali e conosciuto molti tra gli uomini più importanti del novecento, fino ad influenzare l’elezione di un presidente statunitense.

Successivamente alla morte del magnate, un team di giornalisti viene ingaggiato per ricostruirne la vita al di là delle informazioni massmediatiche, informazioni che lo stesso Kane definiva manipolabili e ingannevoli. La pellicola si trasforma così in una sorta di giallo, anzi, in un film concepito come mai prima. Il film comincia con la morte del protagonista, il quale appare per tutto il proseguo della pellicola nei racconti delle persone che lo hanno conosciuto (intervistate dal team di giornalisti), rompendo il dogma dell’illusione di realtà cara al cinema classico. Assistiamo dunque ai racconti del più caro amico del nostro Charlie, di una delle sue mogli, del banchiere che lo aveva adottato, del suo braccio destro e del suo maggiordomo.

Quello che ne viene fuori è un’immagine poco nitida, un’indagine psicologica volta a fermare in un’idea la personalità dell’uomo ma che non afferma altro se non l’impossibilità di eseguire tale ardua aspirazione. Il protagonista viene dipinto in modi differenti: come un furbo e cinico uomo d’affari, come un uomo arido di sentimenti, come un giovane dalle nobili e sincere idee.

Queste, insieme ad altre particolarità riscontrabili negli appassionanti racconti dei personaggi, ci mostrano la frammentarietà del concetto di realtà, la stessa frammentarietà di cui si serve questo film nel montaggio e nella sua narrazione; per ribadire quanto sia necessario per il cinema e per l’arte in tutte le sue discipline, prendere coscienza e consapevolezza dei propri mezzi.

Per il team di giornalisti “Rosebud” resta solo una vacua parola, così come tutte le parole spese sul nostro protagonista. Parole che ricostruiscono più punti di vista su una determinata realtà non possono che provocare frammentarietà e relativismo. Le tante fatiche volte a determinare il significato di quella parola restano vane e le mille congetture che si possono costruire, in relazione ad un uomo dalla vita così importante e complessa, non possono che rimanere congetture. Welles però tiene a sottolineare proprio questo aspetto. Nessuna pretesa di realtà, non esiste alcun nessun canone a cui sottostare per il cinema, in grado (discorso estendibile all’arte in generale) con i suoi mezzi di autorappresentarsi, dando vita a storie sulle quali la realtà materiale e le sue gabbie (legate alla pretesa di attinenza alla realtà) non deve interferire.

Sarebbe stato impensabile assistere ad un film del genere prima di “Quarto Potere”, un film che cominciasse con la morte del protagonista, il quale appare nella pellicola come “fantasma” fuggevole in tutte le sue mille contraddizioni e sfaccettature e non come presenza scenica attinente alle categorie classiche di luogo, tempo e azione.

Nonostante ciò, l’intuizione del regista sta nell’idea di mostrare a noi spettatori il significato della sfuggevole parola. Per spiegare tale affermazione dobbiamo però ritornare alla nostra storia. Il primo passo della ricerca da parte dei giornalisti è quello di consultare il libro delle memorie del defunto banchiere che aveva adottato il giovane Charlie indirizzandolo verso una vita di agi e ricchezze. Qui veniamo infatti a conoscenza e assistiamo, con uno dei tanti salti temporali presenti nella pellicola (ancora una volta a scardinare la pretesa di unità di tempo del cinema classico), ad un episodio fondamentale.

Come detto, in giovane età Charlie era stato adottato da un ricco banchiere scelto dalla sua famiglia natale del Colorado, dopo che sua madre aveva scoperto di possedere una miniera d’oro. Charles sarebbe diventato proprietario delle ricchezze derivanti dalla miniera al raggiungimento dell’età adulta. All’arrivo del banchiere Charlie stava giocando con una slitta e dopo aver saputo del suo imminente distacco dai genitori, con la stessa colpisce il suo nuovo tutore facendolo cadere al suolo. Prima dei titoli di coda quando presso Xanadu, la fortezza rappresentata nell’immagine qui su che Kane si era fatto costruire per racchiudere i suoi innumerevoli averi, si sta facendo pulizia catalogando e organizzando i vari oggetti (tra i quali molti preziosissimi), vediamo una fornace con all’interno la slitta in questione mentre brucia e la scritta che ne riporta il marchio : “Rosebud”.

Welles sta mostrando come l’arte sia in grado di esprimere una verità. Possiamo definire ciò come una sorta di vendetta dell’arte di fronte al secolare problema della mimesis artistica, quella agognata necessità di attinenza al reale che finiva per limitare i poteri allusivi e autoreferenziali dell’arte. A nulla sono valse le interviste, le congetture e il tentativo di immersione nei fatti di vita di Kane nella vita reale. Solo noi fruitori dell’arte conosciamo la “verità”, attraverso essa stessa.

Arriviamo qui ad un significato e ad un ulteriore tema della pellicola. Le vicissitudini di Kane rappresentano una similitudine importante con quelle di Gatsby, quel tipo letterario che attraverso la penna di Scott Fitzgerald si è potuto ergere ad emblema della contraddizione e della vacuità del sogno americano. Una nazione che stava diventando sempre più capitalista, dedita all’accumulare beni e averi fino ad implodere su se stessa come avvenuto nel funesto crollo della borsa di Wall Street nel 1929. Kane è l’America, un insieme di contraddizioni, materialismo, arrivismo sociale e venerazione del capitale che portano al suo inevitabile declino nella solitudine della sua torre d’avorio.

Una vita fatta di tanti successi ma arida di sentimenti, quei sentimenti che tantissimi anni prima erano stati traditi dal suo allontanamento dalla famiglia natale, trauma che ha condizionato la storia di un uomo la cui vita è stata finalizzata a soddisfare il proprio smisurato ego, la propria sete di ricchezza e prestigio, per colmare il vuoto lasciato nel suo essere e nella sua vita dalla mancanza di un amore sincero. Davanti a ciò, nella coscienza della vita che solo l’essere vicino alla morte può dare, non resta che una Madeleine di proustiana memoria; non resta che un disperato grido d’aiuto e un sussurro che racchiude in una parola la vita.

“Lo sa, signor Bernstein? Se non fossi stato molto ricco, forse sarei potuto diventare un grand’uomo.”

(Charles Foster Kane)

Leggi anche: “Il Grande Gatsby – Dove ci porterà la luce verde?”

Leggi anche: “The Other Side of the Wind – Il testamento di Welles”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.