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Rocco e i suoi Fratelli – L’immagine cruda e intensa di un’altra Italia

- RETROSPETTIVE D'AUTORE: IL NEOREALISMO ITALIANO -

QUI TROVI L'INTRODUZIONE ALLA RETROSPETTIVA: 
https://www.artesettima.it/2019/02/03/il-neorealismo-italiano-la-culla-del-nostro-cinema/

 

La famiglia Parondi è composta dalla madre Rosaria e dai suoi cinque figli: Rocco e i suoi fratelli. Cinque come le dita di una mano, ripete spesso la madre; le dita vanno tenute insieme tra di loro, unite da un polso bardato a lutto per la morte della testa di questo corpo immaginario. Scelgono allora di riunirsi a Vincenzo, quel pollice che è andato via, partito alla volta di Milano per cercare un futuro diverso. E cos’è una mano senza un pollice? È mano di bestia, di uomini da soma piegati in due nelle campagne senza vedere l’orizzonte, coperto da una nebbia di sudore e terreno. Morto il padre, per i quattro fratelli non ha più senso rimanere in quella terra cieca, che regala solo dolore e in cui sentirsi trattati alla stregua di animali. Meglio partire, come Vincenzo; emigrare per rincorrere un sogno di normalità. Così comincia l’epopea di Rocco e i suoi fratelli, con la fine di una vita e la fine di una casa; con un viaggio comune a generazioni di braccianti e operai, emigrati per rincorrere le luci della grande città alla fine del tunnel della precarietà di una vita alla mercé del padrone.

Rocco e i suoi fratelli

La stazione in ferro battuto, mastodontica, gremita di gente piena di valigie di cartone straripanti di vestiti e speranze; il viaggio in tram, con tutte le luci dei negozi riflesse; la festa con gli invitati in tiro, i confetti e lo spumante. Ai Parondi sembra di essere al luna park: tutti con tanto di occhi spalancati dallo stupore. Rosaria, Rocco e gli altri sono bambini sperduti nella modernità che cercano un nuovo patriarca, per salvarsi dalla miseria. Il primo candidato è Vincenzo, il figlio che per primo è partito alla volta del nord e del progresso, ma che sembra ormai poco incline a sobbarcarsi i fratelli e la madre. Ha già dei progetti per sè, vuole distaccarsi da quel passato di mani callose per un futuro di paillette e portasigarette d’argento. Ha pianificato già fidanzamento e matrimonio, casa e lavoro, e non aspetta certamente che Rocco e i suoi fratelli gli rovinino i piani. Il futuro incalza come un diretto Napoli-Milano, e non vuole rimanere fermo alla stazione mentre il treno gli sfreccia davanti.

Rocco e i suoi fratelli

La famiglia purtroppo non è solo orfana di un padre a livello biologico, ma è orfana dell’idea di padre. È orfana ideologica di un collante che tenga insieme forze centrifughe, che spingono lontane da quel centro rappresentato dalla famiglia, dalla madre. Ormai tutti si perdono tra i binari dei tram e i cinema, tra le sigarette e il biliardo, senza che nessuno si sobbarchi in prima persona il fardello del pater familias. Rifuggono tutti quella vita di lavori massacranti e levatacce di notte, condividono lo stesso tetto ma per pura convenienza, non più per comunione di intenti. E allora, in mancanza di limiti, si corre come cavalli a briglia sciolta, bruciati dal vento in una corsa folle che porta non molto lontani. Si cercano le scorciatoie per un guadagno facile, si mette il corpo in bella mostra sul ring o all’angolo della strada, come fosse la vetrina del macellaio. La comunione non è più nella famiglia, nel legame di sangue, ma nella disperazione; nel legame di anime nere che mangiano il selciato delle strade di notte.

Rocco e i suoi fratelli

A Simone piace il ruolo che si è ritagliato in famiglia. È lui il capo ora, quello che porta i soldi a casa. Grazie solo al suo fisico, senza fare particolari sforzi e senza doversi sottoporre ad allenamenti massacranti, si è fatto strada sul ring un incontro dopo l’altro fino alla vetta. Non fa mancare nulla alla famiglia, ma non si limita nella sua ricerca di nuove esperienze. Fumo, alcolici, gioco d’azzardo e donne. Soprattutto donne. Una in particolare, Nadia, che come lui mette il proprio corpo in vetrina per vivere; lei gli legge dentro come uno specchio fatato ma, a differenza sua, non ha la fame cieca e disperata di chi ha perso il domani. Perché una volta arrivato su in cima, il pugile si fa prendere dalla vertigine e cade giù. Vittima dei suoi spettri e delle sue insicurezze, e nessuno tra i compagni di bagordi sarà lì a tendergli la mano. Solo Rocco, l’unico rimasto a raccogliere i cocci.

[…] il tempo che và impiegato nell’occuparsi dei morti è meglio impiegarlo utilmente al miglioramento dei vivi, che di miglioramenti hanno urgenza.

Leonardo Centonze – Il rito dei sacrifici umani come fenomeno politico

“Getta una pietra sull’ombra del primo che passa: ci vuole un sacrificio perché la casa venga su solida”, così diceva il carpentiere. Poco importa chi debba sacrificarsi tra Rocco e i suoi fratelli: se sia il turno di Simone, cannibale di se stesso, sparring partner della sua fame di vita spericolata; se sia Nadia, condannata a restare accanto al campione decaduto, per far sì che la macchina da soldi non smetta di tenere in piedi la baracca; o se tocchi a Rocco stesso, unico chiamato a ricreare un simulacro di amore fraterno e di legame familiare. Gli altri restano alla finestra a guardare, troppo presi dal lavoro, dalle mogli e dai figli per preoccuparsi della vita di un fratello. Tutti troppo tesi verso il futuro, per essere capaci di guardare a chi rimane indietro. 

Rocco e i suoi fratelli

Mano a mano che le vicende dei cinque fratelli Parondi si chiudono, quella mano ideale si tramuta un pugno. Come i pugni tirati a un sacco per permettere a chi non ha soldi o istruzione di aprirsi una strada, di avere un futuro. Quei pugni che Rocco e Simone si danno con ferocia, per difendere il proprio ruolo, per conservare quel briciolo di sicurezza racchiusa tra le mura domestiche. Come pugni serrati attorno ad un coltello: lama sguainata per seppellire la parte umana rimasta in uno spirito dannato, per uccidere il figlio dell’uomo che accoglie la morte a braccia aperte; e con lui spezzare ogni flebile alito di speranza. Stretti tra le lacrime restano soli Rocco e Simone, legati uno all’altro; l’indice e il medio di questa mano immaginaria, tesi come se volessero mimare una pistola puntata alla testa della famiglia Parondi. Gli altri guardano, indifferenti all’ostinazione di Rocco e al menefreghismo di Simone, illudendosi di essere immuni da quella febbre di legami e di sicurezze. Dimenticandosi di quella roulette russa chiamata precarietà che non risparmia nessuno: né Vincenzo con la bella moglie e i figli; né Luca e il suo lavoro in fabbrica; né tanto meno il piccolo Ciro, ombra insignificante schiacciata dai pilastri di cemento della metropoli nascente.

Leggi anche: Il Neorealismo Italiano – La Culla del Nostro Cinema

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