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L’uomo dal cuore di ferro – Heydrich, l’alfiere del Terzo Reich

Reinhard Heydrich non è il più noto dell’élite dell’organigramma Nazista nell’immaginario collettivo.
Di lui parla il libro “Himmlers Hirn heißt Heydrich” (spesso sintetizzato come HHhH) ovvero il “Il cervello di Himmler si chiama Heydrich”, opera del francese Laurent Binet degna del Premio Goncourt.  Nello svolgersi della storia quest’uomo e le sue infami imprese occupano un ruolo incredibilmente significativo: fu l’uomo che pianificò lo sterminio di massa del popolo ebraico.

Il libro incarna tutta l’abilità letteraria di Binet, poiché egli oltre a cercare di riportare fedelmente, per quanto possibile, i fatti avvenuti: per buona parte del libro si interroga su quale sia in effetti l’approccio migliore da adottare per la stesura di quest’opera, la semplice e cruda cronaca o l’inserimento di elementi non confermati da documenti storici, ma che rafforzano l’accattivante narrazione. Ne scaturirà un racconto degno del prestigio ottenuto, ma rappresenterà una sfida ardua per Cedric Jimenez, regista dell’adattamento cinematografico.

La pellicola è stata, forse per l’ultima volta, distorta dall’intervento di Harvey Weinstein, appena prima della sua caduta in disgrazia , che ha preteso una diluizione e spettacolarizzazione forzata degli eventi del film contro il parere del giovane regista. Forse non sappiamo quanto la post produzione abbia inciso sulla mano fin troppo scolastica da Jimenez sulla camera, che risente però già di una fotografia poco efficace di Laurent Tangy, che vanifica il bel montaggio di Chris Dickens, ma soprattutto soffre una forte indecisione a livello di sceneggiatura, in bilico tra naturalismo e quello melodramma.

Quando si affronta un progetto del genere ci si barcamena sempre tra il realismo storico e il romanzare, qui si esagera con il primo. Il ritmo e la piattezza della maggioranza dei personaggi propendono più per un docu-film che voleva rifarsi magari alla climax viscontiana de La caduta degli dei, mancandola completamente.

Jimenez sviluppa la storia su due linee narrative distinte. La prima parte mostra abbastanza fedelmente la storia di Heydrich, interpretato da un ottimo e intimidatorio Jason Clarke, da ufficiale della marina tedesca, alla sua espulsione con ignominia, al matrimonio con Lina (appartenente a una ricca famiglia decaduta dopo la crisi del ’29), tra le prime iscritte al neonato partito nazista e ammiratrice di Hitler, che introduce il marito alla corte di Himmler. Heydrich compie una carriera lampo che lo porta a essere protagonista dell’ascesa del nazismo in Germania, arrivando a essere capo delle SS, del servizio segreto nazista e della Gestapo, fino ad essere nominato Reichsprotektor di Boemia e Moravia nel 1941 da Hitler in persona.

Nulla viene detto del complesso e ambiguo rapporto tra Himmler e Heydrich  (ridotto qui a semplice amicizia tra “colleghi” di Partito), sul suo cursus honorum o sulla sua chiacchierata origine ebraica, che a detta di molti fu il principale motivo dell’odio verso gli ebrei. Nessuno spazio poi a quanto fosse dipinto come il modello ideale del “super-uomo ariano”, data l’alta statura e l’amore per lo sport, . Era più di un gerarca. Era il simbolo vivente del prototipo del nazista perfetto.

La seconda linea narrativa si svolge a partire da metà film, illustrando la preparazione dell’Operazione Anthropoid, organizzata a Londra dal governo cecoslovacco in esilio insieme agli inglesi. Sono così rappresentati i giovanissimi Jozef Gabčík e Jan Kubiš, paracadutisti cecoslovacchi e protagonisti dell’azione dell’eliminazione di Heydrich.
In entrambe le linee la messa in scena in alcuni momenti denuncia una carenza di quel realismo, che altrove è invece inseguito con determinazione sterile, tuttavia è soprattutto nella mancanza di approfondimento dei personaggi che risulta l’errore fatale della sceneggiatura.

Jimenez infatti spreca un cast d’eccezione e dalle ottime performance, lasciando ogni dinamica tra i vari personaggi assolutamente superficiale. Ciò che sorprende poi, a livello narrativo, è l’aver messo completamente da parte il personaggio di Rosamund Pike, algida moglie di Heydrich, in modo inspiegabile, rovinando una perfetta simbiosi recitativa con Clarke, in nome di un percorso narrativo romanzato con al centro i due patrioti cechi e alcune bellezze locali (tra le quali una Mia Wasikowska sostanzialmente abbandonata in un angolo).

Il ritmo è molto irregolare, eventi assolutamente importanti e basilari sono liquidati in pochi istanti e la povertà delle location (che non valorizza la bellezza di Praga e dei paesaggi circostanti) fa assomigliare il tutto ad una fiction Rai con un budget più alto.
Lo stesso gerarca rimane sullo sfondo dopo l’inizio degli eventi riguardanti i suoi due giustizieri; a tal proposito è discutibile la traduzione del titolo originale, Killing Heydrich, sicuramente più calzante di quello italiano, che invece riprende il soprannome datoli da Hitler per elogiare l’Obergruppenführer.

La descrizione di Reinhard Heydrich è resa in modo molto puntuale, un uomo figlio di musicisti, che sapeva suonare il piano e il violino, ma allo stesso tempo senza nessun freno morale e dedito lucidamente all’assassinio di massa di un intero popolo. La violenza fisica e morale è il tratto caratteriale che viene messo in luce e fa da contraltare con le scene familiari, in particolare con i figli. Il rapporto con la moglie si ribalta nell’evoluzione della narrazione: se dapprima Lina è la figura forte che dietro le quinte dirige la carriera politico-militare del marito, al momento dell’affermazione di Heydrich nelle file naziste arriverà a minacciarla pur di tenerla all’oscuro dell’attività segreta che compiva agli ordini di Himmler.

Jimenez già nella sequenza di apertura ci offre le coordinate morali del protagonista. Un padre di famiglia premuroso che, lasciati i figli ai loro giochi, indossa la divisa delle SS pronto per lo sterminio quotidiano. La mai troppo citata banalità del Male di Hannah Arendt trova in lui un esponente di spicco e Jason Clarke riesce ad offrircene una vasta gamma di sfaccettature. Questo sicuramente il monito principale dell’opera, la normalità della nascita dell’orrore, rappresentato da un uomo come Heydrich.

Ma l’invito a voltarci per ricordare l’impatto di quest’uomo sulla storia non riguarda solo come banalmente nasce l’orrore, ma anche per ricordare come nasce l’eroismo di chi diede la prima martellata alla Svastisca: Jan Kubis e Jozef Gabcik. L’avanzata dei tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale era implacabile, crudele e precisa. Sembravano invincibili, non c’era resistenza che tenesse, dove passava la Wehrmacht a conquistare arrivavano poi le SS a distruggere e uccidere. Non c’era speranza per i vinti.

Questi due giovani partono volontari nella resistenza polacca, non aveva nessun obbligo, nessun tedesco bussava alle loro porte, l’appello a soccorrere un popolo vicino lo sentono sviscerarsi naturalmente dentro di loro, disinteressandosi della propria vita per servire un principio più alto. Jan ceco, Jozef slovacco, saranno poi assoldati dagli inglesi per l’Operazione Anthropoid, la missione che sancì la prima sconfitta, la prima ferita del nazionalsocialismo, la caduta di uno dei suoi boriosi campioni.

A conti fatti, risulta improponibile il confronto con il bellissimo Conspiracy di Loring Mandel, monumento cinematografico alla folle ideologia e macchina dello sterminio delle SS della burocrazia nazista, dove Kenneth Branagh ci aveva donato la quintessenza di questo gerarca arrogante, manipolatore, pericoloso e vacuo. Per quanto questo film sia zeppo di difetti, risuona comunque chiaro il suo richiamo e la lezione che alcuni, ancora oggi, sembrano non apprendere.

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