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Metal Gear Solid 3 – Sali quella scala, Snake

Ok soldato. Prendi un bel respiro.
Sei stanco, denutrito, spossato. Cerca di riprendere controllo di te stesso.
Recupera la tua stamina. Fascia le tue ferite.
Ricorda la tua missione: Operazione Snake Eater.

E’ il 1964, sei stato paracadutato nel cuore della giungla Tselinoyarsk, in pieno territorio sovietico. Eri qui anche giorni fa, quando…

 

…quando The Boss, capo della Cobra Unit, la madre delle forze speciali statunitensi, la donna che guidò la presa della costa in Normandia, il mio mentore… tradì me e il suo paese, consegnando armi nucleari nelle mani dei sovietici. In particolare nelle mani del generale Volgin, causando un incidente politico che ha portato l’URSS e gli Stati Uniti pericolosamente vicini al far divampare questa guerra fredda.
La Missione Virtuosa è stata un disastro.
Mi hanno dato una seconda occasione: fermare Volgin, distruggere lo Shagohod, il suo giocattolino, un carro armato capace di lanciare testate nucleari, e infine, eliminare The Boss, per il tradimento verso la sua patria.

Non so se posso farcela. L’ho incontrata non appena sono atterrato.
Il mio mentore, inventrice del CQC (Close Quarter Combat), mi spezzò il braccio quando voltò le spalle al suo paese, e ha aggravato il danno quando lo rivista, con un’altra gomitata sulla punta dell’ulna.
Sono passati una decina di giorni da allora, sembrano mesi, ma il braccio fa ancora male come se fossero passati pochi minuti. E’ come un dolore fantasma, lo sento anche se non ha senso.

Affrontarla sarà la missione più difficile della mia vita, sia per la sua bravura, sia per il rispetto che ho per lei; e il suo team non è da meno.
Ho incontrato uno dei suoi cadetti, nella foresta di Sokrovenno. Un cecchino, si faceva chiamare “The End”. Un maestro, anzi, un’artista col fucile, capace di mimetizzarsi con l’ambiente con una facilità impressionante.
Normalmente, quando affronti un nemico, è lì, davanti a te. Puoi guardarlo negli occhi, o notare il minimo riflesso nelle mani, quando l’indice preme il grilletto; ma contro un cecchino, contro questo cecchino? Non senti il colpo finchè non ti sfiora la testa o ti perfora l’addome.

La battaglia è durata giorni. Il primo giorno sparò solo colpi di avvertimento, per sfiorare la mia carne anzichè crivellarla. Voleva godersi la sfida, sfiancarmi, tagliarmi la strada come meglio poteva. E Dio, se c’è riuscito.
Il secondo giorno ho strisciato nel fango, avanzando centimetro per centimetro, cercando una posizione di vantaggio, ma appena ne trovavo una sopraelevata, una delle sue pallottole mi accarezzava l’orecchio.
Durante la notte mi sono nascosto in una grotta, e il mattino dopo mi tenne bloccato lì. Non potevo neanche mettere un dito fuori senza rischiare di perderlo. Esaurì anche le mie razioni, e mi sono ridotto a cibarmi di un serpente che strisciava nella grotta. Sorprendentemente saporito.


Il quarto giorno strisciai fuori dalla grotta all’alba. Ero allo stremo, coi nervi a pezzi… eppure non sentii spari o sibili sopra la mia testa. Nessun luccichio del mirino, nessun indizio della sua presenza. Non ho capito il perchè finchè non ho trovato il suo cadavere. Avrà avuto più di 100 anni, la pelle era rinsecchita e ruvida come cartapesta. Era morto, non so se per vecchiaia o per cos’altro, ma aveva un sorriso sereno stampato sulle labbra, riflesso anche nelle pieghe intorno alla punta delle palpebre socchiuse. Bel modo di morire. Grazioso, come una foglia d’autunno che si tinge di rosso e poi cade.

Mi sono lasciato il suo corpo dietro e infiltrato dentro un tunnel. Un passaggio costruito dentro la montagna per scalarla senza doverla aggirare. I sovietici hanno fatto di questa base un capolavoro d’architettura, non lo si può negare.
Mi resta solo un ostacolo, prima di arrivare in cima. La scala. La più lunga che abbia mai visto, si estende fino all’orizzonte. Se mi dicessero che portava al paradiso, ci crederei.
Mi fascio le falangi con le poche bende rimaste. L’ultima cosa che vorrei è perdere la presa e poi la mia spina dorsale.
Ok. Sei pronto. Prendi un bel respiro, soldato, e afferra quella sbarra. Sali.

Piolo dopo piolo, i miei stivali cozzano con il ferro ritmicamente. Non perdere quel ritmo, lasciati andare alla sua musica.
Uh. Forse è solo la mia immaginazione, ma in questo momento, è come se potessi sentire veramente della musica. Posso quasi immaginarmi le parole.

“Che emozione, tra la tenebra e il silenzio della notte.
Ti sto cercando e mi fondo con te.
Che paura nel mio cuore, così suprema.
Darò la mia vita, non per onore, ma per te.
Nel mio tempo non ci sarà nessun altro.
Mi macchierò, per volare verso di te.
Sono ancora in un sogno, Snake Eater”.

Snake Eater… hai una missione, Snake. Sali quella maledetta scala.

Enrico Sciacovelli

Un altro di quei tipi che parla troppo di film e vorrebbe essere pagato per farlo, anzichè lamentarsi dell'ultimo Transformers senza successo.

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