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Montage of Heck – Quando la Tragedia diviene Arte

Montage of Heck è un viaggio intenso nei tortuosi canali del sub-conscio del frontman dei Nirvana, Kurt Cobain.
Questo film-documentario riserva una chicca strepitosa, cioè che a raccontarsi è lo stesso Kurt, durante tutta la pellicola, attraverso tracce audio e video amatoriali che ritraggono momenti cardine della sua vita.

Il film prende la rincorsa con le immagini di un live del gruppo e con la descrizione dell’artista da parte della madre Wendy, della sorella Kim, di Krist Novoselic bassista della band; decolla poi attraverso le immagini tratte dai video tape di famiglia.
In sottofondo scorrono le note di “All apologies”, riarrangiate come una ninnananna, e sullo schermo osserviamo i disegni di Kurt bambino. Hanno così inizio i frame della vita familiare di casa Cobain.

Un abbraccio segue un tenero bacio tra il bimbo e la madre Wendy; invece il padre, Donald Cobain, viene ripreso mentre imbraccia una cinepresa, seguendo il piccolo Kurt sul “palco” del suo terzo compleanno: tra le braccia un cartello, indicante la ricorrenza, al quale sostituirà la chitarra.
Poi via ad aprire i regali!

Ci viene incredibilmente concesso un Kurt nella sua più tenera infanzia, alle prese col rito dello scartare i doni, mentre il cane gironzola per la stanza. Una traccia audio ha catturato la voce del piccolo futuro rivoluzionario del rock presentarsi alla madre (e a tutti noi) dicendo: – I’m Kurt Cobain! -.
È incredibile che ci si possa così intrufolare, a ritroso, nella fanciullezza e nel focolare domestico di un mito del rock, di un’icona d’una generazione intera e forse anche di quelle che hanno seguito.
Essere così documentati, come mai prima d’ora, attorno la vita di un tale personaggio ed artista, quella vita che precede il successo, la notorietà e la fine… è un regalo pazzesco.

Ed è strano pensare che anche un mito abbia avuto un’infanzia del tutto comune, un’adolescenza complicata come tutti… stupefacente è trovarvi persino il seme delle grandiose, e al tempo stesso terribili, vicende che hanno germogliato nel resto della sua vita.

Al principio, guardando questo film, pare di essere in un tour che attraversa il mondo dell’infanzia, il significato di “casa” e di “famiglia” del nostro Kurt.
Possiamo osservare quanto lui, primogenito, fosse costantemente al centro dell’attenzione, quanto fosse appagato dalla premura della famiglia nei suoi confronti.
Come quando nel video tape del suo secondo compleanno, soffiando su una candelina che proprio non voleva spegnersi e, nel momento in cui il soffio prevale sulla fiamma, giungono gli applausi dei familiari unitamente ad un sorriso raggiante e pieno d’orgoglio sul viso del bambino.

È un privilegio ed una responsabilità poter maneggiare questo tipo di materiale: le speculazioni potrebbero portarci a pensare che il ragazzo fosse destinato all’egocentrismo ed al solipsismo fin dalla giovinezza, che l’esser cresciuto come tra poco vedremo non avrebbe potuto portarlo altrove se non dove è finito… oppure le immagini, i racconti di Kurt bambino e poi adolescente si possono “prendere” semplicemente per quello che sono. Proviamoci.

La pellicola continua ancora coi video tape di famiglia, che stavolta riprendono la nuova arrivata Kim, sorella minore di Kurt.
Wendy descrive il figlio come sbigottito, ed allo stesso tempo entusiasta, della nascita di Kim, aggiungendo un attimo dopo che, col tempo, cominciò lentamente a soffrire la perdita dell’esclusività sulle attenzioni genitoriali.
Comunque le immagini continuano a scorrere incessanti e possiamo osservare Kurt animare la vita della sorellina, con momenti di gioco, di spensieratezza.

È stupefacente guardare, con gli anni che scorrono, il mutamento in quel bambino, poco più che neonato, verso qualcuno sempre più rassomigliante all’immagine di lui che tutti noi abbiamo impressa nella memoria.

Ad ogni modo quegli occhi blu sono sempre gli stessi fin dal principio.

Wendy lo ritrae come un bambino iperattivo, pieno di energie e di interessi; ritrae invece il marito Donald come un uomo poco presente, e spesso dedito a schernire e umiliare il figlio piuttosto che educarlo. I disegni del piccolo continuano a scorrere a tratti: i sorrisi degli inizi si sono però tramutati in espressioni angosciose e le atmosfere cupe (forse da sempre presenti, almeno per un poco) cominciano a prevalere.

Poi per Wendy arrivò il momento di parlare di ciò che segnò profondamente il futuro musicista, dell’inizio della finedel divorzio, momento in cui per il piccolo Kurt tutto finì in pezzi.
Disse che a quel tempo le persone non divorziavano, o che perlomeno lei non conosceva nessuno che l’avesse ancora fatto. Sentiva però di essere arrivata ad un capolinea, desiderando stimoli e realizzazione personale.

Kurt aveva nove anni e tutti parlavano del divorzio dei Cobain.

Era mortificato, il suo stato d’animo cominciò lentamente a spegnersi, lui si chiuse in sé e reagì in malo modo: era solito togliere le lampadine dalle luci di casa, chiudere fuori dalla porta il baby-sitter e la sorellina. Per Wendy fu indomabile a quel tempo. In seguito a ciò, decise di abbandonarlo al padre.

Comincia così la descrizione di Donald Cobain: ripete che amava molto crescerlo e stare con lui, continua dicendo che forse Kurt prese come una promessa l’avergli detto che non si sarebbe più risposato. E che in realtà poi così non fu.
Allora nel suo mondo entra Jenny, seconda moglie di Donald, che parlò di Kurt come un bambino che voleva semplicemente vivere in un contesto familiare unito, che desiderava unicamente essere amato. Amato però più degli altri (nuovi) fratelli, a dire della matrigna.
Così il giovanissimo Kurt decise di non obbedire più, di perdersi in quell’oscurità che già presso la madre era sfociata in estrema ribellione, in cattiveria da riversare su chi gli stava intorno.

Ed anche Jenny, per sua stessa ammissione, prese infine la decisione di allontanarlo da casaIl padre Donald lo mandò dal fratello della madre per un po’, dai nonni paterni, e infine nuovamente a casa con loro, ma i problemi non erano cambiatiJenny aggiunge: – chiunque lo accogliesse, dopo un paio di settimane desiderava cacciarlo -.

Un foglio con una scritta colorata riporta le parole “monsters beneath”, firmato Kurt Cobain. Spazio al pezzo “Something in the way”.

D’ora in poi il docufilm continuerà principalmente con animazioni ritraenti le vicende della giovinezza di Kurt, narrate dalla sua stessa voce, estrapolata dai nastri incisi per sua stessa mano e con le interviste alle persone che lo conoscevano più da vicino.
Parla Kurt della sua adolescenza, delle grane sociali tipiche dei ragazzi “problematici”, di come sia stato allontanato da casa dal padre e dalla matrigna, verso quelle dei nonni e di svariati zii prima di fare ritorno da loro ed essere cacciato nuovamente.

Il tutto in un solo anno.

Poi è a sua madre che è toccato accoglierlo, così dice la sua voce, all’epoca della terza media.
Prosegue: – lei si è incavolata per questo e ciò mi ha provocato un bel complesso -.
Per fortuna successivamente scoprii la più perfetta forma di espressività: marijuana”, dice.

Il suo racconto parla di come ciondolasse tra frequentazioni “poco raccomandabili” e atti di ribellione. Rubare alcool e distruggere le vetrine dei negozi, il tutto contornato dall’abuso mentale della madre nei suoi confronti

L’erba poi cominciava a non bastare piùDice che non lo aiutava come prima a sfuggire dai problemi.

Afferma addirittura che anzichè starsene sul tetto a pensare di buttarsi di sotto, prese la decisione di farlo davvero.
La sua voce su nastro parla di una sera in cui la disperazione era particolarmente aguzza, di come vagabondasse “fumato e bevuto” vicino i binari del treno, dell’essersi disteso al di sopra con due grossi pezzi di cemento a premere sulle gambe e sull’addome… del treno che arrivava in lontananza e che si faceva sempre più vicino…  Del suo deviare improvviso verso il binario accanto.

Sarà forse il fato ad aver decretato che quel ragazzo avrebbe dovuto portare una nuova era nella musica e tra le menti dei giovani destinatari della sua arte, oppure, molto semplicemente, il caso ha voluto che il cambio del binario fosse innescato sul lato giusto.

Non lo sapremo mai.

La marea di delusioni e traumi giovanili, al tempo delle superiori assumerà poi la forma dell’asocialità più cupa, dell’essere considerato (o considerarsi) diverso a tal punto da sentirsi pazzo. Lo ascoltiamo dalla sua voce…
Afferma di riuscire a trovar sfogo alla frustrazione solo facendo il vandalo.
Per lui “Over the edge”  film del ‘79 che segna il debutto di Matt Dillon – è una pellicola che rappresenta la sintesi delle proprie pulsioni: distruggere tutto ed in particolar modo l’ordine costituito del mondo scolastico.

È così forse che è nata la seconda ondata punk (e grunge) degli anni ‘90Forse, oltre che per un inasprimento delle regole rispetto agli anni precedenti, anche grazie ad un film poco conosciuto, ma degno di essere definito cult.

Certamente il punk degli anni ‘70 e la cultura che ne gravitava intorno è il motivo per cui Kurt Cobain ha cominciato a mettere su una band.

Trascorsa la mezz’ora di proiezione, il film lascia spazio alla testimonianza di Tracy, fidanzata di Kurt intorno ai diciotto anni.
Lei stessa si definisce all’epoca in parte compagna ed in parte madre per lui, confessa di essersi dedicata ad “allevarlo” oltre che ad amarlo.
Comunque insieme stavano bene e lei lo incoraggiava a seguire la sua arte
No, non ha mai visto Kurt assumere eroina, sebbene le avessero detto che ne faceva uso.

Il diario del frontman dei Nirvana parla del 1987 come l’anno in cui scoprì la sostanza: Montage of Heck riporta i nastri in cui lui confida che i dolori allo stomaco (probabilmente sfogo dell’insopportabile malessere esistenziale) non erano più risolvibili nemmeno dai farmaci.

Ogni volta che facevo un’endoscopia trovavano un’irritazione, cantavo e tossivo sangue…non si può vivere così. Allora decisi di medicarmi da solo. 

Arrivarono poi i primi successi col disco Bleach, le prime apparizioni in radio importanti… poi arrivò Courtney Love, nuova ragazza di Kurt.
Krist Novoselic, nella nostra pellicola, definisce la ragazza artistica, interessante, intellettuale… e facente uso di droghe. Anche lei.
D’altronde ha certamente potuto ereditare l’animo artistico, e forse anche il dramma, dalla nonna e scrittrice Paula Fox. (ndr)

Poco dopo venne il momento di Nevermind, disco epocale al quale è impossibile attribuire aggettivi che non risultino semplici eufemismiDal 1991, anno di uscita del capolavoro della band, nulla fu più come prima.

Il successo travolse i Nirvana, su di loro piombarono i media, il primo posto nelle song chart (esclusivo appannaggio della band anche fuori gli U.S.A.), e arrivarono i milioni.
Questi sono elementi che apparentemente farebbero la fortuna di chiunque, ma realmente, trovandotici nel mezzo e se non sei in equilibrio, si rischia di rimanere travolti.
I media pompavano l’opinione pubblica di pettegolezzi attorno la vita dissoluta di Kurt e Courtney, l’uso di droghe era considerevole, lo era anche durante l’attesa della loro figlioletta Frances a detta di alcuni amici.
I giornali uscivano con titoli come “Kurt Cobain: la figlia Frances è nata il mese scorso tossicodipendente” oppure “Frances, la figlia di Cobain nata sana nonostante la madre si drogasse mentre era incinta”.
Gli assistenti sociali seguirono la coppia (più in vista del momento), minacciando la custodia genitoriale della figlia.

Certamente tutte esagerazioni, ma la droga prendeva il sopravvento nella vita di Kurt e Courtney.
La pellicola offre continuamente estratti di frasi di Kurt, riversate su carta. E fanno rabbrividire.
Le sue paranoie aumentavano a dismisura. Si nota ormai che fosse consapevole di essere tossicodipendente.

Le sue liriche si facevano più tetre… Nascono pezzi come “Aneurysm” e “I hate myself and I want to die”.

A Roma, dopo un live nello show tv “Tunnel” di Serena Dandini, nella notte tra il 3 ed il 4 marzo, ingerì 67 pillole di rohypnol, tentando il suicidio.
Trovato in overdose sul pavimento da Courtney, fu salvato. Ma per poco ancora.
Poiché l’8 aprile 1994 fu trovato morto nella serra della sua casa sul lago Washington dall’elettricista, il quale trovò accanto al suo corpo esanime un fucile ed una lettera d’addio.

La pellicola non affronta gli ultimi tragici momenti della vita del cantante e chitarrista dei Nirvana, preferisce raccontare con cruda sincerità ogni passaggio della sua vita.

Poco dopo l’inizio e un po’ prima della fineGli estremi non sono inclusi nella formula rappresentata sullo schermo, e va bene così.

Rimane però prepotente la domanda se la rivoluzione apportata da Kurt alla cultura giovanile globale sia valsa la pena di cotanta sofferenza, e di almeno tre vite distrutte.
Kurt era consapevole (e Montage of heck lo riporta perfettamente) di essere un povero egoista e la sua morte è stata l’emblema di questo peccato: avendo lasciato moglie e figlia, d’allora in poi, senza la sua presenza.
Il film mostra quanto egli stesso temesse che risolvere i suoi problemi avrebbe significato perdere l’esuberante creatività che lo compenetrava

E poi, domanda ancor più angosciosa, le persone che parlano di lui nella pellicola, che lo conoscevano e frequentavano così da vicino, proprio non avrebbero potuto comprendere a cosa stava andando incontro Kurt negli ultimi anni?

Forse il successo abbaglia, e probabilmente fa luccicare ciò che altrimenti sarebbe oscuro e desolato.

Però fa rabbrividire vedere i volti dispiaciuti mentre parlano del compianto compagno e degli svariati problemi che ha vissuto, se si pensa che quando pativa queste difficoltà loro erano lì, accanto a lui. Forse troppo accecati per osservare realmente la persona.

Montage of heck è probabilmente un film caotico, come sostiene una certa critica. Ma se vogliamo, lo è volutamente ed inerentemente con la realtà vissuta dall’artista nel suo mondo interiore, sbattuta sullo schermo a sprazzi.

La pellicola è vera, l’unico documentario mai autorizzato su Kurt CobainRinuncia ad interpretare e lascia che i fatti giungano allo spettatore così come sono.  Nudi, crudi, nella loro grandezza e nella più lacerante inquietudine e miserevolezza.

Ad ogni modo, questo è un film che colpisce nello stomaco. Non improvvisamente, ma poco alla volta…
Seguendo il lento scivolare di Kurt verso il baratro, da quando a due anni soffia sulla candelina della torta di compleanno, sino al tentato (e sventato) suicidio in Roma.

 

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