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La Parola ai Giurati – L’alba di una nuova era

la parola ai giurati

Immaginiamo per un attimo di essere nel dopoguerra. Per le strade c’è fame e povertà e l’alba del futuro è tetra e cupa. In questo contesto anche un tozzo di pane diviene una preziosa leccornia che molti non posseggono. Inizia così uno scontro fra chi possiede poco e chi possiede nulla che inneggia all’odio e alla violenza. È l’origine del razzismo, la discriminazione verso colui che osa pretendere dignità e rispetto in un mondo denso di soprusi. Il diverso inizia ad esser percepito come pericolo e qualcuno, anziché osteggiare e combattere questo rancore, cavalca l’onda per il proprio tornaconto personale.

È questo il clima che circonda la penna di Sidney Lumet quando esordisce al grande pubblico con uno dei capolavori della storia della Settima Arte: La Parola ai Giurati. Il ritratto di una giuria razzista e prevenuta che, sotto l’impeto delle parole dell’enorme Henry Fonda, sarà costretta a tornare su i suoi passi. Lumet diviene pertanto fra i fautori di un cinema sociale che negli Stati Uniti fino all’ora era sinonimo di insuccesso.

È un giorno qualunque e i tribunali assolvono regolarmente alle proprie funzioni. In uno di questi si sta svolgendo un processo particolarmente delicato: un ragazzo, proveniente dai bassi fondi della città, è accusato di aver ucciso il padre, un ex galeotto violento e immorale. Il verdetto deve esser deciso da una giuria di dodici componenti che, in modo unanime, dovranno giudicarlo colpevole o innocente. Una responsabilità che in tal caso coinciderà con la vita o la morte del ragazzo: infatti il giudice, in caso di condanna, si opporrà a qualsiasi richiesta di grazia, condannando l’imputato inesorabilmente alla sedia elettrica.

Pertanto i dodici uomini si avviano nella stanza dei giurati. La discussione sembra esser scontata e le prove a sostegno dell’accusa inconfutabili. Tutti sembrano esser convinti, par non esserci ragionevole dubbio che tenga. Soltanto un giurato alla prima votazione dichiarerà il ragazzo innocente. O meglio, dichiarerà di non sapere se il ragazzo è innocente o colpevole. Così da questo momento inizierà una lunga battaglia fra chi sosterrà il possibile e chi, invece, penserà esclusivamente al certo.

la parola ai giurati

In tal caso il nemico più arcigno della verità sarà il pregiudizio ostile e miope nei confronti dell’opinione altrui. E contro questo non resterà che la parola, universale ed imperitura, che il giurato numero otto sosterrà ostinatamente.

Di quest’eroe non conosceremo il nome fino alla fine del film. In tal modo Lumet sottolinea l’importanza delle idee piuttosto che delle persone, come se le prime fossero indipendenti dalle seconde.

Come se gli uomini passano, le idee restano.

Tuttavia è innegabile che il carisma del personaggio interpretato da Henry Fonda (in questo film anche nelle vesti di produttore) sia un autorevole sostegno alle affermazioni di quest’ultimo. Come è altrettanto innegabile che la controparte, il giurato numero tre interpretato da Lee J. Cobb, dia risalto all’altra faccia della medaglia. Perché seppur valide, le parole possono esser espresse in tanti modi e soltanto alcuni hanno la forza di giungere dove altri non riuscirebbero.

Proprio per questo il dibattito che si instaura intorno al giudizio da esprimere diviene una vera pièce teatrale. Le diverse prove che sembrano segnare la colpevolezza del ragazzo vengono dibattute come su un palcoscenico e questo alimenta la tensione dello spettatore. In particolare, sono emblematici i dialoghi che si svolgono intorno l’agognato coltello, l’ipotetica arma del delitto utilizzata dal giovane.

Dopo aver dimostrato la facile reperibilità di quest’ultimo (contrastando la tesi dell’accusa, secondo cui questo potesse esser acquistato soltanto nei bassi fondi ove viveva l’imputato), il giurato numero otto contesterà anche la modalità di utilizzo del fendente, scontrandosi ancora una volta con il riluttante giurato numero tre. Il pathos tra i due sarà il fulcro della scena e gli altri, come lo spettatore, ne rimarranno inevitabilmente catturati. Sarà ancora una volta una parola, stavolta dei giurati numero cinque e dieci, a diramare le ipotesi per le rispettive parti, mediante due discorsi che, in modo opposto, sosteranno i rispettivi credi.

Alla fine vincerà il giurato numero otto. Si arrenderà anche il giurato numero tre, l’ultimo a pronunciare le parole “not guilty”. Ora tutti dichiarano il ragazzo innocente. È la vittoria della civiltà. Da quel momento nessuna delle persone in quella stanza è più prevenuta. Finalmente giudicheranno i fatti per ciò che sono, mai più per ciò che potrebbero essere.

Nell’ultima scena conosceremo anche il nome di chi da solo sfidò tutto e tutti:

Giurato n. 9: Dica, scusi, come si chiama lei?
Giurato n. 8: Davis.
Giurato n. 9: Io mi chiamo McCardle. Be’, arrivederci.
Giurato n. 8: Arrivederci.

L’architetto Davis è così colui che non ebbe paura, colui che non osò conformarsi, colui che non mollò mai.

Rivedere ciclicamente questo film giova all’animo di chiunque pensi di predominare l’altro. In una società come la nostra, dove il buon senso lascia sempre più posto all’intolleranza, La Parola ai Giurati è un aiuto a chi dimentica che siamo esseri umani. Perché la vita è unica e passarla ad esser arrabbiati col mondo non è un buon modo di trascorrerla.

Anzi, è un pessimo modo.

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