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Ozymandias – Il Moderno Alessandro

“My name is Ozymandias, king of kings:
Look on my work, ye Mighty, and despair!”

Perchè Adrian Veidt?

Si risponderà a questa domanda citando un’intervista di Umberto Eco su Victor Hugo e la vertigine del racconto.

Naturalmente, come tutti, sin da ragazzo sui volumi de La Scala d’oro, già si leggevano i suoi romanzi. Ma perchè ha continuato ad affascinarmi? Direi a causa dei suoi enormi difetti. Rimane celebre una frase di André Gides che dice: “Chi è il più grande poeta francese? Victor Hugo, hélas!”, ahimè! Gli dispiaceva che quest’essere insopportabile fosse il più grande poeta francese. E una volta Cocteau aveva scritto: “Victor Hugo era un pazzo che si credeva Victor Hugo“. Lo correggo, dicendo: “Victor Hugo era un pazzo che si credeva Dio.

Che tutto ciò possa essere agilmente accostato al personaggio di Ozymandias, rimane una constatazione abbastanza elementare. Un pazzo che si crede un Messia salvatore, un inviato dagli dei – seppur quest’ultimo aspetto soffuso e impercettibile, mascherato sotto coltri di cavilli, camuffamenti e auto-raggiri.

Eppure, è proprio qui che è insito il suo fascino, quell‘oscuro fascino del male – lo si chiami semplicisticamente così – che rende questo personaggio così odioso uno dei più affascinanti personaggi di Watchmen, almeno uno, volendo affrancarsi dagli assolutismi beceri delle classifiche.

Un parallelismo funzionale, immediato, e che può avere facilmente presa su molti, è quello tra lui e Light Yagami, protagonista di Death Note. Entrambi sono dei massacratori, dei portatori di morte e devastazione, entrambi fermamente convinti di agire in nome di un bene superiore che li investe dall’alto.

Sebbene in Light Yagami la natura di tale impulso sia leggermente diversa, pertanto non ci si addentrerà oltre, in Veidt è chiaro come questa, più che un complesso di Dio vero e proprio, assuma le tendenze di una Sindrome del Messia. Non è tanto il desiderio di divenire il punto fisso del mondo ad alimentare il suo cammino, quanto la strenua convinzione di essere direttamente ed esclusivamente in contatto con quest’ultimo – differenza sottile con Light Yagami, ma presente.

Ricerca che, al di là delle apparenze spicce, nasconde una fragilità che è tipica dei paranoici deliranti e megalomani: la mancanza di un’identità.

Non sono altro che questo i suoi continui tentativi di identificarsi in Ramses II, e, ancora prima, in Alessandro Magno – idolo poi disconosciuto in favore di un imperatore ancor più mistico, pragmatico, inscalfibile, lontano nel tempo. Sovviene a tal proposito un passo di Meridiano di sangue, in cui il giudice Holden ha appena raccontato alla sua truppa la storia di un viaggiatore morto in modo tragico e prematuro.

C’è qualcosa da aggiungere alla storia. Il viaggiatore delle cui ossa abbiamo fatto conoscenza era atteso da una giovane sposa, che portava in grembo un figlio del viaggiatore. Ora, questo figlio, il cui padre ha un’esistenza storica e filosofica prima ancora della sua venuta al mondo, si trova in una brutta situazione. Per tutta la vita avrà davanti a sè l’idolo di una perfezione che non potrà mai raggiungere. Il padre morto ha raggirato il figlio escludendolo dalla propria eredità. Infatti è la morte del padre ciò a cui il figlio ha diritto e di cui è erede, più ancora che i suoi beni. Non sentirà parlare delle piccole meschinità a cui l’uomo soggiaceva mentre era in vita. Non lo vedrà dibattersi tra le stoltezze da lui stesso ideate. No. Il mondo che il bambino eredita gli presta falsa testimonianza. E’ sopraffatto al cospetto di un dio cristallizzato e non troverà mai la propria strada.

Esattamente. E se il discorso del giudice era a tema essenzialmente panteistico, questo in Veidt è ancora più accentuato.

Non è da trascurare la perdita prematura dei genitori come fattore incentivante, sarebbe forse eccessivo definirlo scatenante, della paranoica follia di Veidt. Egli – si perdoni questa psicologia spicciola di quart’ordine, si sta giocando ovviamente – non ha avuto modo di conoscere appieno i suoi genitori, le uniche figure a lui veramente vicine e che potessero dargli una bussola nei primi anni dell’infanzia, per poi riconoscerne la fallibilità, processo che ogni figlio divenuto adulto si ritrova a compiere. Ha sempre avuto davanti lo spettro di una perfezione lontana e cristallizzata, che non ha fatto altro che accrescere senza freni il suo ego smisurato, sino al punto di voler superare questo limite; disconoscendo i genitori, privandosi della loro eredità, e ricercando un nuovo idolo e modello che potesse colmare il vuoto sostanziale del suo essere.

Lo trova in Alessandro Magno, figura che seppur in modo soffuso – Veidt disconoscerà più tardi anche lui in favore del faraone da cui prese il nome -, influenzerà sordidamente il suo Piano di salvataggio del Mondo.

Sebbene i contorni tra mito e storia, tra realtà e leggenda siano sempre labili quando si parla di Alessandro, c’è qualcosa che accomuna le sue storie a quella di Veidt: entrambi orfani con le potenzialità di inseguire i propri desideri, entrambi visionari e con un’idea che – nella loro visione megalomane – li avrebbe portati a migliorare se non salvare il mondo, entrambi disposti a pagare qualunque prezzo pur di riuscire nel loro intento.

Veidt se ne allontana proprio perchè, magari inconsapevolmente, capisce la vicinanza che ormai si è creata col Macedone – come esplica definendo il suo piano una rivisitazione del nodo gordiano – e dunque cerca un nuovo idolo più antico, lontano, originario. Un nuovo modello di perfezione, come Alessandro stesso soleva fare con Eracle e Achille, che lo riavvicini a quel dio cristallizzato che possa infine donar lui il più immane dei sogni umani, come si accennava: la ricerca del punto fisso – tema che, tornando ironicamente al principio dell’articolo, era assai caro proprio a Eco.
Un pulsione, a chi più a chi meno, insita sempre in ogni uomo.

Ed è proprio per questo che Veidt rimane, come Alessandro, un immenso fascio di psicosi e fragilità molto umane, seppur portato alle estreme conseguenze.

Psicosi che hanno concesso loro di diventare gli uomini più potenti del mondo, facendoli assurgere al rango di Messia semi-divini attraverso la loro soffusa e inestinguibile rabbia disperata. Ognuno di loro, se spogliato dei divisori comuni, altro non è che un folle ragazzino nel corpo di un apocalittico portatore della distruzione; un arrogante narcisista che, cercando una causa del suo errare, altro non fa che pregare che esista un senso alla sua sorte.

Un’insicurezza velata che diventa quasi palese al termine della vicenda, forse in un primo e isolato momento di sincerità con se stesso – dove Veidt non è Alessandro, nè Ozymandias: solo Adrian.

“Ho fatto la cosa giusta, vero? Ha funzionato, alla fine.”
Alla fine? Niente finisce, Adrian. Niente ha mai fine.”

Solo un uomo, al cospetto di un vero Dio. Solo un uomo, al cospetto di quel punto fisso a cui cercava di sfuggire.

“Nothing beside remains. Round the decay
Of that colossal wreck, boundless and bare,
The lone and level sands stretch far away.”

 

Leggi anche: L’Amleto e il Comico – La Letteratura del Fallimento

Giulio Gentile
Nasce a Caltanissetta, dove viene benedetto dal provincialismo che fa sembrare ogni cosa più grande. Il liceo, l'università, i soggiorni all'estero, guardare film, leggere, scrivere e un'altra cosa che non ricorda, gli sono sembrati qualcosa di sensato. Il provincialismo ha il dono di far vedere ogni banalità sotto una luce vincente.

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