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Il Primo Re – Fede e Potere a duello

Due uomini uniti come uno solo, fratelli, l’uno nella forza dell’altro, si sfideranno, in nome del volere degli dei. Dal sangue di uno, nascerà un re. Stuoli di uomini gli ubbidiranno. Fonderà una città, oltre le rive del Tevere, che sarà dominatrice di un impero.

 

Così recita la sinossi dell’ultima pellicola del giovane cineasta Matteo Rovere, con cui l’epica viene riportata sul grande schermo.  Si tratta di un’opera quasi unica nel suo genere all’interno del moderno panorama cinematografico italiano, all’altezza dei cult internazionali. Un’opera coraggiosa quanto essenziale.

Il regista ha inseguito la ricerca del realismo storico, per concretizzare su pellicola la storia dietro la leggenda: quella dei fratelli gemelli che fondarono Roma, Romolo e Remo – interpretati dai  Alessio Lapice e Alessandro Borghi – prima uniti in lotta contro un mondo ostile e selvaggio, poi in lotta fra loro, poiché solo uno di loro potrà passare alla storia come Il Primo Re. Del 753 a.C. è stato realizzato tutto, tranne che l’aspetto più mitico: non ci sono lupi che crescono i fanciulli, né trasfigurazioni di dei, semidei o eroi classici.

C’è la realtà archeologica, minuziosamente perseguita nell’ambientazione scelta delle campagne paludose del Lazio, nei costumi, nelle capanne, negli utensili e nelle armi. Le riprese hanno seguito unicamente la curvatura del sole, proibendo l’uso di luci artificiali. Per Daniele Ciprì, direttore alla fotografia, è più opportuno accendere un falò per illuminare fiocamente una scena notturna, e dobbiamo concordare.

Fango, sangue e un perizoma ricoprono gli uomini erranti nei boschi insidiosi. Il Primo Re mette in scena la rude ‘proto-civiltà’, compreso anche il linguaggio utilizzato: ebbene sì, dimentichiamo l’italiano, il film si dimostra ancora più sui generis con una sceneggiatura in latino arcaico, che non intimorisce lo spettatore che si accinge alla visione, ma lo incuriosisce e coinvolge. Calarsi nell’ VIII secolo a.C. diventa, così, un processo naturale.

IL DUALISMO TRA FIDE ET IMPERIUM

I due gemelli sono simili, ma non uguali. Entrambi cercano una terra. L’uno veglia sull’altro, cercando di restare in vita più a lungo possibile, uniti.
Romolo si dimostra essere molto più spirituale, ma fisicamente debole, dopo aver subito profonde ferite. Il fratello Remo invece risulta più pragmatico e superbo. Romolo ha fede nelle divinità, crede e rispetta il sacro fuoco – rappresentazione del Dio – e non oserebbe mai spegnerlo; Remo, invece, è tracotante, non crede nel disegno divino per gli uomini. Filosoficamente crede che homo faber fortunae suae, e quindi osa, si ribella alla volontà degli dei e oltraggia la vestale, portatrice di vaticini sul loro orribile e fortunato destino.

Remo spegne il fuoco sacro dall’incessante e vivida fiamma, tra lo scandalo dell’intero villaggio. La sua voglia di potere lo porta a peccare di hybris, ma ha dimostrato più volte la sua astuzia e la sua forza: è l’unico capace di difendere i suoi uomini dai pericoli, è perciò si autoproclama re. Secondo la sacerdotessa del villaggio, Remo racchiude in sé qualcosa di anomalo, di sovrumano, egli porta attorno a sé “un alone di luce”“Posso essere toccata solo dal dio. Tu sei il dio?”  dice la vestale, fronteggiando Remo.

Sebbene si sappia l’esito della leggenda, lungo il corso del film tutte le carte in tavola pronosticano chi sarebbe diventato il vero primo re. Il vaticinio dalla lettura delle viscere animali ha parlato chiaro: solo uno diventerà re, dopo la morte dell’altro, e dal sangue versato e dal dolore egli troverà la forza per la fondazione della città eterna. Ma la sceneggiatura mantiene abilmente la tensione, fino alla fine.

È grazie a Remo se Romolo sopravvive, è grazie a Remo se gli uomini hanno conquistato un villaggio. Sa che è stato per la sua forza di volontà e sa che con essa potrà diventare re. Lo confermano anche gli dei, ma la ragione gli suggerisce che tutto ciò potrebbe essere un inganno: lo hanno fatto per farlo separare dall’amato fratello, disposto a sacrificarsi.  Remo non accetta questo destino ma in un brevissimo arco di tempo, il destino, fino ad allora chiaro, pare ribaltarsi: ecco che il volere degli dei si compie, incontrollato, sotto gli occhi di Remo stesso. Sarà proprio il fuoco a decretare il prescelto.

Il dualismo e la contrapposizione tra fede e ragione, tra obbedienza e cupidigia di potere attanagliano da sempre le grandi civiltà. Dalla cultura greca, a quella romana di cui ne è erede, il dilemma insito nell’essere umano persiste. La paura del divino da un lato e la voglia di superarlo con la fede in sé stessi dall’altro, due sentimenti contrapposti che convivono nell’uomo, così come convivono i due gemelli. Roma nascerà da entrambi: dalla forza di Remo – romé in greco significa “forza” – e dalla devozione di Romolo. Nasce dall’Amor fraterno, e forse non è un caso che sia il bifronte di Roma.

 

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