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Bandersnatch – Prigionia e possibilità

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Libero o servo arbitrio?

Questa vuole essere non tanto un’analisi stilistica, quanto una riflessione “filosofica” sui significati e le sensazioni che quanto viene rappresentato in Bandersnatch può trasmettere allo spettatore. Concentrandosi lo sguardo soprattutto sull’idea di fondo, verrà data pochissima attenzione alla trama: quindi niente spoiler.

L’assunto è che la sensazione degli spettatori possa essere duplice: una sensazione di prigionia a dir poco asfissiante bilanciata e insidiata da una sensazione di infinità e libertà. Se da un lato, infatti, gli spunti forniti dalla tematica del libero arbitrio ci suggeriscono una visione in cui quest’ultimo non trova alcuna possibilità di esser preso in considerazione nella nostra esistenza, la stessa messa in scena, la trama e la molteplicità del materiale filmato non possono che trasportarci in un’atmosfera di assoluta libertà e varietà, che di quella libertà è la matrice.

Bandersnatch
Il protagonista di Bandersnatch

Il protagonista si trova sempre ad un bivio; la scelta quindi, nell’impostazione dell’opera, sarebbe già fortemente limitata, in quanto, come si capisce se si pone un’attenzione minima al mondo che ci circonda e al modo di procedere della quotidianità, le strade che ci si prospettano (in quelli che potremmo definire avventurosamente “nodi gordiani” del nostro destino) sono virtualmente infinite. Basta modificare un infinitesimo elemento perché tutta la scena, e quindi il suddetto bivio, cambino del tutto fisionomia.

Prigionia triangolare

Comunque, accettata questa necessaria limitazione, siamo noi a cliccare sulla curva giusta da far prendere alla storia: quindi il protagonista, è chiaro fin dall’inizio, non ha alcuna possibilità di scegliere, in quanto non è libero da noi (così sembra suggerirci il film, eliminando senza remore l’illusione di “essere liberi da”, l’idea di non essere influenzati da nessun altro quando scegliamo cosa fare). Ma, andando avanti con la storia, ci rendiamo subito conto che neanche noi siamo alla fine tanto liberi di scegliere il corso degli eventi: infatti, in alcuni punti di svolta, qualunque scelta voi decidiate di compiere, Bandersnatch tornerà comunque su alcuni binari predefiniti, abbandonati i quali, pare di capire, la trama non potrebbe procedere. E questo non mi sembra, come molti hanno lamentato, un errore imprevisto o una necessaria debolezza del concetto, quanto piuttosto un rafforzamento.

Bandersnatch

Gli autori sembrano dire: se non è libero il protagonista, non vi illudete di poter scegliere voi al suo posto, poiché neanche voi siete padroni del vostro destino (traduco con “vostro destino” l’oggetto di cui si vuole essere spettatori); anche voi siete soggetti alle scelte di qualcuno che è più a monte del personaggio e del pubblico, ossia Noi, gli autori. E questo gioco potrebbe ripetersi all’infinito, è come uno scambiarsi continuamente il ruolo del prigioniero all’interno del triangolo amoroso autore-personaggio-spettatore.

Il tutto potrebbe sembrare ancora sopportabile nel momento in cui si riesca a riconoscere chi sta sopra di noi a muovere le fila del gioco, quando è facile dare un volto agli “spingitori” (per dirla con un personaggio di D. F. Wallace); ma quando questi si esauriscono, e, oltre alla “libertà da”, si viene privati anche della “libertà di” (all’idea di possedere la quale difficilmente rinunciamo), cioè della libertà d’iniziativa, cadiamo in quel profondo abisso di terrore che costringeva i Greci ad attribuire comunque una individuabile concretezza alla necessità sconosciuta nella maschera misteriosa del Fato (si pensi ad Edipo, che non è spinto da nessuno se non da se stesso, assumendo i vari oracoli una funzione esclusivamente mediatrice).

Gioco postmoderno

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Momento topico in Bandernsatch

Per quanto riguarda questo senso di prigionia, l’idea non è neanche del tutto nuova, se si scava un po’ nei meandri di quella che chiamiamo letteratura “postmoderna”. Si leggano alcuni dialoghi da “La scopa del sistema” (1987) del già citato Wallace, estrapolati da una scena molto familiare a Bandersnatch, una seduta psicanalitica:

Lenore: Sono qui per questo, no? Non è per questo che le sgancio più o meno due terzi di quello che guadagno?
Jay: Sono al tempo stesso onorato e imbarazzato. Torniamo alla Nonna e a una vita che va raccontata anziché vissuta.
Lenore: Bene.
Jay: Bene.
Lenore: Secondo lei cosa significa?
Jay: In tutta onestà dovrei essere io a chiederlo a lei.
Lenore: Be’, credo che non sia esattamente che la vita va raccontata anziché vissuta; è piuttosto che la vita è il suo racconto, e che in me non c’è niente che non sia o raccontato o raccontabile. Ma se è davvero così, allora che differenza c’è, perché vivere? […] Se di me c’è unicamente ciò che di me si può raccontare, in cosa sarei diversa dalla donna nella storia di Rick, quella che si ingozza e che ingrassa e che alla fine spiaccica la figlia addormentata? […] Può sentirla purchè la storia preveda che la senta. Ci siamo? La storia vuole che, spiaccicata la figlia, la donna senta una pena tale da cadere in coma? Benissimo, ecco allora che la donna sente esattamente quella pena e cade in coma.
Jay: […] come mai è così ossessionata dall’idea che la gente racconti le sue cose? Raccontarle equivale a sottrargliene il controllo? […]

È il vecchio problema del rendersi conto, dello “strappare il cielo di carta” per accorgersi, alla fine, di essere solo il personaggio di una finzione regolata da altri. E, dipendente da questo, l’idea che la finzione e la “vita” non presentino punti d’appiglio esterni per potersi riconoscere a vicenda (si può tornare indietro fino al “Chisciotte” o a “La vida es sueño” di Calderón).

Ma in questo caso, come in quello di Wallace, la scoperta terrificante non si fa tema di astratta riflessione filosofica, bensì si incarna come una specie di sensazione delirante e paranoica sulla pelle dei protagonisti (si veda la scena in cui il protagonista confessa le sue paure alla psicologa, o ancora a quando si mette a parlare con lo schermo del computer). Proprio quest’ultima scena, quella del dialogo con lo schermo, non può non farci venire in mente il caro vecchio Matrix (1999), solo che lì Neo, nel momento in cui si accorge di vivere in una rappresentazione attraverso gli errori e le sbavature di quella stessa rappresentazione, capisce anche di non essere solo; qui il protagonista è folle in quanto nessun altro si trova, come lui, al di là dello specchio. Asfissia totale.

Spinoza contro Leibniz –  Necessità contro possibilità

Se invece giriamo lo sguardo sull’altra componente (a nostro avviso) fondamentale del film, ossia la pluralità del materiale visivo e narrativo, non possiamo evitare la sensazione di avere a disposizione un intero mondo virtuale (che è poi la stessa sensazione che il protagonista di Bandersnatch vorrebbe regalare con il suo videogame, e che, tutti noi venticinquenni e affini ricorderemo, ci assaliva quando si metteva mano al poderoso “GTA”). Lasciando anche da parte la facoltà di poter scegliere le coordinate dell’avventura, la sola possibilità di poter vagare in uno spazio allargato, l’intuizione di non avere percorsi stabiliti precedentemente (per quanto poi, ovviamente, lo siano), ci regalano una visione d’ampio respiro e un’impressione, appunto, di libertà.

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La creazione del videogioco in Bandersnatch

Quasi come se le nostre azioni non fossero decise da nessuno, quasi come se quel mondo, anche se adesso è così e bisogna affrontarlo così com’è, avesse potuto assumere infinite altre forme, e siamo solo noi ad aver scelto una strada scartandone molte altre. Bandersnatch, in quanto opera interattiva, ci illude di poter giocare con il labirinto spazio-temporale permettendoci di vedere come sarebbe andata a finire “se invece di…”, e nello stesso istante in cui ci dice che il libero arbitrio non esiste, ci consola con la possibilità di esplorare i cosiddetti “universi paralleli”; tematica, questa, che ci ricorda uno dei capolavori contemporanei del black humor fantascientifico, Rick and Morty, in cui, in modo similare, la compresenza di infinite possibilità d’esistenza e la loro interazione non riescono a farci dimenticare lo squallore e l’insensatezza dell’essere imprigionati in un feroce universo deterministico senza scopo.

Nel momento in cui ci perdiamo nell’ebbrezza dell’indefinito, subito veniamo riassaliti dalle riflessioni precedenti, e dalla sensazione che, nonostante le mosse e le disposizioni possibili sulla scacchiera siano infinite, i percorsi rettilinei e diagonali sono comunque già prestabiliti. Per riassumere con due grandi nomi (senza alcuna pretesa di rigore filosofico, ma ragionando soltanto su sensazioni), Spinoza contro Leibniz: determinismo assoluto contro logica della “possibilità”. Sta poi alla sensibilità e alle inclinazioni di ogni sguardo abbandonarsi all’uno o all’altra.

Per concludere, si prenda questa frase da uno scritto di Marthon Roth sul Calvino dei giochi metaletterari:

“I perenni cambiamenti d’orizzonte hanno dunque la funzione di creare instabilità e costringere il lettore ad una partecipazione attiva, e il testo si trasforma così in “texte scriptable”. Questa nuova struttura, che permette vari percorsi e scelte multiple, dalla parte del lettore può essere vista anche come prigione, perché, oltre a perdere l’immagine di un’interpretazione ben decifrabile, il lettore non riesce più a uscire nemmeno dal gomitolo dei diversi racconti”.

Leggi anche: Bandersnatch – L’illusione di scegliere

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