Home (Non) è un paese per Festival Arrivederci Saigon - Le Stelle sotto un cielo infuocato

Arrivederci Saigon – Le Stelle sotto un cielo infuocato

1966. 5 ragazze provenienti dal comune toscano di Piombino formano una band. Manuela alla batteria, Daniela alla tastiera, Franca al basso, Viviana alla chitarra e Rossella, la potente voce dietro al microfono. Dopo due anni di discreto successo, alla band viene proposto dal loro agente una tournée nell’estremo oriente, passando per Hong Kong, Giappone e Filippine. Le ragazze salgono frettolosamente su un aereo e atterrano poi sì in estremo oriente, ma nel Vietnam del Sud, ospiti speciali dell’esercito americano. Questa è la storia de Le Stars e del loro complicato soggiorno a Saigon, raccontata dopo 50 anni  nel documentario firmato da Wilma Labate.

La regista ci racconta immediatamente dopo la proiezione nel Cinema Vittoria di Monopoli che ha dovuto lottare per anni per poter anche solo iniziare la produzione del film. Il progetto richiedeva necessariamente l’uso di filmati dagli archivi americani e delle licenze costose. Wilma Labate afferma che la guerra del Vietnam è la più filmata della storia, sia sotto forma di registrazioni storiche sia come sottogenere a sé stante del film di guerra, ed è difficile non essere d’accordo. Film come Good Morning Vietnam, Platoon o Apocalypse Now hanno colorato le impressioni della guerra nell’immaginario comune, e inevitabilmente anche l’approccio scelto dalla regista.

Il film quindi presenta in primis i punti di vista di quattro delle cinque musiciste, attraverso interviste che ricapitolano gli eventi che hanno segnato la permanenza del complesso a Saigon, tra momenti di incertezza e confusione contrapposti a un ottimismo giovane e ingenuo che strappa un sorriso nervoso col senno di poi. Le quattro donne raccontano la loro prospettiva attraverso i ricordi del confronto musicale, razziale e sociale con i membri dell’esercito americano e le loro parole si tingono di entusiasmo in un momento e di disagio nel successivo. Si tratta pur sempre di una guerra, una lotta in territorio straniero e per motivi impenetrabili per i soldati che Le Stars dovevano intrattenere. I giovani membri dell’esercito con cui chiacchieravano il mattino potevano tornare la sera in barella, feriti e dilaniati da un conflitto che potevano solo immaginare.

Impressionante è il racconto di una sera in cui le ragazze salirono sul tetto della base, osservando esplosioni e fuochi colorare il cielo di un intenso rosso, sgranato e graffiato dal filmato d’archivio, solo per poi scendere e venire rimproverate per il rischio corso. La prospettiva delle ragazze è tremendamente limitata, in quei tre mesi, lontane dall’Italia che era la loro patria e dall’America dove la guerra si rispecchiava nelle strade, nelle proteste e nelle rivolte.

Il documentario espande saggiamente il suo punto di vista attraverso l’uso di video e immagini di repertorio americano. Ci viene  mostrato come le politiche del 1968, tra Movimento per i diritti civili per afroamericani e Segregazione razziale, influenzassero la condizione  della band e dei soldati a migliaia di chilometri di distanza. Soldati bianchi e neri così combattono insieme, nonostante a casa debbano prendere posti diversi sul bus, e le Stars hanno come unico dovere di intrattenerli con la loro musica, ispirata in realtà dal blues e dal soul tipico della cultura nera.

Il produttore discografico Sam Philipps è famoso per la frase “Se trovassi un ragazzo bianco che canta e si atteggia come uno di colore, potrei fare un miliardo di dollari”. Trovò quel ragazzo in Elvis Presley, ma la frase sarebbe azzeccata anche per la frontwoman delle Stars, Rossella. Chiaramente ispirata e spesso paragonata nel documentario a cantanti come Etta James e Aretha Franklyn, Rossella dimostra nei suoi segmenti la passione per la musica che la guidava nel 1968 così come nel 2018, a capo di un gruppetto di studenti di canto. La dimensione musicale del documentario è essenziale per disegnare meglio il carattere delle intervistate e per comprendere il loro ruolo nelle basi di Saigon e Da Nang.

Il soggiorno di 3 mesi a Saigon termina bruscamente nel momento in cui la bassista Franca si ammala. Il gruppo viene rispedito in Italia, lasciandosi dietro 3 mesi di angoscia, di confusione e di agrodolci ricordi. Il ritorno a casa tuttavia è tutto tranne che sereno: il gruppo viene condannato e ostracizzato per aver supportato il governo statunitense, per aver stretto un metaforico patto col diavolo e aver cantato nel suo coro. Poco importa che questo patto non lo abbiano stretto loro.

Presto Franca e Manuela abbandonano il gruppo, portando al suo scioglimento. Rossella tenterà nuovamente una carriera da solista, ma senza grandi risultati. Le vite delle ragazze proseguiranno, ma cresceranno indelebilmente segnate da quell’esperienza. 50 anni sono tanti rispetto a 3 mesi, ma di sicuro non sembrano tali se quei 3 mesi sono mesi difficili, ricchi di difficoltà, paure e isolamento. Il documentario di Wilma Labate racconta così la necessaria storia di cinque ragazze incastrate involontariamente nella Storia, una scritta con il fango della giungla, con il sangue versato nell’infermeria, con le lacrime versate durante notti insonni e con le note di It’s a man’s man’s world.
…but it would be nothing without a woman or a girl…

 

 

Leggi anche: Sudestival 2019 – Pupi Avati illumina Monopoli parlando di cinema e vita

Enrico Sciacovelli
Un altro di quei tipi che parla troppo di film e vorrebbe essere pagato per farlo, anzichè lamentarsi dell'ultimo Transformers senza successo.

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