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Sherlock e Moriarty – Genio e Follia

Sherlock

Il razionale cinismo investigativo di Sherlock e il caos organizzato di Moriarty: è su questa fatale opposizione che buona parte degli episodi di Sherlock (2010) si reggono; l’adattamento contemporaneo dei romanzi di Conan Doyle prodotto dalla BBC con Benedict Cumberbatch e Martin Freeman è per molti versi un capolavoro d’intrattenimento senza precedenti. La capacità di penetrare la tradizionale genialità di Sherlock Holmes, la rivisitazione in chiave attuale di tematiche sollevate nei suoi romanzi e l’uso della tecnologia per risolvere misteri drammatici sono solo alcuni dei punti di forza di questo show, giunto alla quarta stagione.

Il genio di Mark Gatiss e Steven Moffat (il secondo coinvolto anche in alcune sceneggiature di Doctor Who) è stato determinante non solo nella capacità di scrivere in maniera brillante la sociopatia del brillante investigatore, ma anche per l’intuizione di unire in un cast eccezionale due attori come Cumberbatch e Freeman, diversi ma complementari. A proposito di casting, una buona dose del carisma del super-villain Moriarty potrebbe essere ricondotta all’ottima abilità che Andrew Scott ha mostrato con interpretazioni intense e talvolta estreme. La chimica tra Sherlock e Moriarty rievoca per certi versi il legame intimo che genialità e follia intrattengono, legame studiato all’inizio del XX secolo dal celebre psichiatra Karl Jaspers, padre della psicopatologia fenomenologica.

La vita psichica tra norma, genio e follia

Sherlock

L’ultima questione è sapere se dal fondo delle tenebre un essere può brillare.

K. Jaspers

Questo approfondimento trae spunto da uno dei primi tentativi di psichiatria applicata mai compiuti: quando nel 1922 il giovane psichiatra Karl Jaspers decide di ricostruire gli eventi biografici e patognomonici di alcuni malati eccellenti, il suo tentativo è quello di districare il mistero nel quale normalità, ingegno e pazzia sono  intrecciati.

Il rapporto che lega Sherlock a Moriarty, protagonista e antagonista, non è solo canonico perché tradizionale rappresentazione del conflitto tra Bene e Male; instaurando un’affascinante partita mentale a scacchi, questo legame è una televisiva espressione dell’ambigua sfumatura che governa la vita psichica, sempre in bilico tra ragione e disorganizzazione.

Questa sfumatura soggettiva e relazionale, al tempo stesso normale ed eccezionale. è ciò che Jaspers cerca di investigare nel suo volume Genio e Follia, testimonianza di un metodo che andasse oltre le etichette diagnostiche. Ripercorrendo le lettere di Van Gogh al fratello Theo, il medico interroga a distanza l’unità della psiche in tutte le sue manifestazioni, e non la schizofrenia che affliggeva il celebre artista. Proseguendo la lettura dell’opera ci imbattiamo negli episodi deliranti dello stesso pittore olandese e di altri celebri artisti come Holderlin e Strindberg.

A questo punto due domande possono sorgere legittime: assumendo come artistica (nel senso di pittoresca) la geniale anormalità dell’investigatore Sherlock Holmes o la criminale lucidità di Moriarty, che diritto abbiamo di inserirli in un verosimile approfondimento psichiatrico come quello di Jaspers? Ed ancora, partendo dal presupposto che le loro azioni sono la complementare opera di una spiritualità letteraria tanto unica quanto classica, che credito dare all’ispirata mente di Sir Arthur Conan Doyle, il padre artistico dei due personaggi?

Sherlock e Moriarty: il problema finale

Sherlock

Se è vero che la relazione tra Sherlock e Moriarty rasenta per certi versi la canonica fanfiction, è anche vero che ciò è reso possibile dai modi di essere complementari delle loro personalità: il reciproco scambio che la loro sfida mentale causa è così appassionante proprio perché interessante è assistere ai passaggi di questa sfida e alle loro evoluzioni.

Il momento in cui i due si ritrovano sull’orlo delle cascate di Reichenbach si verifica dopo un botta e risposta durato svariato episodi, caratterizzato da una continuità latente che porta l’attesa per l’atto finale a vette particolarmente intense, giunge dopo che i due hanno proclamato il loro prestigio atto dopo atto: Sherlock è ormai noto anche grazie al blog che Watson scrive per diffondere i casi da lui risolti; Moriarty è il famoso criminale che ha commesso una serie di rapimenti, coinvolgendo innocenti ambasciatori e facendo ricadere la colpa su Holmes.

“Voglio risolvere il problema. Il nostro problema. L’ultimo problema. Inizierà molto presto, Sherlock, la caduta! Ma non temere. Cadere è proprio come volare. Solo che una volta arrivato, non puoi più tornare indietro”

L’obiettivo della nemesi è quello di incastrare Sherlock, costringendolo a suicidarsi per salvare le persone che ama e confermando i sospetti su di sé. Il problema finale è quindi il classico dilemma morale, strutturato per stimolare l’empatia e la curiosità degli spettatori. L’intensità della situazione è tangibile anche nella loro dialettica, costruita come un crescendo che all’interno della scena finale dell’episodio raggiunge l’apice quando la scrittura ci consente di toccare con mano le dinamiche psichiche ed emotive che si stanno attivando.

In questa scena, alle cascate, è esibita la seducente, alterata filosofia di vita di Moriarty, che accompagnato dalle note di Staying Alive denuncia tutta la sua delusione per ciò che è ordinario, convenzionale; una morale che strizza l’occhio alla morte, alla distruttività caotica intima all’Umano, è questa la sfida che Sherlock deve risolvere nel suo problema finale.

Conan Doyle attraverso Jaspers: metodo e arte del giallo deduttivo

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La ricca vita di Arthur Conan Doyle, cresciuto in una numerosa famiglia scozzese legata al giornalismo dell’epoca, trova una svolta quando i suoi brillanti risultati negli studi gli consentono di spostarsi a Sheffield per lavorare come assistente medico per svariati dottori, alcuni dei quali determinanti per la sua carriera. Una volta spostatosi a Birmingham sviluppa la passione per la letteratura: il personaggio di Sherlock Holmes è ispirato alla figura del dottor Joseph Bell, che gli insegnò il metodo scientifico e che si distingueva per le sue capacità deduttive.

Si trasferisce vicino Portsmouth per aprire il suo studio medico ed fu qui che nel 1887 pubblicò Uno Studio in rosso, il primo dei tanti capolavori con protagonista l’investigatore. La peculiarità di questi racconti, così come d’altronde quella della serie, consiste nella narrazione di Watson: è sempre attraverso i suoi pensieri che i lettori e gli sperimentatori notano le straordinarie abilità di Sherlock e il suo impatto nelle diverse fasi delle indagini. Nei suoi racconti, Doyle è il dottor Watson, ex-medico di guerra ora in congedo; per riprendere le descrizioni psichiatriche di Jaspers, il modo in cui Sherlock giunge a noi è quello attraverso il quale il suo autore mostra di percepirlo, in tutta la sua ordinaria normalità.

Il genio e la follia, queste due facce della stessa medaglia composta da protagonista e antagonista, da Sherlock e Moriarty, non sta tanto in un fantomatico legame autobiografico con la vita artistica di Doyle, quanto, in questo caso, nel normale genio artistico dello scrittore: la fonte non è tanto la sua esperienza di vita, bensì la sua capacità di lavorare fantasticamente sulla creazione di questi due personaggi, geniali, eccezionali ed irrazionali, icone classiche dell’integrità intimamente frammentata della psiche umana.

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Gianluca Colella

Ho 24 anni, studio psicologia clinica a Napoli e quello che amo della mia esperienza con la Settima Arte è la possibilità di legare ciò che studio agli show e ai film che amo; lo spazio culturale soggettivo e oggettivo nel quale possiamo emozionarci riconoscendo l'evoluzione di storie, personaggi ed affetti è una delle cose più preziose che abbiamo e secondo me l'arma più preziosa del cinema. Un po' la Forza di Star Wars.

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