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Ladri di biciclette – Il lato più emotivo del Neorealismo in un raffinato spaccato d’epoca

- RETROSPETTIVE D'AUTORE: IL NEOREALISMO ITALIANO -

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https://www.artesettima.it/2019/02/03/il-neorealismo-italiano-la-culla-del-nostro-cinema/

Uscito a soli tre anni dalla fine della seconda Guerra Mondiale, Ladri di biciclette è considerato universalmente come uno dei più grandi film italiani della storia del Cinema e uno dei capisaldi del Neorealismo. Dopo “Sciuscià” (1946), Vittorio De Sica torna a narrare una storia di povertà ambientata nell’immediato dopoguerra.

Il lungometraggio segue Antonio Ricci, un operaio che vaga per tutta Roma insieme al figlio Bruno per ritrovare la sua bicicletta, mezzo che gli permetteva di lavorare.

Il film è caratterizzato da una struttura estremamente semplice e proprio per questo assolutamente efficace. Lo sviluppo della sceneggiatura è perfettamente lineare e ad ogni personaggio in scena viene concesso il giusto spazio e un’ottima caratterizzazione. Aspetto fondamentale da non trascurare sono i dialoghi: impeccabili nel loro realismo e nella loro naturalezza, catturano meravigliosamente il pensiero e il modo di esprimersi delle persone dell’epoca.

Anche la mise en scene di De Sica è grandiosa nell’evitare di spettacolarizzare il racconto: meravigliosa è la regia nel raccontare con tale eleganza e delicatezza una storia intima che diventa universale, un piccolo pezzo di vita di un uomo e della sua famiglia, che contiene al suo interno il dramma di un intero Paese.

La vicenda di Ladri di biciclette parte mostrando una folla di uomini in periferia, in una scena estremamente simbolica e significativa: tutti desiderano un lavoro, anche il più umile, perché l’importante è portare “la pagnotta” a casa. E il protagonista, Antonio, lo ottiene; va quindi a recuperare una bicicletta, la quale viene presto rubata da un ladruncolo. Ma questa è fondamentale per il protagonista: senza di essa egli non può più svolgere il suo compito e vaga nella città, tra chiese e viali, tra bordelli e trattorie, per cercare il suo mezzo di trasporto, e quindi trovare la salvezza per lui e i propri cari.

De Sica costruisce quindi un film d’autore e un dramma di sopravvivenza allo stesso tempo: i personaggi vagano in una Roma povera che cerca i risollevarsi e riprendersi dalla distruzione della guerra. Lo stesso protagonista fa di tutto per scoprire chi ha rubato la bicicletta e riprendersela perché senza di essa non è in grado di lavorare e quindi di sopravvivere. La bicicletta non è il simbolo del materialismo ma un mezzo necessario per poter provvedere alla famiglia e a se stessi. Antonio, nella splendida scena finale, passerà dalla parte del torto e tenterà di rubare una bici: qui De Sica, grazie al montaggio che alterna primi piani sull’uomo e campi lunghi sull’insieme di biciclette presenti nella piazza, mette in scena una sequenza ad alta tensione e carica emotiva e chiude l’opera con un finale struggente e assolutamente veritiero, in cui Antonio e il figlio Bruno sono costretti a tornare a casa a piedi, consapevoli di non poter più ritrovare il mezzo e quindi dover ricominciare l’ennesima ricerca di un lavoro.

Una fotografia in bianco e nero meravigliosa e una colonna sonora struggente utilizzata con la giusta perizia funzionale non possono far altro che accrescere il valore del lungometraggio, che si avvale di attori perfettamente calati nella parte pur non essendo professionisti, ma persone “prese dalla strada” che vivevano la stessa realtà dei personaggi portati in scena e che danno perciò un ulteriore tocco di autenticità all’opera.

Ladri di biciclette è un capolavoro universale non solo per le già citate e indiscutibili qualità socio-politiche, storiche e cinematografiche, ma anche per il coinvolgimento e il legame emotivo che l’opera intrattiene con lo spettatore, il quale percepisce i personaggi del film come delle persone assolutamente reali e crea con loro una relazione indissolubile basata su sentimenti autentici.

Basti pensare alle parole rassicuranti e piene d’amore che Antonio rivolge alla moglie Maria anche nei momenti più difficili, alla contentezza del protagonista quando ottiene il lavoro, che si contrappone agli sguardi vuoti e disillusi di quando non riesce a trovare più la sua bicicletta. Per non parlare del viso dolce e paffuto del giovane Bruno, che guarda dal basso all’alto il papà, cercando un conforto rassicurante e che Antonio – sempre più senza speranza col passare dei minuti – non riesce a concedergli.

E il film è in grado di farci riflettere, sorridere e ridere, commuovere, arrabbiare e tifare per i protagonisti. Ed è quando leggiamo la parola fine che siamo con gli occhi in lacrime davanti allo schermo e poi ci alziamo dalla poltrona, usciamo dalla sala e continuiamo a pensare al film. Per giorni e giorni.

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