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Beatrix Kiddo – La Sposa guerriera sulle orme di Tomiri e Boudicca

Sarebbe stato facile bollare questa frastornante fantasmagorica pellicola, che celebra sopra le righe l‘unione dello spaghetti western con il kung fu, come l’ennesima prova che Tarantino sia un pazzo. Così come fu facile ammirare in questa opera in due volumi, che ha regalato momenti di pura estasi monumentalizzando il cinema di serie B, il personaggio principale immediatamente proiettato nella leggenda del cinema: la Sposa, Beatrix Kiddo.

Una protagonista femminile in un film ispirato ai film di genere in cui le donne o non apparivano oppure apparivano come inermi, relegate in un angolo, poco profonde, specialmente nella filmografia orientale. Invece, l’“innominabile” sposa rompe la sottomessa visione classica, diventando uno spirito furioso, iracondo e vendicativo. Inoltre, la sua rappresentazione è lontana dall’immagine provocante e sensuale che il cinema aveva disegnato per altre donne guerriere (Catwoman, Nikita, Basic Instinct); Tarantino, invece, insiste sui dettagli fisici più “atletici” della protagonista, il sudore, le ferite, il sangue. Non c’è spazio per altro, anche se il sex appeal della sposa è elevato nella sua succinta tutina gialla.

Uma Thurman decide di incarnare una donna all’apparenza semplice, acqua e sapone, che, nel momento in cui si infila un giubbino di pelle o va in vacanza Kyoto, recitando la parte della cinguettante bionda americana, risulta perfettamente plausibile. Non ci sono cicatrici, bende sugli occhi o occhi neri vacui in stile squalo come O-Rei. Uma, e dunque Beatrix, rappresentano un po’ tutte le donne, nessun stereotipo, poiché qualunque ragazza che ha subito e ricevuto violenze, fisiche o psicologiche da parte di un uomo, ma anche da parte di altre donne, potrebbe scorgere in lei un istinto nato e morto successivamente ad un’ingiustizia.

Inoltre, le donne nel film sono gli unici personaggi raccontati, depositari di storie forti, traumatiche, intense. Gli uomini al loro confronto costituiscono al meglio passaggi, nel bene e nel male, della loro formazione, al peggio sono violenti, prevaricatori, persino macchiette da ridicolizzare, finanche nei combattimenti brevi e dove appare indiscussa la superiorità della donna.

Beatrix ha perso marito, parenti ed è finita in coma il giorno delle prove del suo matrimonio, per mano della banda criminale “Deadly Viper Assassination Squad”, della quale lei stessa faceva parte e che ha per capo lo spregiudicato Bill. Risvegliatasi nel letto d’ospedale scopre di aver perso il bambino che aspettava, oltre ad essere stata più volte violentata da un infermiere e dai suoi amici. Da qui, inizia la sua vendetta.

La sposa non conosce altri metodi che non siano l’omicidio e la tortura, il suo modo di esprimersi è nei suoni del fendente acciaio giapponese. I mezzi con cui intende farsi giustizia sono quelli propri dell’ambiente in cui è cresciuta, un ambiente che usa la violenza come linguaggio. Ad aver dato questa impostazione alla banda è il suo capo citato nel titolo. Bill è innanzitutto un uomo, poi un uomo di potere, e infine un uomo che ama egoisticamente, dettando lui le regole in un rapporto detta: le caratteristiche tipiche maschili di predominio sono perciò accentuate.

Nella logica distorta di Bill, quello che ha fatto a Beatrix è un gesto d’amore. Essa era “la sua donna”, l’onta dell’abbandono, la scelta di “un perfetto coglione” come suo sostituto, saranno i moventi che spingeranno Bill alla vendetta che fungerà da miccia a quella della Sposa. Ma questa violenza, Bill e il suo mentore Esteban Vihaio, la bolleranno come derivante da un contorno desiderio d’amore, una scusa che risuona nelle orecchie di chi spesso subisce violenza.

È un film di genere, abbiamo detto, un film in cui tutto è esagerato ed iperbolico, ma quanto lo è davvero? Quanto la storia di Beatrix, e di tutte le donne del film, violentate, picchiate, sfruttate, umiliate e asservite al volere dei propri uomini, è la storia di molte donne di oggi?

Ecco che quindi Beatrix si erge a loro paladina, vuole rappresentare la molla che deve scattare nella mente di chi subisce vicende paragonabili alle sue. La Sposa guerriera si impone monumento di dignità, affermazione del proprio essere e di forza interiore contro l’uomo orco.

La protagonista del film di Tarantino può affiancare in un pantheon del fervore femminile altre donne guerriere che la storia ci ha tramandato sino ai giorni nostri.

Boudicca (33-61 d.C.) regina della tribù degli Iceni, nella Britannia romana, odierna Inghilterra orientale. Guidò la più grande rivolta anti-romana da parte dei britanni quando suo marito Prasutago morì, e i Romani, non riconoscendo possibile l’eredità ad una donna, annessero il suo regno come se fosse stato conquistato. Boudicca protestò e i Romani la esposero nuda in pubblico frustandola, mentre le sue due giovani figlie furono stuprate. Nel 60 o 61, l’esercito romano stava conducendo una campagna contro i druidi, gli Iceni si ribellarono sotto la guida di Budicca, furiosa per l’affronto subito e desiderosa di vendetta. L’esercito ribelle rase al suolo anche Londinium (l’odierna Londra) per un totale di morti tra le 70.000 e le 80.000 persone.

Ma è la storia della regina Tomiri a trovare alcuni parallelismi con le vicende della nostra Beatrix. Nel sesto secolo a.C. la regina guerriera guidava i Massageti, un popolo iranico stanziato in Asia Centrale. Dopo essere stati sconfitti in una battaglia da questi ultimi, i Persiani di Ciro il Grande fecero finta di abbandonare il loro accampamento, lasciando però otri colmi di vino. I Massageti invasero il campo e si ubriacarono, non essendo avvezzi al bere. Così i persiani li sterminarono e catturarono il figlio della regina che in seguito si suicidò. La donna in preda al suo furore radunò il proprio esercito e sfidò i persiani in un’altra battaglia, questa volta vittoriosa. Non è verificato l’esistenza del duello diretto contro Ciro, ma è leggenda l’uso che la regina fece del suo cadavere, lo decapitò, lo oltraggiò e gli immerse la testa nel suo stesso sangue.

È simile alla storia del personaggio della Thurman che vuole vendicarsi di colui che ha distrutto la sua famiglia. Da questa è in altre storie si evince come la violenza generi altra violenza, è nella natura delle cose, nelle vicende tramandate dalla notte dei tempi sino ad oggi.

Ma come se ne esce da questa logica? Quentin Tarantino propone una soluzione. È banale, ma la semplicità spesso è l’unica soluzione in grado di funzionare.

Nel finale del secondo film, Beatrix finalmente raggiunge Bill e scopre che la bambina che credeva di aver perso mentre era in coma, è invece nata ed è stato Bill ad accudirla. La bambina, pur emanando un candore fiabesco, sembra aver già assorbito indirettamente parte della violenza tracimante di Bill, rivelando i modi in cui ha ucciso il suo pesce rosso. Inoltre, la sera, strette nel letto, mamma e figlia guardano un film violento sui samurai. Dunque, anche sua figlia è destinata alla stessa logica di predominio che viene da Bill e prima ancora da Esteban Vihaio. Però, dentro questo quadretto familiare, si sente rassicurata, accudita, la violenza non le sembra errata.

Beatrix potrebbe arrendersi, accettare che così vada il mondo, in fondo così va anche lei, tenersi la sua piccola e personale felicità. Invece, Beatrix è una donna e come tale ha la forza di andare in fondo alla sua missione, modificandone però il senso iniziale, anche a discapito della sua felicità: uccide Bill, non più per vendicarsi, ma per sottrarre sua figlia a quella logica. Per sperare che non sia troppo tardi per far germogliare in lei una visione diversa, ripulita dall’idea di violenza e di predominio, dai modi maschili di leggere il mondo. Uccidendo Bill, Beatrix ha ucciso un pensiero violento.

Al risveglio, sole a casa, Beatrix e sua figlia guardano di nuovo la tv: questa volta però non è più un film violento sui samurai, ma un classico e puro cartone animato, la metafora di un nuovo incipit. È da qui che si deve ripartire, da qui riparte la sposa, dalla banalità del bene.

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