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La Favorita e Barry Lindon – La Seduzione del Potere

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Alzi la mano chi, mentre guardava La Favorita al cinema, non ha richiamato alla memoria, anche solo per un momento, il Barry Lindon di Stanley Kubrick. E no, non solo per la fotografia a lume di candela che sembra un quadro dell’epoca o per i costumi e lo sfarzo delle corti settecentesche. É vero, ci sono anche molte differenze. In Kubrick la voce narrante così come la scelta delle inquadrature rimandano sempre all’ordine assolutamente razionale dell’epoca, all’equilibrio e all’armonia ricercata in ogni gesto. Lanthimos invece gioca in modo anacronistico con il grottesco, il suo grandangolo fisheye ci restituisce un senso di straniamento e di disturbo, come se volesse a tutti i costi scavare sotto la superficie del secolo che più di ogni altro ha glorificato le apparenze. È quello che vogliamo fare anche noi: non soffermarci su quanto colpisce l’occhio, ma capire cosa lega queste due pellicole ad un livello più profondo.

Incominciamo dalla fine: entrambi i film hanno come tema il potere e la sua ricerca, in forme simili e insieme differenti.

Se quello che cerca Barry Lindon è un potere auto-affermativo tipico dell’universo maschile, né Abigail né Sarah, le protagoniste della Favorita, lo posseggono mai di per sé, ma si trovano a inseguirne sempre la luce riflessa. Come uno specchio che deve sempre essere rivolto verso il sole da cui la luce emana per illuminarsi a sua volta. Le dinamiche di questo film, delle relazioni fra i suoi personaggi, sono profondamente radicate nella psicologia femminile. Anche se in fondo il potere di Barry dipende ugualmente da una donna volubile: la chiamiamo Fortuna.

Sia per gli uomini che per le donne, il potere non si ottiene senza combattere. Barry Lindon inizia e finisce con un duello; La Favorita è un duello che dura tutto un film. Se quella di Barry è una corsa solitaria, la sfida fra Abigail e Lady Marlborough si configura come una continua necessità di dimostrarsi migliore della propria avversaria. I loro due destini sono collegati a doppio filo: la ascesa di Abigail comporta necessariamente la caduta di Lady Marlborough. Soltanto una può essere la favorita, e per una stella che si alza nel firmamento, un’altra è costretta a declinare.

Come in ogni duello che si rispetti, il loro terreno di scontro è uno e uno solo: la corte di Inghilterra. È quello il centro del mondo, il cuore pulsante da cui le vene e le arterie si diramano in tutto il regno: è lì che tutto arriva – come gli ananas delle colonie che le dame gustano con tanto piacere – ed è da lì che tutto diparte – le decisioni che influenzano il destino delle guerre oltremare.

In Barry Lindon la guerra viene vissuta davvero.

(Memorabile questa scena in cui gli eserciti continuano ad avanzare nonostante linee vengano falcidiate una dopo l’altra: questa era la considerazione della vita umana dell’epoca.)

Per le dame invece l’unica “guerra” che conta è quella sublimata che si svolge a corte, e che influenza quella che viene combattuta fuori armi in pugno. La vita cortese viene vivisezionata dalla lente di Lanthimos – vero e proprio “maestro del sospetto”, sempre alla ricerca delle reali intenzioni che si nascondono dietro ogni apparenza – con la perizia di un entomologo. Magistrale in questo anche il sotto-testo della sceneggiatura, in cui ogni personaggio dice sempre qualcosa per intendere qualcos’altro.

Redmond Barry non è mai stato Lord, e vuole diventarlo a tutti i costi. Abigail era Lady e vuole tornare ad esserlo. In entrambi i casi, la loro determinazione a issarsi sulla scala sociale nasce dalla condizione umile dalla quale sono partiti. Abigail è stata venduta da suo padre per debiti di gioco ed è stata costretta a ripartire dal fango, fuor di metafora.

Le carte che hanno condannato lei, si rivelano invece la fortuna di lui. È diventando il “favorito” del Cavaliere de Balibari che Redmond Barry inizia a costruire il suo impero. I due si muovono per le corti di mezza Europa vincendo alle carte grazie ad un collaudato sistema di truffa. Ma non è tutto così semplice, perchè le fortune della società si basano sul coraggio e sul sangue freddo di Barry, che non esita ad impugnare la spada per sfidare a duello i debitori che si rifiutano di onorare le loro cambiali. Mettendo, ogni volta, la sua stessa vita sul piatto.

Al suo coraggio le donne sostituiscono la cultura. Avete notato che Abigail, nei momenti liberi, ha sempre un libro in mano?

Da Lady Marlborough, la cui mano la trae dal pozzo in cui era caduta e con la quale instaura un rapporto maestra/allieva che non può essere scevro dall’invidia, Abigail impara la tecnica di tessere gli intrighi in modo paziente, come se stesse costruendo un complesso castello di carte. L’allieva costruirà un castello forse ancora più grande di quello della sua maestra: ma la forma non sarà la stessa. “Abbiamo giocato ad un gioco molto diverso io e te”, le dice Sarah riconoscendo la sua sconfitta. Lady Marlborough, nonostante tutte le derive morbose, aveva con la regina Anna un rapporto simbiotico, mentre Abigail la sfrutta in modo puramente utilitaristico. E il desiderio segreto di Sarah non era quello di essere soltanto “la favorita”, ma la regina stessa: attraverso Anna era lei a governare il regno. Emma pensa solo a realizzare la sua ambizione, non gioca mai per davvero al “gioco del trono”. E soprattutto non prova nessun reale sentimento nei confronti di Anna.

Secondo Foucault il potere è ovunque, permea ogni relazione umana. L’amore può forse essere scevro dalle dinamiche di potere? Non si dice forse che in ogni coppia vi sia una incudine e un martello? In ogni coppia, in forma più o meno esplicita vi è una lotta per la supremazia.

Ma sia Barry che Abigail non sono interessati a questo, quanto ad utilizzare i sentimenti come un’arma fra le tante nella loro scalata: per entrambi, l’amore è un mezzo attraverso cui giungere al potere – e forse il principale. Barry, a dire il vero, inizia la storia mosso da sentimenti romantici. É un cuore puro, che passa attraverso diverse illusioni da cui viene ogni volta bruscamente risvegliato, e l’amore è solo la prima di esse. È per via di esso e delle sue conseguenze che le sue peregrinazioni hanno inizio. Abigail viene messa a confronto con la cruda realtà fin dai primi momenti: non ha nemmeno sedici anni quando il padre la vende ad un rozzo tedesco per ripagare i suoi debiti di gioco. E lei accetta – per amore di suo padre.

Col passare del tempo però l’esperienza che acquisiscono relega in soffitta la loro innocenza. Perso ogni ideale riguardo all’amore, concepiscono la sua forma più alta, quella del matrimonio, in modo del tutto utilitaristico, come il tragitto più rapido che li innalzi alla condizione sociale che desiderano. Redmond Barry diventa Lord Barry Lindon seducendo Lady Lindon, e allo stesso modo Abigail fa innamorare di lei un giovane nobile, consapevole che solo un buon partito può ratificare e mettere al sicuro le conquiste che ha tanto faticosamente ottenuto e non farle più dipendere dal carattere volubile della Regina. L’approvazione di quest’ultima era d’altronde un requisito fondamentale affinché il matrimonio fra una sguattera e un Lord fosse possibile. Influenzare il mondo emotivo degli altri come la luna fa con le maree, è la chiave affinché la barca delle loro ambizioni raggiunga il porto della realtà. Il paradosso di entrambi è quello di esercitare il loro potere sulla persona da cui dipende la concessione del loro.

L’esigenza più grande del potere è quella di trovare modi di perpetuare se stesso. La Regina Anna è sterile: diciassette figli, altrettante tombe su cui piangere. Per ognuno di loro, un coniglio feticcio che ne prende il nome. La sua trasmissione di potere è interrotta, e l’assenza di un erede al trono rende ancora più importante il ruolo della Favorita. Anche per Barry l’eredità gioca un ruolo cruciale. Il suo figlio naturale, Brian, è solo il secondogenito di sua moglie, e sarà il figlio del precedente matrimonio Lord Bullington, ad ereditare tutte le sue ricchezze. Questo lo porta ad odiare il suo figliastro fin dal primo momento, odio che in ultima analisi sarà la prima causa della sua caduta.

Come tutto il resto, anche il potere richiede un prezzo da pagare.

Nella prima scena de La Favorita la Regina Anna viene liberata dal candido manto di ermellino e della corona, come se fossero un fardello pesante da portare. Molti sarebbero felici di raccoglierlo, quel fardello, ma chi lo porta sulle spalle sembra solo che voglia liberarsene quanto più in fretta possibile.

Tutti i personaggi di queste storie vivono forme diverse di solitudine. La solitudine di Anna – l’unica che il potere non lo ha cercato, ma se lo è trovato in mano – la porta a costruirsi castelli di illusioni di cui non riesce più a fare a meno: nelle stanze di quei castelli riesce a vivere, nei corridoi di quello reale si sente spaesata e non trova il suo orientamento. I conigli ne sono il simbolo del suo bisogno di illusione. Mentre Lady Marlborough vorrebbe metterla di fronte alla realtà, Abigail capisce e asseconda questo bisogno, ed è questo che la fa vincere.

Barry Lindon dopo aver avuto tutto perde tutto, e muore in disgrazia, completamente solo. “Barry era nato abbastanza intelligente da essere in grado di accumulare una fortuna, ma incapace di mantenerla. Perché le energie e i talenti che permettono ad un uomo di raggiungere il primo, sono al contempo la causa della sua rovina in seguito”, dice la voce narrante. Parliamo del suo individualismo sfrenato, la sua mancanza di scrupoli, la sua incapacità di aprirsi ed amare.

Se di lui viene raccontata sia l’ascesa che la caduta, per Abigail – per cui comunque la caduta è stata un simbolo ricorrente dell’intero film – sembra che venga mostrata solo la sua ascesa. In realtà, la funzione della lenta parte finale è quella di mostrare come la condizione che Abigail ha tanto desiderato non è come la immaginava, e nel picco della sua ascesa siano già contenuti i germi della sua caduta, come i semi dello yin lo sono nel pieno dispiegamento dello yang. Nell’ultima scena del film non cade, ma viene abbassata, letteralmente calpestata. Una differenza sottile, ma significativa.

Entrambi perdono quello che hanno ottenuto perché non hanno compreso che mantenere il potere è molto diverso che conquistarlo, e del potere non hanno compreso la lezione più grande: che legittima se stesso nel modo in cui ci si comporta verso chi è più debole.

Così Abigail viene umiliata per aver schiacciato il coniglio sotto alla sua scarpa, mentre Barry perde tutto nell’occasione in cui sfoga la sua violenza pubblicamente ai danni del suo figliastro.

(Guardate il profondo cambiamento che avviene in questa scena: la prima parte rappresenta il perfetto aplomb mantenuto in tutto il film, tanto dal protagonista quanto dal regista. Poi all’improvviso…)

Il finale per entrambi sembra restituire un desolante senso di vanità per i loro sforzi. Perché come ricorda la chiosa finale di Barry Lindon, uomini o donne, ricchi o poveri, nobili o umili, come sono partiti, come sono diventati, buoni o cattivi, ambiziosi, innamorati, spregiudicati, innocenti; ogni distinzione perde di significato: di fronte alla morte, sono tutti uguali.

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