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Pane, amore e fantasia – Il sogno dell’Ottimismo Italiano.

Che ti mangi?
Pane.
E che ci metti dentro?
Fantasia, marescià.

 

Pane amore e fantasia, diretto da Comencini, è un’opera che, nel 1953, ebbe un che di rivoluzionario.

Nell’Italia postbellica (1945-1951) parlare di cinema equivaleva a parlare di neorealismo.

Il neorealismo fu la corrente di gran lunga dominante nel secondo dopoguerra, e si caratterizzava per l’impegno sociale: era un cinema che si proponeva di esplorare e sviscerare le realtà del mondo, e di raccontarle senza artifici o idealizzazioni.

La cinepresa usciva dagli studi per riprendere direttamente il mondo esterno, le trame non erano perfettamente orchestrate nei loro intrecci, insomma, non vi era un’esatta e ineludibile economia della storia, in cui a ogni gesto e inquadratura seguono le dovute e inevitabili conseguenze.

Il neorealismo fu la spontaneità e, ancora prima, fu la realtà: i film narravano storie che parevano esistere indipendentemente da chi le voleva raccontare, separate e distinte dall’autore, e i personaggi vivevano di vita propria.

Esisteva la coincidenza, come nel mondo vero, ed esisteva il vagabondare senza meta né perché.

In un’Italia ancora piegata dalla guerra, persa e satura di conflitti, che si stava apprestando ad abbandonare la monarchia per immergersi nella Prima Repubblica, il neorealismo, di quei conflitti, si fece portavoce, rifuggendo le retoriche degli abbellimenti, e raccontando un presente che, seppur misero e difficile, era pur sempre vero.

Bene, Pane amore e fantasia, con quanto detto finora, non ha assolutamente niente a che fare, ed è esattamente per questo che fu un film rivoluzionario: insieme a Due soldi di speranza (che, a dire il vero, lo precedette di due anni) inaugurò il c.d. neorealismo rosa, una sorta di preludio a quella che poi, negli anni seguenti, sarebbe diventata la commedia all’italiana.

La storia inizia con l’arrivo, nel paesino di Sagliena, del maresciallo Carotenuto (Vittorio De Sica), un uomo di mezza età che si ritiene dotato ancora di grande fascino.
A Sagliena non c’è molto da fare: la gente tira avanti, chi nella miseria, chi più dignitosamente, e l’unico passatempo è il pettegolezzo. La più bella e la più povera del paese, pizzicarella “la bersagliera” (Gina Lollobrigida), attira subito l’interesse dell’attempato maresciallo, che ignora le speranze d’amore che la ragazza ripone in un giovane e timido carabiniere veneto.

Pane amore e fantasia è dunque in primo luogo una storia d’amore: un amore puro e romantico, a tratti idilliaco, che si pone in netta contrapposizione con l’amore neorealista, che era connotato da patologia e ossessione. E’ la storia dell’amore sospeso e non dichiarato tra la bersagliera e il giovane carabiniere, e del corteggiamento, quasi affettuoso, che alla ragazza fa il maresciallo, ma il tutto è contornato dal rispetto e dalla delicatezza.

E anche se, certo, ci sono ancora le rovine causate dai bombardamenti, il problema più grande paiono ora essere i terremoti e le malelingue e non più una guerra che, oramai, l’Italia si è lasciata alle spalle.

Pane amore e fantasia è una storia si speranza e di rinascita, di un Paese che ne ha avuto abbastanza di cupezza e tragedie e che desidera distaccarsi da una realtà che perfetta non è e non è mai stata. Esprime, insomma, la voglia di prendersi una pausa dalla crudezza del vero, per poter ricominciare a sognare quel mondo idilliaco che più esistere solo nella finzione.

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