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Archetipo del Villain: Pt. 3 – Il Mostro

Inutile negarlo, ogni grande sceneggiatura si basa su grandi personaggi, in grado di bucare lo schermo e catturare lo spettatore. Ma se nel creare un eroe uno scrittore ha spazio di manovra limitato, nel dare vita all’antagonista può avere libertà totale. Semplici, complessi, psicopatici, manovratori, mostri, macchine, entità malvagie e chi più ne ha più ne metta. La categoria degli antagonisti cinematografici è estremamente ricca ed eterogenea. Il cattivo perfetto in senso assoluto non esiste, ma ogni grande storia ne ha uno iconico, capace di restare impresso nella mente dello spettatore e di accoppiarsi perfettamente alle caratteristiche del protagonista, mettendolo quasi in secondo piano nei momenti in cui è in scena. In questo viaggio cercheremo di passare in rassegna le varie tipologie di Villain passate alla storia, sfruttando esempi concreti, mettendone a nudo le caratteristiche e analizzando le chiavi del loro successo.

Pt. 3: Il Mostro

I Villain appartenenti a questa categoria spesso diventano indimenticabili. Quella del mostro è una tipologia diversa da tutte le altre. Queste creature, che possono essere di pura fantasia oppure appartenere al mondo animale, non vogliono attivamente fare del male, ma seguono semplicemente la propria natura. E’ per questo che spesso possono risultare dei personaggi piatti. Il mostro è solitamente uno strumento narrativo utilizzato al fine di parlare di altro. Una storia di mostri è spesso un racconto sul comportamento umano, che si può sviluppare in varie maniere. Del resto è così da oltre due secoli, da quando Mary Shelley realizzò il rivoluzionario Frankenstein o il moderno Prometeo. Ciò che è rimasto nell’immaginario collettivo è lo spaventoso mostro creato dal dottor Frankenstein, ma la grandezza del libro della Shelley è nella splendida metafora del comportamento umano nei confronti del diverso.

Lo squalo (dal film omonimo)

Per capire l’importanza de Lo squalo di Steven Spielberg, sia come opera, sia come tipologia di antagonista, bisogna rendersi conto della gigantesca quantità di film che ha generato. Dai sequel diretti alle imitazioni, passando per le parodie, sono innumerevoli le pellicole, di cui poche realmente riuscite, che hanno rubato la premessa del primo grande successo spielberghiano.

Lo squalo è un Villain bidimensionale per eccellenza. E’ semplicemente un predatore e, come tale, agisce, attaccando senza alcuna distinzione coloro che entrano nelle sue acque. E’ uno strumento di puro terrore, per i personaggi del film e all’epoca dell’uscita anche per gli spettatori, considerando che il 1975 negli Stati Uniti fu caratterizzato da un sensibile calo del turismo nelle spiagge.

Il vantaggio di questa tipologia di Villain è che permette alla storia di focalizzarsi su altro. Non ha bisogno di approfondimenti psicologici, non c’è alcuna complessità da affrontare. Lo squalo è un essere di istinti, che non ha bisogno di alcuna giustificazione per le sue azioni. Spielberg sfrutta splendidamente le possibilità conferitegli dall’avere un cattivo totalmente piatto. Lo fa mettendo in mostra come la minaccia rappresentata dallo squalo sia, in realtà, enormemente ingigantita dalla stupidità umana.

Il vero cattivo della storia, per molti aspetti, è infatti il sindaco Vaughan, che prima si rifiuta di chiudere le spiagge e successivamente, quando lo fa, non si preoccupa di assicurarsi se la minaccia sia stata sventata prima di riaprirle. Viene criticata l’ingordigia che spesso caratterizza gli uomini in posizioni di potere e la debolezza delle autorità di fronte a problemi seri, in maniera fortemente caricaturale. Se lo squalo è la causa diretta di tutte le sue vittime, il sindaco ha però sulle sue mani buona parte del sangue che colora le acque di Amity.

Lo Xenomorfo (Alien)

La storia del cinema fantascientifico conosce a centinaia di film in cui sono presenti alieni ostili. Ma nessuno di questi è mai diventato tanto iconico quanto la creatura portata sullo schermo da Ridley Scott nel 1979. La prima ragione risiede nella magnificenza del disegno: un mostro semi-antropomorfo, completamente nero, caratterizzato da una chiara forma fallica non casuale, visti i sottotesti del film.

Lo xenomorfo non è la classica forma di vita aliena intelligente che ha lo scopo di colonizzare l’umanità. E’ una creatura che vive di impulsi, un parassita che ha il solo scopo di riprodursi e che per farlo sfrutta altre specie. Ha bisogno infatti di una fase di incubazione all’interno di un altro essere vivente, che viene ucciso al momento della sua espulsione. Non solo. Una volta sviluppato, rappresenta un pericolo ancora maggiore per via della sua aggressività e forza fisica. Lo xenomorfo è un mostro perché privo di qualsiasi forma di razionalità o rimorso che caratterizza le forme aliene tipiche della fantascienza classica, ed è questo a renderlo più spaventoso.

Lo xenomorfo nasce con un’idea ben chiara in mente: raccontare il lato peggiore dell’umanità, attraverso le azioni di una creatura profondamente diversa da un essere umano. E’ una creatura sporca, disgustosa, spaventosa. La sua riproduzione è quanto di più simile a una violenza sessuale si possa immaginare. Il mostro creato da H.R. Giger mette in risalto il lato oscuro del ciclo riproduttivo umano, e nemmeno in maniera particolarmente velata. Non solo, la natura violenta della creatura è anch’essa specchio di come l’uomo può agire: uccidere a sangue freddo, senza rimorso o pietà.

Alien di Ridley Scott è uno dei più chiari esempi di fantascienza di stampo pessimista. Ma è proprio per questo che il film colpisce a livello viscerale, riuscendo a trasformarsi da storia di fantascienza a pellicola dalle forti tinte horror.

Gli zombi (La notte dei morti viventi)

Anche qui si parla di un film apripista per un intero sottogenere. L’immagine dello zombi moderno (mostro appartenente alla tradizione vudù), da cui derivano innumerevoli pellicole dell’ultimo mezzo secolo, nasce infatti dal capolavoro di George A. Romero. Nel film, tutti coloro che muoiono dopo poco tempo si trasformano in queste creature, dalle sembianze umane, ma prive della complessità tipica della mente umana. Sono infatti guidati da un solo desiderio, quello di mordere della carne viva.

La filmografia di Romero è uno dei casi più evidenti di utilizzo del cinema di mostri per parlare di tematiche politiche e sociali. Già qui risulta evidente, anche grazie ai connotati che vengono dati ai morti viventi. Questi non sono intelligenti, e inoltre si muovono con estrema lentezza a causa del rigor mortis. Non sarebbero affatto degli antagonisti inarrestabili, se affrontati con un po’ di organizzazione e collaborazione.

Anche in questo caso, però, l’uomo è il peggior nemico di se stesso. I sette rifugiati nella casa sono più preoccupati a litigare tra loro che a elaborare un piano. Ognuno è convinto che la propria sia l’idea migliore. Entrano in gioco perfino dinamiche razziali, per quanto mai chiamate in causa esplicitamente. In questo modo sopravvivere diventa un’impresa molto più ardua. Non solo, coloro che dovrebbero essere l’ancora di salvezza per i vivi, i cacciatori, appaiono più interessati ad avere una scusa per sparare a degli esseri umani che altro.

Innumerevoli sono i sottotesti, non ultima l’idea del cannibalismo dei morti viventi come metafora dei rapporti tra classi sociali nell’America del periodo. Se in tanti hanno utilizzato l’idea del film horror e in particolare di mostri per parlare di tematiche sociali, pochissimi, forse nessuno, lo hanno fatto come Romero.

 

Una delle grandi capacità del cinema di genere, in particolare per horror e fantascienza, è quella di saper funzionare su due livelli: si unisce il puro intrattenimento alla trasmissione di messaggi importanti. Questo è spesso particolarmente vero per quanto riguarda i film di mostri, iconici per i loro indimenticabili antagonisti, ma che visti con le giuste lenti nascondono molto altro.

 

Leggi anche: L’enciclopedia del Villain: Pt. 2 Il Folle

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