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L’indipendenza dell’Oliver Twist di Polanski

“Non si ritenne un rivoluzionario, ma senz’altro lo fu”; sebbene fossero riferite al genio che lo scrisse, Charles Dickens, le parole di Bernard Shaw non stonano affatto se affiancate alla singola opera dello scrittore. Sto parlando, ovviamente, di Oliver Twist, un romanzo che fu rivoluzionario: un’ode alla speranza e all’illusione infantile che si scontra con la cruda e marcia realtà londinese della Victorian Age. 

Un viaggio tra il sogno di fuggire dall’alienazione e dall’infelicità delle workhouse ed il desiderio di raggiungere l’idillio della città, la Londra di metà ‘800, con la sua eleganza, le sue possibilità, il suo fascino: nient’altro che un fuoco fatuo, come scoprirà a sue spese il povero Oliver, volto a distrarre dall’ingiustizia, dalle sofferenze e dallo squallore disgraziato di cui la città era realmente fatta.

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E chi se non Roman Polanski, che condivide (in senso strettamente lato) alcuni tratti biografici con Dickens e con Oliver, il compito di dar nuovamente vita al romanzo di formazione per eccellenza? Le sue origini, il suo difficoltoso percorso di crescita, la sua infanzia di fatto mai esistita lo rendono il più idoneo a prendersi sulle spalle il compito di mostrarci un Oliver Twist nel quale lo stesso regista, probabilmente, si rispecchia. Un’opera che in questi dodici anni è diventata un cult del cinema mondiale, e ormai quasi indipendente dal romanzo di Dickens; ma lo strabiliante tratto in comune tra i due artisti è il saper dare luce agli occhi di ogni personaggio secondario, dando in questo modo la più degna delle cornici alla loro narrativa, capacità di cui il regista dà un ulteriore riprova dopo il successo di The Pianist, ambientato nientedimeno che nel ghetto di Varsavia durante l’occupazione tedesca.

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In un capolavoro di costumi, il regista polacco disegna un Oliver vero, incatenato alla sua condizione ma al contempo illuminato da un bagliore di pura speranza proprio solo della più tenera età: osserva gli eventi che si susseguono intorno a lui con l’avvilita impotenza di un Pricò vittoriano.

Sin dai dieci anni, il piccolo Twist viene bistrattato da adulti e coetanei completamente impossibilitato a qualunque reazione. Ci proverà, mosso da un rancore fin troppo infantile, a reagire contro le perfidie subite, ricevendo in cambio nient’altro che ulteriori soprusi.

In fuga dall’alienazione, carico della più pura sopracitata speranza, Oliver fa rotta verso Londra, camminando allo stremo delle forze per sette giorni. Il primo incontro con il coetaneo Dodger e l’ebreo Fagin (interpretato da un magistrale Ben Kingsley), gli mostra una Londra illusoria, nella quale sembra esserci spazio per tutti: la realtà lo deluderà ancora. Ma è proprio questa realtà ad assoggettare tutti i personaggi al suo volere, con le sue imprevedibilità e soprattutto con il suo crudo cinismo. A partire dal vecchio ebreo.

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Polanski riempie gli occhi di Fagin di un’infelicità sorridente, come se egli stesso sapesse che un qualcosa di migliore dello squallore della sua esistenza non gli sarà mai dato trovare: esploderà nell’ultima scena, in gabbia, al dì fuori di quella realtà tanto crudele, la natura sensibile dell’ebreo, in una delle sequenze più commoventi non solo del film, ma di tutto il primo decennio cinematografico del nuovo secolo. Così come nulla di stabile è presente nell’anima candida di Brownlow, pronto a denunciare il piccolo Oliver poco prima di decidere di accoglierlo nella propria casa; o nell’irraggiungibile carattere della giovane Nancy, la cui ostentata eleganza si staglia nel putridume dei sobborghi di Londra: senza alcuna paura, denuncia Fagin e l’opera di avaro sfruttamento dei disperati orfanelli da lui perpetuata alla prima occasione, andando incontro ad una tremenda fine per mano di Bill Sikes, forse l’unico, nel suo infimo egoismo, veramente fedele a sé stesso per tutta la durata del film.

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Una Nancy resa da Polanski una delle vere protagoniste: l’omissione di Rose Maily la carica di un peso e di una rilevanza non indifferente. Il personaggio interpretato dalla giovane Leanne Rowe assume contorni via via più significativi con l’andare delle sequenze: ancora poco più che un’innocente, venuta a sapere della volontà di Sikes e Fagin di uccidere Oliver, decide di rischiare la vita per aiutarlo, come se i due personaggi fossero in fondo legati; legati da una speranza, legati dalla debole illusione che non debba per forza essere tutto soggiogato al volere del male, e che in qualche modo, in un giorno lontano, il mondo possa accogliere a braccia aperte il loro candore. Speranza che verrà nuovamente disillusa, e Nancy troverà la morte.

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Come farà allora il bene a trionfare, dopo tali vicissitudini? Basterà l’accidentale morte di Sikes a concludere con un canonico e vissero tutti felici e contenti? Evidentemente no. Perché sebbene la scena immediatamente successiva veda Oliver vestito di tutto punto, elegante, persino occhialuto nell’atto di leggere nel giardino di Brownlow, non è un Oliver felice e contento. E come potrebbe? Mai un sorriso gli attraversa il viso per tutto lo scorrere dei 125 minuti. Ci si chiede, cos’è che impedisce ad Oliver di mostrarsi felice per il ritorno tra le braccia del paterno Brownlow? Sommissione? Devozione? Paura che l‘illusione gli si riveli nuovamente ingannevole, come successo più volte nell’arco delle sue avventure?

Sembra una domanda da poco, rispetto alle questioni a cui ci ha posto innanzi l’opera di Roman Polanski; eppure, non è trascurabile la volontà quasi smaniosa del bambino di andare a trovare il povero Fagin, nel frattempo rinchiuso ed abbandonato alla sua follia: un ultimo fugace sguardo ad uno dei pochi uomini che fu kind to him, o un gesto che cela un inconscio rimpianto, un pentimento per aver trovato pace nello stesso mondo borghese che sin da neonato gli causò tante sofferenze e disavventure?

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Mi si perdoni la disamina fin troppo inadatta alla mente di un bambino, il cui saluto a Fagin probabilmente non era mosso che da quella sensibilità propria di ogni infante. Ma in fondo, ciò che resta dell’indipendentemente grande lavoro di Polanski è ciò che è stato in grado di segnare in ognuno di noi: perché pur raccontando, insegna; pur riadattando, si svela nella sua unicità; un film rivoluzionario, pur senza ritenersi tale.

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