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Blue Jasmine – Il Colore della Malinconia

Una canzone romantica riecheggia nelle profondità della mente: Blue Moon. Il motivo, il dolce avanzare delle note, sono limpide nella memoria di chi parla; un po’ meno, invece, le parole. Ma chi è che parla? Una vittima disillusa, che ha subito la più umiliante e dolorosa sconfitta della sua vita. Jasmine.

Suo marito, un ricco e rispettato imprenditore, era in realtà uno spietato truffatore, arricchitosi alle spalle delle persone più ingenue. Aveva anche parecchie amanti, a discapito della moglie, colei che forse è stata la più ingenua di tutte. Jasmine è al verde quando va da sua sorella Ginger; la sua sorellastra per la precisione, visto che entrambe hanno genitori diversi. Ma la “diversità genitoriale” delle due donne non è l’unica; l’una, infatti, è l’opposto dell’altra. Jasmine è colta, raffinata, viziata, piena di capricci, vola in prima classe nonostante la sua precaria condizione economica; Ginger non è invece niente di tutto ciò. C’è una sola cosa che le due donne hanno in comune, a parte l’esser cresciute insieme ovviamente: la ricerca della felicità.

Seguiamo in parallelo queste due vite, questi due percorsi, verso degli obbiettivi identici, ma allo stesso tempo distanti. Più che dalle parole dette, infatti, è dal sapiente uso del montaggio che riusciamo a cogliere le enormi differenze tra le due sorelle. Ginger è una donna fragile, timida, ma decisa sul proprio futuro. Lei vorrebbe una vita tranquilla, felice, e soprattutto onesta, cercando di allontanarsi sempre di più dal modello fornito da sua sorella. Infatti, è proprio a causa di sua sorella Jasmine che il suo primo matrimonio è fallito, e Ginger non ci tiene affatto a diventare come lei.

Viceversa, anche Jasmine si allontana molto dalla sorella. La vitalità, l’energia e l’indipendenza di Ginger sono tutti attributi che Jasmine disprezza; perché essere così quando si può vivere in un altro modo e in un altro mondo? Lei lo ha visto quell’altro mondo. Quelle cene di gala dal sapore di caviale condito con le migliori spezie, quei grandi raduni illuminati dal luccichio dei gioielli, quelle immense e lussuose vasche da bagno in cui ricevere doni d’amore. Jasmine ha visto tutto questo, e se n’è innamorata. Quando ha perso tutto, ha perso anche il marito, morto suicida in carcere, e il figlio, che si è volutamente allontanato da lei; ma questi legami familiari, per lei, passano in secondo piano rispetto allo sfavillante universo fatto di privilegi e lussi.

E’ questa la fonte della rovina economica, ma anche morale e psicologica, di Jasmine. La sua fragilità emotiva è molto più instabile rispetto a quella di Ginger, che ha sempre nuotato nella fatica e nel dolore, restando sempre in contatto con la vita vera. Jasmine, invece, la vita vera l’ha evitata, almeno fin quando l’arresto di suo marito non l’ha violentemente scaraventata all’interno di un quadro, di un mondo, la cui desolante vista altro non raffigurava che quella vita che lei ha sempre snobbato. Una vita dura, difficile, e dolorosa, come può insegnare Ginger, ma anche dominata dal sentimento, dall’amore e dal rispetto. Tutti impulsi che Jasmine non è in grado di provare.

Ma veniamo all’origine di tutto, quel luogo in cui i filosofi cercavano la risposta ai problemi del mondo; come è finito tutto? Come è stato arrestato il meschino marito di Jasmine? Ovviamente, proprio a causa di Jasmine. Infastidita e tormentata dai continui tradimenti del marito, Jasmine ha rivelato all’FBI tutti i misfatti, dimostrando a noi spettatori che lei sapeva eccome della natura truffaldina del suo consorte; dimostrando inoltre che a lei della sorella, del figlio, e delle persone vicine, non importava poi molto.

Un attimo di rabbia, quindi, che l’è costato molto, troppo. La sua natura fredda ed arrivista ha ceduto solo un momento, il momento della fatidica telefonata. Se i suoi nervi non avessero ceduto, se il suo orgoglio, ingigantito a dismisura dal lusso e dalla superficialità del “mondo dei ricchi”, non avesse deciso di intervenire, non avrebbe perso niente. Con il senno di poi, Jasmine non avrebbe fatto quella telefonata. Ma la sua vita, che a lei piaccia o meno, non è cambiata affatto in realtà. Certo, ha perso tutto, com’è stato ribadito più volte, ma lei è rimasta la solita piccola personcina fragile e arrivista, superficiale ed invidiosa, troppo superiore, a suo dire, della sorella che si accontenta della povertà economica e dei sentimenti puri. Nulla è cambiato. Nulla di nuovo ha bussato alla sua porta, se non il sopraggiungere della consapevolezza di tutto ciò.

Non è una storia di redenzione questa.

Allen non ha intenzione di essere agiografico nei confronti di questa donna fragile ed in crisi, come del resto non lo è mai stato con le altre sue donne all’interno della sua filmografia. Il viso di Cate Blanchett, la sua bellezza algida e fredda, rendono perfettamente la difficile situazione emotiva di Jasmine; una donna condannata da se stessa, una persona fragile che dentro cova la disperazione della malinconia eterna, un’entità irraggiungibile che vivrà solo di vuota nostalgia e di una canzone d’amore, di cui non si ricorda le parole.

 

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