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Portuguese D. Ace – La Fiamma del Sacrificio

S’i’ fosse foco, arderei ‘l mondo”.

Così inizia il sonetto di Francesco (“Cecco”) Angiolieri, poeta senese della seconda metà del XIII secolo, che, verso dopo verso, matura la serena accettazione che egli non è fuoco, acqua o tempesta: è semplicemente Cecco, un essere umano, con i desideri carnali che ne conseguono.

Al contrario Portuguese D. Ace, personaggio che prende vita – e forma – dalla penna di Eiichirō Oda, fuoco lo era davvero. Ma più che bruciare il mondo, ha arso i cuori di tutti coloro che negli anni si sono appassionati all’universo di One Piece.

Ace era il figlio perduto di Gol D. Roger, il Re dei pirati che “si sacrificò” per far sì che la storia di One Piece avesse inizio. Nacque più tardi rispetto all’esecuzione pubblica di Roger da parte della Marina e fu adottato dal marine Monkey D. Garp, acerrimo nemico del Re dei pirati, che tuttavia accolse la sua richiesta di proteggere e nascondere le origini del figlio che sarebbe nato, in nessun modo responsabile delle colpe del padre.

Così Garp, dopo aver rassicurato la madre sul letto di morte, prese il neonato e lo affidò alle cure di Curly Dadan, una fuorilegge che viveva sul Monte Corbo insieme ai suoi sottoposti, minacciandola che l’avrebbe fatta arrestare se non ne avesse avuto cura.

Il destino volle che anche figlio di Garp fosse uno dei più grandi fuorilegge, in quanto a capo dell’Armata Rivoluzionaria: Monkey D. Dragon. Quest’ultimo ebbe un figlio e Garp si trovò ancora una volta nella posizione di dover proteggere e nascondere le origini di un bambino, suo nipote, un bambino che sarebbe diventato il protagonista della storia: Monkey D. Rufy (Rubber/ Luffy). Anche stavolta affidò il piccolo alle cure di Dadan.

Un preambolo storico era necessario per svariati motivi. Innanzitutto per capire le fondamenta del legame che Ace e Rufy strinsero a partire dalla loro infanzia, un legame che trascende la dimensione biologica, tant’è che si consideravano reciprocamente fratelli di sangue. Come se l’essere fratelli costituisse un fatto sociale che, in questo caso, superasse il fatto biologico di non esserlo.

È questa la promessa tra Rufy, Ace e Sabo – il figlio di una famiglia benestante della città a valle che trovò prima in Ace e poi anche in Rufy la sua vera famiglia. Rimanere legati qualsiasi cosa fosse successa e ovunque si fossero trovati, un patto sancito da tre tazze di sake e da un sogno: diventare pirati e solcare tutti i mari del mondo.

Lo sapevate? Se brindiamo assieme, possiamo diventare fratelli. Quando saremo pirati, potremmo non far parte della stessa ciurma, ma il legame fraterno che condividiamo non scomparirà mai! Dovunque noi siamo, qualunque cosa facciamo, questo legame è indissolubile! Da oggi, noi siamo fratelli!

Ace Pugno di Fuoco deve il suo soprannome al frutto del diavolo Foco Foco, nello specifico della tipologia dei Rogia, che permettono al possessore di diventare un tutt’uno a livello biologico e fisico con l’elemento – in senso lato – che caratterizza quel tipo di frutti. Come si evince dal soprannome, Ace poteva diventare fuoco puro, trasformarlo in attacchi micidiali, come il suo pugno di fuoco appunto, oppure in una forte difesa.

Ma il fuoco caratterizza Ace anche da un punto di vista più profondo, riconducibile alla filosofia e alla mitologia greche. Viene subito da pensare al mito di Prometeo, il cui sacrificio si concretizza nel furto del fuoco degli Dèi. Un furto finalizzato a placare la necessità degli esseri umani, ai quali viene fatto dono di questo elemento primordiale, simbolo stesso della vita.

E questo sarà Ace. La sua folle temerarietà, la sua noncuranza per la vita e il suo spirito di sacrificio portato all’estremo celeranno la sua reale volontà, quella di proteggere tutte le persone dietro di lui, tutte le persone degne del suo amore. Lui che visse tutta la vita credendo invece che di ricevere amore non fosse degno.

Pugno di Fuoco verrà alleggerito di questo fardello proprio sul patibolo, prossimo all’esecuzione, a Marineford, quando vedrà arrivare la flotta di Barbabianca – uno dei quattro Imperatori del Nuovo Mondo, nonché suo capitano – e il suo fratellino Rufy, giunti nel quartier generale della Marina al fine di salvarlo. Solamente allora realizzerà in modo pienamente consapevole che, nonostante le sue origini, ha diritto ad essere amato. Ed è quel tipo di amore che, come la più calda delle coperte, abbraccia intimamente la sua solitudine.

Il mio vecchio, il mio fratellino, i miei compagni… il loro sangue viene versato davanti a me, ma sono così felice! Non posso smettere di piangere… in questo momento voglio vivere!

Ace incredulo nel vedere tutti coloro che erano venuti a salvarlo

Questa ricerca del suo posto nel mondo, dettata dall’ombra della fama di un padre che ha odiato con tutto se stesso, in primis per aver abbandonato sua madre, ne fa il personaggio con maggior spessore filosofico. Una ricerca continua del senso della sua esistenza, costantemente adombrato dal pensiero che forse non sarebbe dovuto nascere e che dunque la sua morte sarebbe stata una liberazione per il mondo intero. Da qui il poco valore che dava alla sua vita, convinto di essere nient’altro che un peso.

Ace ha vissuto la sua vita cercando di trovare una risposta alla più tremenda delle domande che un essere umano possa porsi, quella se meritasse oppure no di essere venuto al mondo. Una ricerca che era cominciata già in tenera età, come testimonia il seguente scambio di battute con Garp:

A. – “Nonno, sarei dovuto nascere?

G. – “Continua a vivere e lo scoprirai…

Una domanda che aveva avuto per la prima volta una risposta quando era entrato a far parte dei pirati di Barbabianca. Una vera e propria famiglia, tant’è che l’Imperatore considerava ogni membro della sua grande ciurma come un figlio e, analogamente, ognuno di questi lo considerava un padre, Ace compreso. Il suo vero e unico padre.

Il fardello era diventato meno pesante dopo le parole spese da Barbabianca per convincere un inizialmente reticente Ace ad entrare a far parte della sua famiglia:

Non importa chi ti abbia messo al mondo, tutte le persone sono figli e figlie del mare”.

Dicevamo della rilevanza filosofica del personaggio, racchiusa nella ricerca del senso della sua esistenza, un senso che cambia forma, si modifica durante quella stessa ricerca. Un po’ come il fuoco di Eraclito che simboleggiava l’eterno divenire, in quanto origine e fine di ogni altra cosa.

Ace, come quel fuoco eracliteo al quale si richiama, rimane sempre uguale a se stesso, nella misura in cui non tradisce la propria natura, e allo stesso tempo affronta il dinamismo della ricerca di quell’interrogativo che ha caratterizzato la sua intera esistenza.

Straziante che la risposta alla sua domanda giunga alla soglia del proprio sacrificio. Perché nonostante Rufy fosse riuscito a salvare il suo fratellone dal patibolo, quest’ultimo si immolerà per difendere il fratellino dal pugno di lava dell’ammiraglio Akainu. E così, in un ribaltamento di ruoli drammaticamente creato ad arte, Ace sacrifica la sua vita per salvare quella di Rufy, che a sua volta aveva messo a repentaglio la propria nel salvarlo.

La scena più drammatica

Padre… e tutti voi ragazzi… anche se non ho mai combinato nulla di buono nella vita, anche se il sangue che scorre nelle mie vene è quello di un demone… tutti voi mi avete sempre amato… grazie!

Queste sono le ultime parole che Ace dirà al fratellino, prima di morire fra le sue braccia.

La sofferenza che attraversa Rufy il quel momento non può essere descritta a parole, perché è letteralmente paralizzante, sgretola l’anima. In quell’oceano di sofferenza non si riesce a nuotare, ma neanche ad annegare, soffoca il cuore senza tuttavia farne cessare il battito. E Rufy avrebbe voluto veramente annegarci in quel dolore, nel più breve tempo possibile, per mettervi fine.

In quella tragica scena affiora la poetica contrapposizione tra il sorriso di Ace, consapevole della propria morte ma anche del significato della propria vita, e la disperazione di Rufy – così come quella del lettore e dello spettatore – nel realizzare quell’incolmabile perdita. Una sensazione di impotenza che ci pervade e si deposita nel profondo, acuita dall’essere arrivati così vicino alla meta, tanto da averla toccata, salvo poi vederla svanire per sempre.

Vi è una tanto interessante quanto bizzarra analogia tra Ace ed Itachi Uchiha – personaggio di Naruto – oltre all’essere i personaggi filosoficamente più rilevanti dei rispettivi manga: il sacrificio per il fratello. Certo, si potrebbe obiettare che quello di Itachi fu un sacrificio in nome dell’intero villaggio, ma in ultima analisi egli intendeva proteggere il fratellino dagli effetti catastrofici che sarebbero seguiti da una guerra civile all’interno di Konoha.

Quello che cambia è la percezione di quei sacrifici. Mentre quello di Itachi fu un sacrificio oscuro, come la notte in cui avvenne, illuminata da una luna piena che si tinse di rosso sangue, il sacrificio di Ace prese forma alla luce del sole, sia perché fu visibile a tutti, sia perché s’illuminò dell’amore che provava per il fratellino Rufy.

Come il fuoco che esaurisce la sua essenza nella luce e nel calore che dona al mondo per poi spegnersi, così Ace, fuoco a sua volta, trova il senso della sua esistenza nel sacrificare se stesso per salvare quel fratellino che tanto lo aveva fatto dannare da piccolo.

Il sacrificio, come un fuoco, si esaurisce nella sua essenza e trova significato nel suo fine.

Un amore fraterno che brucia di dolce purezza. Una fiamma che si estingue nel sacrificio. Una scintilla che vivrà per sempre nel cuore di chi lo amava.

Tutto questo era Portuguese D. Ace.

 

 

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Edoardo Wasescha

- Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere - Aspirante giornalista - Nerd da prima che diventasse una moda

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