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Conversazioni Con Un Killer, Il Caso Bundy – Potremmo essere noi

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Qualche settimana fa Netflix ha aggiunto al suo catalogo una docu-serie molto interessante seppure macabra in suoi certi aspetti. Quello che il colosso dello streaming ha fatto è stato continuare ad insistere su un filone che si sta rivelando sempre più gradito dal pubblico: le crime story e i gialli ispirati a storie vere. Già serie come Mindhunter e Manhunt hanno ricevuto gli onori della critica, così come questa interessantissima docu-serie di cui parliamo. La storia che ci viene raccontata è quella di Ted Bundy, spietato serial killer tra i più famosi sul suolo statunitense.

Il documentario, diviso in quattro parti, ricostruisce le tappe della vita di Ted fino ad arrivare al giorno della sua esecuzione tramite sedia elettrica, avvenuta il 24 gennaio del 1989 in Florida. Ted è stato accusato di un  numero di omicidi che varia dai trenta ai trentasei, tutti ai danni di giovani donne e studentesse. Gli omicidi accertati sarebbero avvenuti in un lasso di tempo che va dal 1974 al 1978, tuttavia ciò non esclude omicidi anteriori al ’74. Prima di approfondire ciò che la docu-serie cerca di mostrarci in maniera davvero molto organizzata e chiara, farei un passo indietro per inquadrare la figura di quest’uomo; sicuramente risulta interessante scavare nei meandri della psiche di questo killer così normale e lucido nell’apparenza.

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Theodore Robert Bundy nacque nel Vermont, USA nel 1946. Non è mai stata accertata l’identità di suo padre. Per anni il piccolo Ted è stato cresciuto dai suoi nonni materni. A Ted fu sempre detto che i suoi nonni fossero in realtà i propri genitori e che sua madre fosse sua sorella maggiore. Solo crescendo scoprirà la verità. Il risentimento verso la propria famiglia diviene grande e nella sua mente si insinua un’idea che sarà ricorrente nella sua storia: il sentirsi rifiutato. Gli episodi di violenza non mancheranno nella sua adolescenza, assieme a comportamenti strani e indicativi. Anni dopo il suo arresto una donna racconterà di essere stata sua amica e di essere quasi annegata a causa sua.

La donna racconta infatti che durante l’adolescenza, in una giornata al lago, Ted ha spinto la sua testa sott’acqua, trattenendola per diverso tempo e ignorando il terrore che essa stava provando in quel momento. Il punto fondamentale nella storia avviene tuttavia, come accennato in precedenza, quando Bundy viene a sapere delle sue origini. Egli lo viene a sapere sul finire degli anni ’60 dopo essere stato anche abbandonato (o rifiutato) da una ragazza conosciuta qualche tempo prima e della quale era innamorato. In quegli stessi anni si appassiona alla politica e agli studi. Ted frequentò infatti la facoltà di psicologia e di legge, ricevendo poi la tessera del partito repubblicano nel 1969.

 

Non avevo idea di cosa stessi facendo e non sapevo con chi avevo a che fare. Ma sapevo che era una storia pazzesca, allora entrai nella prigione con il mio registratore e gli chiesi: ‘Che tipo di persona avrebbe potuto fare queste cose?'”.

La voce che apre Conversazioni con un killer è quella di Stephen Michaud, un giornalista che nel 1977 iniziò un lungo ciclo di interviste a Bundy. Il risultato di tali interviste è stato pubblicato nel 1989 in un libro omonimo alla serie. L’orrore della storia di Bundy viene rievocato attraverso la sua stessa voce e attraverso suoi video di archivio. La cosa davvero da brividi è legata al fatto che Michaud riesce a fare in modo che Ted cominci a parlare, grazie alle sue conoscenze nell’ambito della psicologia, degli omicidi che egli stesso aveva commesso, ma in terza persona.

Infatti con il pretesto di una consulenza professionale sugli omicidi, il giornalista fa in modo che il killer cominci a fare un’auto analisi riguardo ai comportamenti e alla cause scatenanti dei gesti efferati di cui si parlava. Ted stava parlando della sua storia in terza persona, pur senza confessare nulla. Quello che vien fuori è il ritratto del male perfettamente celato dalla normalità di un giovane ragazzo studente di legge e laureato in psicologia, un ragazzo colto e intelligente che mai nella vita qualcuno additerebbe come mostro. Eppure dietro quella perfetta normalità si nascondeva una ancor più perfetta incarnazione del male.

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Non ritengo necessario, così come non lo ha ritenuto necessario Joe Berlinger, autore della docu-serie, soffermarsi sui dettagli degli omicidi. Basti sapere quello che era il “tipo” cui il killer puntava: giovani studentesse sulle quali non poteva fare a meno di scaricare tutta la propria rabbia, verso un mondo che lo aveva rifiutato (la famiglia, la sua ragazza, la facoltà privata di legge) e verso un sesso (quello femminile) con il quale, secondo le sue stesse parole, aveva maturato un rapporto malsano e distorto a causa della proliferazione della pornografia negli anni della sua adolescenza.

Partendo da questo ultimo punto andiamo ad analizzare quel contesto che, quando si parla di questo tipo di fenomeni, non può essere tralasciato: il contesto sociale. L’America degli anni ’70 era un paese violento, un paese che aveva conosciuto la guerra (in Vietnam), un paese dove la pubblicità diventava sempre più invasiva e i messaggi che essa portava erano non da tutti percepiti in maniera innocua. L’escalation di violenza che ha visto gli Usa popolarsi di efferati killer negli anni 70 non è certo un caso. Contestazione giovanile, violenza sociale spesso causata dalle forze dell’ordine o contro di esse.

In questo clima così teso, il giovane Ted (quasi autopsicoanalizzandosi) mostra come il binomio pornografia (la pubblicità in quegli anni ha usato in maniera palese la donna per i suoi scopi di vendita e persuasione) e violenza ha visto nascere nella sua psiche una distorta idea di sesso legato indissolubilmente alla violenza stessa. Tutto questo sembra speculazione, può apparire assurdo, ma non dimentichiamoci mai quanto forte sia il potere della nostra mente e quanto essa sia plasmabile e influenzabile in tenera età. Oggi siamo quello che siamo soprattutto in base alle nostre esperienze e sensazioni vissute in quell’età e non per tutti quelle influenze sono state positive.

 

Veniamo ora alla parte conclusiva. L’odissea di Bundy in carcere dura più di dieci anni. Dopo essere stato arrestato nel 1975 ed essere fuggito dal carcere (commettendo altri omicidi brutali) Ted comincia a portare su di sé le luci mediatiche della tv. Lo fa in maniera quasi narcisistica oltre che subdola, capendo infatti che l’intervento delle tv e dei media nei processi non avrebbero fatto altro che rallentarli. Ted è riuscito a rinviare la sua esecuzione fino al 1989 attraverso diversi stratagemmi. Per tutta la durata del processo ha continuato a difendersi legalmente da solo.

Dopo tutto il clamore mediatico legato alla sua figura, pochi giorni prima della sua esecuzione masse di giovani (e non) si sono riunite attorno alla prigione nella quale era rinchiuso; chiedendone la morte e indossando t-shirt con sopra il suo volto. Sono scene inquietanti quelle che vediamo, assistiamo infatti all’ingresso di Bundy nel nostro immaginario collettivo e il suo innalzamento a figura iconica ed emblematica. Un altro dei tanti nomi da stampare sulle t shirt per affidarlo alla folla più feroce, quella arida e ipocrita società capace di creare mostri del genere.

Chi è Ted Bundy? Potenzialmente ognuno di noi lo è. Probabilmente quello che è successo alla fragile mente del giovane Ted è stato qualcosa che avrebbe potuto tormentare anche noi che oggi raccontiamo in giro la sua storia con tanto disprezzo e orrore.

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