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Nuovi Sguardi: Monday di Carmelo Trifoglio e Giuseppe Daniele Amalfi(con Intervista e Cortometraggio)

Carmelo Trifoglio
Mi trovavo a Ferrara per un progetto che stavo curando per la Settima Arte e, mentre ci trovavamo fra le riprese del set, mi è capitato di fare la conoscenza di Carmelo Trifoglio. Carmelo è un giovane regista lucano, responsabile delle riprese, molto determinato e molto convinto delle proprie idee. Dopo quattro chiacchiere sul cinema e sugli oscar, mi parla del suo cortometraggio, Monday, e subito fulmina l’idea: “che ne diresti di un intervista?” . Lui è entusiasta e subito acconsente. Così mi fa vedere il corto e io elaboro le domande. Questo è quello che ci siamo detti dopo il nostro incontro.

Per rompere un po’ il ghiaccio: come ti sei avvicinato alla regia? Era la tua prima scelta? Hai studiato in un istituto o sei un autodidatta?

Non è una domanda facile in realtà, posso dire solamente che il mio personale rapporto con la regia è arrivato in un secondo momento rispetto a quello con la sceneggiatura. Sono ormai sette anni che ho posato la penna sul foglio per “scrivere cinema”, mi piace definirlo così, e la prima volta fu proprio con Giuseppe, (con cui ho codiretto il corto) anche se la poca consapevolezza iniziale ci portò a sognare subito in grande. Sicuramente sono autodidatta in tutto, mai frequentate scuole o corsi specifici su regia o altro, la grande passione per la Settima arte mi ha spinto ad approfondire questo tipo di lavoro e, anche se con delle enormi difficoltà iniziali va ammesso, me ne sono irrimediabilmente innamorato, di ogni suo piccolo aspetto. Quindi no, la regia non è stata la mia prima scelta, ma ora non riesco ad immaginare di fare altro se non questo nella vita.

Questo corto è stata la tua opera prima o vieni da un percorso più lungo?

Devo dire di sì, “Monday” è la mia opera prima. Negli anni passati c’erano già state delle prove generali di qualche altro progetto, in particolare di due cortometraggi, ma un po’ per inesperienza, un po’ per mancanza di fondi nelle produzioni ho sempre dovuto rinunciare a progetto in corso. Questi intoppi, però, sono riuscito a trasformarli in stimoli ed insegnamenti preziosi, che alla fine mi hanno portato a terminare questo piccolo ma importante cortometraggio, se non altro per il valore simbolico che ha assunto!

Il corto ha un’atmosfera distopica che poi si trasforma in un futuro post-apocalittico. A chi ti sei ispirato per l’atmosfera distopica prima e il futuro post-apocalittica poi?

Vorrei iniziare dalla parte finale di questa domanda: a volte tendiamo ad etichettare troppo, soprattutto nel cinema, e questo non va sempre bene, ci semplifica la vita, a volte, ma ci preclude anche tanto altro. Non mi sento di dire che “Monday” diventi post-apocalittico nel finale, anche se tutti i presupposti ci sarebbero, più che altro la concezione è stata molto più tangente: volevo “rompere” la routine in cui il protagonista è bloccato sin dall’inizio, volevo far svegliare l’essere umano passivo della prima parte, l’uomo chiuso in un ambiente soffocante e tetro, farlo uscire allo scoperto ed essere “investito” dalla natura che molto spesso mettiamo in secondo piano. Quindi sì, “Monday” è un cortometraggio immerso nella distopia creata dall’essere umano, ma fuori dalle prigioni mentali e fisiche si cela tanto altro, questo è il senso. Concettualmente e visivamente i risultati dell’ambientazione, seppur diversi, hanno rispecchiato a pieno le mie personali ispirazioni. Quando scrissi il soggetto avevo pensato di rifarmi ai film del maestro Orson Welles, soprattutto per le atmosfere cupe in cui immergeva i suoi protagonisti, e alla prima opera di Martin Scorsese: “Chi sta bussando alla mia porta?”. Il risultato in video spero si avvicini a quello che avevamo in mente, anche se si possono trovare altri e numerosi riferimenti nelle immagini…buon divertimento!Carmelo Trifoglio

La fotografia: mi è piaciuta la scelta dei numerosi dettagli in bianco e nero alla Bresson. Adoro quello stile asciutto che va al cuore delle cose. Perché hai voluto ibridare quello stile così elementare con dei movimenti di macchina così fulminei secondo lo stile di Scorsese?

Come già affermato in precedenza i punti di riferimento sono stati Martin Scorsese e Orson Welles, più che Bresson. La realizzazione di una fotografia così è il frutto di prove su prove di posizionamento luci nella location e post-produzione. La scelta del bianco e nero mi è sembrata ovvia, quanto meno per sopperire a delle mancanze tecniche che avrei potuto incontrare nel rendere i colori su schermo. Il risultato mi ha fatto sorridere e mi ha fatto dire: “Dai, pensavo peggio!”. Della fotografia se n’è occupato interamente Giuseppe, io mi sono limitato a decidere insieme a lui qualche dettaglio. Tutto sommato ne siamo rimasti molto soddisfatti.

L’alternanza bianco e nero/colore come si connette al dualismo dentro/fuori casa?

I colori comunicano sempre emozioni, in qualsiasi modo ci vengano presentati. La scelta di fare quel passaggio al colore, per qualche secondo, è dettata dalla volontà di far percepire allo spettatore la differenza tra l’ambiente chiuso in cui vive, tristemente, il protagonista e la natura che, per quanto spaventosa, mostra sempre tanta infinita bellezza. Le riprese in esterni sono state realizzate in una riserva naturale della Basilicata che è una gioia per gli occhi e mi piace pensare di aver portato in questo corto anche parte della mia terra, cosa che ha sempre una certa importanza. L’ambiente del bunker, chiuso e ostile, rende bene l’idea di “trappola” soprattutto grazie al bianco e nero, o almeno così credo.

Così tanta batteria ricorda Birdman. Questo martellare di percussioni è stata una scelta tua o del musicista? Qual era la sensazione che volevi trasmettere?

La musica è stato uno degli aspetti più difficili da trattare nel cortometraggio. Volevo qualcosa che si abbinasse bene a tutto: all’ambiente, al tipo di storia, al ritmo dato alle scene. La nostra prima e unica scelta era il jazz come genere di riferimento e, dopo averne discusso a lungo con Francesco Donadio (il nostro montatore del suono), abbiamo deciso di registrare dal vivo un batterista jazz per creare quello che poi è diventato il leitmotiv della musica del corto. Non appena è terminato il montaggio abbiamo subito colto l’analogia con la colonna sonora di Birdman e non ci ha potuto che fare un enorme piacere sentire che si sposava bene con il mood portante della storia.Carmelo Trifoglio

Recitazione: anche dal punto di vista recitativo ci avviciniamo a Bresson. Come avete diretto l’attore del cortometraggio? Gli hai chiesto di usare un’espressività sottotono?

In un progetto auto prodotto è molto complicata la scelta degli interpreti, soprattutto quando non si possono dare loro dei veri e propri cachet. Nel caso di “Monday”, siamo stati “costretti” a dare spazio ad un solo attore professionista, che comunque è stato così gentile con noi da non pretendere nulla in cambio e per questo dobbiamo profondamente ringraziarlo: Erminio Truncellito. Senza il suo apporto, nel ruolo del giornalista radiofonico, e la sua professionalità, non avremmo potuto rendere quella parte drammatica di cui il corto aveva estremamente bisogno per risultare credibile. Per quanto riguarda il protagonista, Sebastiano Ferrante, è un amico e appassionato anche lui di cinema e si è prestato per fare questa parte. Devo dire che è stato molto professionale durante tutta la fase delle riprese, anche se le nostre richieste sono state “bizzarre”: per aumentare il clima di surrealismo ed essere coerenti con il genere da noi scelto gli abbiamo richiesto un tipo di recitazione che riprendesse molto i personaggi che oggi siamo abituati a vedere nei film di Yorgos Lanthimos. Personaggi apatici, inespressivi, eterne vittime della vita e che non hanno più la voglia di lottare o farsi valere. Come direzione abbiamo preferito questa strada un po’ più “moderna” che non rifarci al Maestro Bresson e alla sua non recitazione, al suo prendere persone dalla strada per recitare. Per non parlare poi di quanto sia stato piacevole dirigere Selene Papeschi nella registrazione delle pubblicità radiofoniche. Mia personale amica e bravissima attrice teatrale, ha saputo far tesoro delle indicazioni registiche e ha tirato fuori un’interpretazione comica che spezza totalmente il ritmo della narrazione, regalando qualche sorriso si spera.

Ho visto che il corto ha avuto dei finanziamenti da parte della regione Basilicata. Hai fatto tutto te o ti sei rivolto a dei consulenti per trovare i fondi? Come ti sei interfacciato  con la produzione?

Ogni aspirante regista sogna i budget a sei o nove zeri di Hollywood, poi però il sogno finisce e bisogna fare i conti con una realtà che invece non perde occasione per sbatterci in faccia il fatto che siamo dei ragazzi esordienti in questo mestiere e i soldi non ce li dà nessuno. Dopo questa felice premessa, posso dire che della fase di produzione ho sempre voluto occuparmene personalmente nei miei progetti e, fino a quando sarà possibile, farò così. È una fase sempre molto delicata, quindi dopo gli errori del passato ho voluto essere molto più cauto questa volta e sono riuscito, con i pochissimi mezzi a mia disposizione, a metter su una squadra di appassionati e amici per realizzare tutto senza il “becco di un quattrino”, fatemi passare il termine. Credo sia un eufemismo definire esiguo il budget che avevamo per la realizzazione di questo corto, ma stringendo i denti e sperando nella riuscita finale, abbiamo portato a termine il progetto con una spesa di non più di 100€. So che sembra impossibile, ma è la verità. La Lucana Film Commission e il Comune di Policoro ci hanno sostenuto attraverso dei patrocini gratuiti, ma solo dopo che il cortometraggio fosse stato completato in ogni sua parte. Questo non vuol dire che non apprezziamo il loro interesse per noi, ma sarebbe anche sbagliato dichiarare che ci hanno foraggiato in qualche modo.

Sceneggiatura: Mi piace il fatto che sia tu che Giuseppe oltre a registi tu siate anche sceneggiatori. Come è nata l’idea del cortometraggio? È mutata nel corso del tempo e/o durante le riprese?

Il soggetto del cortometraggio era mio e lo avevo scritto due anni prima della realizzazione, devo ammettere senza neanche grosse pretese. Inizialmente lo avevo pensato come un qualcosa di fortemente sperimentale e con mezzi completamente diversi da quelli che abbiamo poi utilizzato. Dopo aver sottoposto l’idea a Giuseppe, ci siamo buttati a capofitto sulla sceneggiatura e lì effettivamente è nato “Monday”. Con l’unione delle nostre idee abbiamo partorito i monologhi della radio e le battute delle pubblicità, nonché le scelte legate alle mosse del protagonista. Devo ammettere che metter d’accordo due teste che pensano e concepiscono il cinema in maniera totalmente differente è stato un arduo compito per entrambi. Su molte intuizioni ci siam venuti incontro e, molto più spesso di quanto avrei mai pensato va ammesso, le nostre idee arrivavano a combaciare alla perfezione e questo ha reso il lavoro molto più semplice. Alcuni passaggi narrativi erano stati pensati alla perfezione sia in sceneggiatura che durante la realizzazione degli storyboard, tanto che eravamo sorpresi di come procedevamo velocemente. Il fatto è che, durante le riprese, qualcosa è stato ritoccato, non è rimasto nulla completamente immutato: aggiungendo o eliminando, alla fine il corto è diventato un prodotto completo e finito solo quando abbiamo deciso che fosse davvero così. Da questo punto di vista essere i produttori di noi stessi ci ha permesso una libertà maggiore e zero fretta o pressione nel fare tutto quello che dovevamo per arrivare ad avere un prodotto di qualità.Carmelo Trifoglio

Il montaggio cambia considerevolmente: si passa da una successione frenetica di immagini a un ritmo più blando. Perché questo progressivo rallentamento?

Il montaggio è un’altra fase del progetto che ho condiviso con Giuseppe. Intanto premetto che tutto ciò che è stato fatto in post-produzione, compresa la color correction, è realizzato con programmi professionali. Per quanto riguardo le nostre scelte nel montaggio posso dire che siamo stati ovviamente condizionati dal limite dei mezzi a nostra disposizione: non avendo avuto la possibilità di fare riprese con telecamera a spalla o non aver potuto realizzare carrellate eccessivamente lunghe, abbiamo optato per concentrarci su un’alternanza veloce di vari stili di riprese, sempre coerenti con il tipo di narrazione. Il passaggio dalla frenesia iniziale, che sottolinea la volontà del protagonista di prepararsi in fretta per andare a lavoro, e il progressivo rallentamento verso il finale è stato volutamente adottato per una questione puramente narrativa. All’inizio, come sottolineato dalle parole del giornalista, non si sa se sia effettivamente reale la pioggia di meteoriti e quindi sono tutti nel caos e in fermento per scoprire la verità; alla fine il ritmo cala perché c’è rassegnazione da parte di tutti che quello che sta succedendo è reale e, quindi, che è la fine.

Il lunedì. Perché scegliere proprio questo giorno per l’inizio della storia?

Mentre pensavo al soggetto, due anni fa, scorrevo le pagine di vari social network e la cosa che mi ha colpito di più era la mole di persone (studenti, lavoratori) che si lamentavano di quanto fosse pesante per loro il Lunedì. Anch’io l’ho fatto, non me ne vergogno, il web è pieno di gente che si lamenta perché inizia un’altra settimana. Allora mi sono chiesto: cosa ci potrebbe essere di peggio per un lavoratore che si sveglia il lunedì mattina consapevole che deve tornare dietro la sua scrivania? E soprattutto cosa ci potrebbe essere di peggio per un lavoratore, già bloccato nella sua routine, di perdere il lavoro di lunedì? La risposta è stata: la fine del mondo. Per questo “Monday” è diventato una critica all’uomo moderno, al fatto di essere in trappola nella sua stessa monotona vita e che nemmeno la fine del mondo lo smuove da quell’apatia totale verso tutto e tutti, specialmente dopo un week end di bagordiCarmelo Trifoglio

Il finale. Devo ammettere non sono riuscito a cogliere il messaggio del film. Che cosa volevi trasmettere?

La mia più grande paura era di rendere il finale un po’ troppo criptico e di difficile interpretazione. In parte è successo, ma anche questo aspetto potrà essere migliorato in futuro: sbagliando si impara. Il corto non vuole necessariamente dare un messaggio, più che altro la nostra è stata una semplice critica sociale dovuto al tempo in cui viviamo, in cui una qualsiasi persona si sente intrappolata dalla propria vita tanto da non riuscirne più a venire fuori. La routine ci sta piano piano distruggendo tutti, sia da un punto di vista fisico che da un punto di vista mentale e anche spirituale se vogliamo. Stiamo perdendo i contatti con la realtà, rifugiandoci nelle nostre prigioni e la nostra paura è che se un giorno provassimo finalmente a liberarcene, non saremmo più in grado di affrontare la realtà. Il nostro protagonista, ironicamente, alla fine torna a casa e si rimette a dormire, noi saremo in grado di fregarcene oppure no?

Con questa domanda emblematica si chiude la mia intervista a Carmelo, che continuo a ringraziare per la sua grande disponibilità e la sua infinita passione. L’Italia e tutto il sottosuolo cinematografico hanno bisogno di sperare in una nuova generazione di registi e Carmelo porta avanti la bandiera della bellezza verso nuovi orizzonti di cinema.

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