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Smashed – Ubriachi d’Amore, Amanti nell’Alcol

L’indie è un universo assai vasto da esplorare; le produzioni indipendenti sono l’ultima frontiera della cinematografia, la più remota e introvabile, specie considerando la distribuzione italiana. I tesori che è possibile scovare in quegli antri sono i più splendenti e appaganti, e spesso soddisfano a pieno la loro ricerca.
Tra queste rarità incantevoli c’è Smashed, un film del 2012 per la regia di James Ponsoldt (The Circle).

Kate Hannah, interpretata da Mary Elizabeth Winstead (Scott Pilgrim vs The World), vive una storia d’amore in stato di ebbrezza con Charlie, interpretato da Aaron Paul (Breaking Bad); letteralmente, i due sono vittime della dipendenza da alcol. Ma un giorno, grazie agli Alcolisti Anonimi, Kate decide di disintossicarsi, e questo sconvolgerà il suo rapporto col partner, mettendo sottosopra la sua esistenza.

La vera esperienza da capogiro sarà cercare di smettere di bere, un’odissea tempestosa in cui non si scorgono porti sicuri cui approdare. Kate, che viveva perennemente sbronza, circondata da alcolizzati, decide infine di mettere in discussione tutto e di abbandonare quel mondo familiare. Un cambiamento drastico: lasciare tutto ciò a cui si è abituati, sacrificare il proprio amore per rimettere in sesto la propria vita; solo una determinazione colossale può portare a compimento un’impresa di tale portata.

La routine della ragazza era fatta di risvegli in luoghi sconosciuti, di nausee e sbornie, e tutto portava sempre di più ad un punto di rottura (da qui il titolo del film, Smashed, frantumato, come i vetri di una bottiglia di cui si è toccato il fondo).

Certo, una vita nell’alcol è una vita perennemente in estasi, incomparabile ed eccitante, ma lentamente ti accorgi, bicchiere dopo bicchiere, che stai arrancando per respirare, ti accorgi che stai affogando.
Kate si è resa conto di stare percorrendo un cammino sommerso, dai confini indistinti, fatto di menzogne e inganni; l’alcol, forse, le inibiva il dolore, la distraeva dalle sue responsabilità, ma non la aiutava a prendersene carico. I problemi, dal più infimo al più esistenziale, rimanevano impassibili ad attenderla, sagome indefinite nel mondo annebbiato dal whisky.

Il primo bicchiere è per la sete;
il secondo, per la gioia,
il terzo, per il piacere;
il quarto, per la follia.

Apuleio

La tradizione più antica ha tessuto i più grandi elogi dell’alcol; Alceo, poeta greco vissuto tra il VII e il VI secolo a.C., parlava del vino come lo specchio dell’uomo, e sovente i suoi componimenti invitavano al bere in maniera prodiga. Sempre il vino era oblio d’affanni, dono di Zeus, da godersi calice dopo calice. Tuttavia, si noti, oblio, non rimedio; dimenticanza, non soluzione. Ma questo Alceo lo sapeva bene.

A seguirlo, tra i latini, sarà il celebre Orazio, la cui poetica, però, sottolinea un dettaglio importante: l’alcol è il lubrificante dei momenti del quotidiano, delle piccole gioie dell’esistenza, come gli amici sinceri o un pasto intimo, le vere essenze di cui inebriarsi, ovvero gli attimi fuggenti.

Se si esagera, si finisce nel troppo, nella follia, nella mostruosità. Come la vita di Kate, i cui istanti erano scanditi dai centilitri, e le esperienze, prima solo imbarazzanti, vissute in balia dei flutti etilici, divenivano spaventose.
Una serata nel delirio porta il sorriso, magari, ma una vita che fermenta tra l’uva e il luppolo diventa una palude dalla quale è difficile tirarsi fuori.

Piangere, quello lo so fare. Amare è la parte facile, è il resto della merda che è difficile

– Kate

Mary Elizabeth Winstead è stata eccezionale nel portare sullo schermo un personaggio genuino e sincero, ma assai tormentato. Un angelo ubriaco, caduto, che tenta di riemergere dal mare delle incertezze che le sue scelte comportano. Kate decide di smettere, e subito viene accusata di egoismo da tutte le persone che l’amavano. Di fatti, compie questa decisione per nessun altro se non per sé stessa e tutto diventa improvvisamente complicato, perché abbandonare l’alcol significa abbandonare tutte quelle persone che nell’alcol aveva trovato, tra cui Charlie, il suo sposo.
Smettere significa entrare in un mondo completamente nuovo, nitido, e affrontare una realtà cruda, che la testa stordita fuggiva. Nonostante tutto questo, decide di smettere e scappare.

Smashed è una storia fatta di paure e tenerezza, raccontata con la dolcezza del vino, l’amarezza della birra e la violenza di uno scotch singolo malto.

Un racconto in cui non si cerca l’estasi, come spesso accade, ma si cerca di abbandonarla. Anzi, si va a caccia della noia del quotidiano, un espediente che va contro ogni stereotipo.
Una noia di cui, alla fine, Kate sarà grata, nonostante la solitudine, nonostante l’aver lasciato alle spalle tutto ciò che prima conosceva. Tuttavia, ha potuto trovare una vita nuova, meno estasiante, forse, ma con delle possibilità, sfruttando quell’onnipresente occasione di ricominciare.

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