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Christian Bale – Il Sacrificio è il Prezzo per un Buon Numero

È come se l’essenza dell’Arte, l’idea platonica di bellezza, si fosse gettata nel mondo terrestre alla ricerca di qualcosa, o qualcuno, in grado di assorbirne ed incarnarne la potenza. L’Arte, nel suo scegliersi mortale, decide di indossare le vesti di un uomo dai mille volti, dai mille sguardi.

Quest’entità metafisica, che danza sospesa sopra le nostre vite, ricolmandole di puro e libero significato, viene accolta ingenuamente dagli occhi innocenti di un ragazzino di 13 anni che prende parte a un film di Steven Spielberg, L’Impero del Sole. Ecco che si mostra al mondo, nella sua più passionale e disinteressata fanciullezza, Christian Bale.

Un piccolo predestinato che sente un richiamo, un richiamo in lontananza che non comprende, che non può comprendere, ma che non necessita di essere compreso, bensì solo assecondato. Nella più totale ingenuità, perché assuefatto dall’armonia di questo richiamo, il giovanissimo Bale lo accoglie, e viene immerso nella magia del Cinema decidendosi attore.

Il piccolo Bale divenne improvvisamente famoso, ma con la popolarità si ottiene tanto quanto si perde, e così, a causa di un forte stress emotivo, decise di abbandonare la recitazione. Ma quel sublime richiamo non si affievolì, anzi, si diramò in ogni emozione della sua vita. Ecco che Christian Bale è costretto a tornare in quel mondo che non aveva completamente abbandonato, al quale aveva distolto lo sguardo, ma al contempo allungato una mano. Dal 1989 il giovane attore riprende a recitare, ottenendo diversi premi, al fianco di nomi come Christopher Lee, Kenneth Branagh o Helen Mirren, fino a prendere parte nel 1995 a “The New Word” di Terrence Malick, con il quale ebbe ulteriori collaborazioni.

Alle soglie del XXI secolo, Christian Bale è reputato uno degli attori più talentuosi dell’intero panorama internazionale. Grazie ad American Psycho (1999), il suo nome è sulla bocca di tutti. Ciò gli permette di scegliere quali personaggi interpretare, a chi concedersi, seguendo la strada tracciata da quel richiamo che si pone sempre più insistentemente. Bale inizia a comprendere chi è, ma soprattutto cosa può essere. Inizia a comprendere che, forse, il semplice recitare non basta, che bisogna osare abbastanza da permettere a quel richiamo di esprimersi nella sua più totale originarietà, nell’essenza dell’Arte come tale.

Ecco che allora avviene la prima trasformazione, la decisione dell’uomo di mutare se stesso in vista del personaggio. Un po’ come se l’umano, troppo umano Bale scegliesse di sacrificare se stesso in nome dell’autenticità di un ruolo. Come se dalla morte dell’uomo potesse nascere la vita del personaggio.

L’attore inizia scoprire le proprie possibilità d’essere nel 2004 quando decidere di recitare ne L’uomo senza sonno. Per interpretare Trevor, un insonne macchinista alienato dalla ripetizione di un lavoro in fabbrica e prostituzione, Bale decide di concedersi totalmente al proprio personaggio. Inizia così una folle dieta composta da una scatoletta di tonno e una mela al giorno, per settimane, fino a pesare quasi 55 kg. L’esito è impressionante, una trasformazione drastica che permette la manifestazione di quel personaggio che solo così avrebbe potuto esistere nella sua interezza, con un fisico cadaverico, con gli occhi dispersi in un mondo ormai abbandonato.

In Trevor, o meglio in Christian Bale che dà luce a Trevor, si mostra l’essenza dell’Arte, di quella danza sospesa che immerge lo spettatore in un mondo finalmente a lui proprio.

Pochissimo tempo dopo la più grande trasformazione fisica della storia del cinema, l’attore riprende peso riempendosi di muscoli, perché chiamato ad interpretare Batman nella Trilogia del Cavaliere Oscuro, del regista e amico Christopher Nolan, con il quale collaborerà per The Prestige.

Nel 2011, a seguito di un’altra imponente perdita di peso, Bale si consacra a Hollywood vincendo l’Oscar per la sua straordinaria interpretazione in The Fighter di David O. Russel. Qui incarna il ruolo di Dickie Eklund, un ex pugile ormai tossicodipendente che allena il fratello, perdendo più di 20 kg. La collaborazione con il regista persevera nel 2013 con American Hustle, quando Christian Bale dona vita a Irving Rosenfeld, un truffatore di più di 100 kg che negli anni ’70 si trova a gestire situazioni assurde attraverso una superba capacità dialettica.

La carriera dell’attore è segnata da questo continuo sbalzo di peso, permettendo l’esistenza di personaggi che altrimenti si sarebbero dispersi in volti e sguardi non in grado di cogliere appieno lo loro essenza. Questo è testimoniato dall’ultimo film dell’attore, ancora nei cinema, Vice di Adam McKay nel quale Bale interpreta Dick Cheney come vicepresidente degli Stati Uniti. (Leggi anche: Vice – Ogni evento è un’occasione)

Dopo questa ulteriore trasformazione, l’attore britannico ha dichiarato di voler abbandonare questa modalità di recitazione.

“Non posso continuare a farlo, non posso davvero. Con l’avanzare degli anni, la mortalità mi sta guardando in faccia.”

Questa dichiarazione è già avvenuta nel corso degli anni, ad esempio alla premiazione degli Oscar 2011, Bale dichiarò già alcune volte che non avrebbe più intrapreso la via del trasformismo per motivi di salute, troppo pericoloso per l’umano, troppo umano Christian. Eppure, pochi anni più tardi lo vediamo ingrassato di 40 kg. La domanda che inevitabilmente emerge è perché lo fa. Già, perché?

 “Se dovesse accadere di nuovo, lo farò per un altro film. Molta gente pensa che sia un espediente e che si può recitare tranquillamente e perdere anche peso per farlo. Ma sapete quanto ci vuole in realtà? Quindi, se è necessario, lo farò. Ma sto diventando un po’ troppo vecchio ormai e comincio a capire che se esagero, potrei arrivare ad un punto di non ritorno. Non ho la stessa mentalità che avevo anni fa quando mi sentivo invincibile e non mi importava di nient’altro. Ho una figlia adesso. Voglio avere un approccio intelligente con le prossime alterazioni che subisce il mio fisico. Ma sono contento di aver fatto ciò che ho fatto. Chi lo può sapere? Forse questo ruolo è l’ultimo” (Discorso di Christian Bale, premiazione Oscar 2011)

Quindi perché compiere tale gesto se pericoloso e non necessario? Viviamo (forse) fortunatamente nell’era del digitale, in cui la tecnologia ruba il posto alla poesia, nell’era in cui basta premere qualche pulsante al computer per far apparire qualcuno più magro. Allora perché mettere a repentaglio la propria salute mangiando una mela e una scatoletta di tonno per settimane? Per vincere un Oscar forse? Non credo proprio.

La ragione del suo gesto si esplica in uno dei suoi tanti personaggi, ovviamente. Scopriamo le motivazioni dell’attore nel personaggio in cui non c’è alcuna trasformazione, in quello fisicamente forse più normale di tutti, nell’illusionista Alfred Borden di The Prestige.

Questo soggetto sacrificò la propria esistenza per compiere il trucco migliore che Londra avesse mai visto. Decise per una vita colma di rinunce, una vita incapace di amare e vivere autenticamente perché scissa in due poli mai pienamente congiungibili. Assoluta abnegazione. Ecco il vero sacrificio per un buon numero, ci dirà il personaggio.

“Quello è il suo trucco. È questa la sua esibizione. Ecco perché nessuno capisce il suo metodo. Totale devozione alla sua arte. Assoluta abnegazione. Sai una cosa? È l’unico modo per fuggire da tutto questo, capisci?”. (Borden)

Assoluta devozione per la propria arte. Solo in questo modo, solo quando la passione per ciò che si è e ciò che si fa è così grande che necessita di manifestarsi, di esplodere, si può sostenere di aver vissuto veramente l’Arte. Un corpo solo, un corpo normale, non è abbastanza, non lo è per la folgorante potenza insita nel cuore di chi ama ciò che il destino gli ha donato.

Christian Bale, in questo modo, sacrifica il proprio corpo, sacrifica se stesso, per il suo pubblico, per l’Arte in quanto tale, ma anche per Sè, perché è come se qualcuno gli avesse indicato la via, ma è stato lui che liberamente ha deciso di percorrerla.

Il personaggio di The Prestige è Christian stesso. Borden è Bale e Bale è Borden.

Due uomini che sacrificano se stessi per la propria Arte, due uomini che hanno la forza e il coraggio di incarnare il peso e la potenza che comporta la scelta di essere autentici artisti. Un’assoluta abnegazione, poiché, negando se stessi, affermano la propria esistenza come un’opera d’arte.

L’attore si trasforma perché non potrebbe fare altrimenti, perché all’interno di sé vive una volontà mossa da pura passione che necessita solo di liberarsi dalle barriere di un corpo.

Bale, come Borden, ci dà la possibilità di evadere da qualcosa di molto più opprimente di un labirinto, con la sua Arte ci permette di evadere dalla nostra vita ordinaria e quotidiana, ci conduce verso il fantastico, verso l’impossibile. 

 

Leggi anche: The Prestige – Il Manifesto della Poetica Nolaniana

Tommaso Paris

“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 22 anni, studio filosofia a Milano, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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