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La Mossa Kansas City – Il ribaltamento del Prestigio Nolaniano

Questa è una mossa Kansas City: loro guardano a destra [Smith indica verso destra] e tu vai sinistra [Smith arriva dietro alle spalle al ragazzo e gli spezza il collo].

L’inaspettata manifestazione della mossa Kansas City segue dal racconto di una storia, che è l’incipit di Slevin – Patto criminale, pellicola del 2006 diretta da Paul McGuigan. Questa storia, raccontata da Smith (Bruce Willis) ad un ragazzo, nella sala d’attesa deserta di un aeroporto, narra la terribile vendetta di una nuova banda di allibratori giunta in città, responsabile dello sterminio di un’intera famiglia per delle scommesse truccate.

Nonostante sia solamente la scena iniziale, quello della mossa Kansas City è il leitmotiv che ripercorre, in ambo le direzioni, l’intera trama e che fa funzionare gli ingranaggi di un meccanismo che si disvela poco a poco. Un meccanismo che resta celato agli occhi dello spettatore, perché per quasi l’intera durata della pellicola quest’ultimo viene invitato a rivolgere lo sguardo verso un’altra storia.

Questo espediente cinematografico – e metacinematografico – opera su tre livelli. Ad un primo livello, la mossa Kansas City avvia l’ingranaggio narrativo di una storia che si reggerà sul nesso causa-effetto. Un semplice, all’apparenza banale, pezzo di storia.

Oltre a quello base, vi è un livello più profondo che soggiace allo svolgimento dell’intera trama e che ne determina gli avvenimenti in senso fortemente causale. Così, esattamente come un frattale (oggetto geometrico), riproduce la propria singolarità in tutti gli aspetti del film.

Vi è un piano che esce dallo schermo e diventa reale, un piano metanarrativo. Dicevamo dello spettatore che viene invitato per buona parte del film a guardare in una certa direzione. Perché quella è la storia che ci viene raccontata, perché quella è la direzione che ci viene indicata. Solo alla fine scopriamo che la vera storia è tutt’altra, una storia che si rivela con una forza dirompente: molto più cruda, ma molto meno banale.

Quella vera è una storia di vendetta, esattamente come quella che racconta Smith al giovane prima di ucciderlo. Una vendetta che trasforma i carnefici in vittime inerti, senza nemmeno avere la possibilità di esserne pienamente consapevoli. Gli ingranaggi di quella vecchia storia non avevano mai smesso di funzionare e la ruota della vendetta torna al punto di partenza. Una ruota di vendetta che chiude un cerchio di sofferenze.

Tre livelli. Tre, come il numero di atti che compongono un buon numero di illusionismo. Ci viene detto anche da Christopher Nolan in The Prestige, pellicola anch’essa del 2006. E come per Slevin – Patto criminale, la scena iniziale funge da catalizzatore dell’architettura narrativa (vedi anche: La poetica rivelatrice dell’inizio).

Ogni numero di magia è composto da tre parti o atti. La prima parte è chiamata “la promessa”. L’illusionista vi mostra qualcosa di ordinario: un mazzo di carte, un uccellino o un uomo. Vi mostra questo oggetto. Magari vi chiede di ispezionarlo, di controllare che sia davvero reale… sì, inalterato, normale. Ma ovviamente… è probabile che non lo sia. […] Il secondo atto è chiamato “la svolta”. L’illusionista prende quel qualcosa di ordinario e lo trasforma in qualcosa di straordinario. Ora voi state cercando il segreto… ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati. Ma ancora non applaudite. Perché far sparire qualcosa non è sufficiente; bisogna anche farla riapparire. Ecco perché ogni numero di magia ha un terzo atto, la parte più ardua, la parte che chiamiamo “il prestigio”.

Anche nella pellicola di McGuigan il prestigio è l’ultimo atto di un numero di magia, con la differenza che lo spettatore, fino alla fine, non sa di assistervi. In questo senso, il prestigio si rivela nel finale, ma risponde alla dinamicità dell’intera trama. Il prestigio non è la fine della storia: è la storia stessa.

Così come nascosta è la promessa – giocando con le lettere, possiamo chiamarla anche premessa, visto che tale è – tradotta in un’ordinaria storia di vendetta. In realtà, questa storia ci viene mostrata proprio all’inizio, ma come qualcosa di poco rilevante, rendendoci così inconsapevoli del trovarsi davanti all’inizio di un numero di vendetta. L’inizio di un’aspirale di violenza che, ben lungi dall’essere un’illusione, si sarebbe tradotta in realtà.

La particolarità dell’elemento di intermezzo, la svolta, è che viene appiattito sugli altri due piani perché, da una parte, non sapendo dell’illusione, lo spettatore non ha gli strumenti per capire quale trucco dovrebbe esserci dietro ad un meccanismo che, per lui, nemmeno esiste. Dall’altra, una vendetta ordinaria si trasforma in straordinaria, perché raccoglie tutti i frammenti di un’illusione della quale non sapevamo di esser vittime. E questi frammenti danno vita al vaso di Pandora che ci viene donato un attimo prima del prestigio vero e proprio.

Si può fare un’ulteriore riflessione, fuori dall’ambito cinematografico, sulla mossa Kansas City, così come su un qualsiasi numero di illusionismo.

È molto pericoloso guardare dove le persone puntano il dito, senza osservare criticamente lo spazio a 360 gradi, compreso chi quel dito lo punta. La complessità della realtà – e delle intenzioni umane – non si cattura guardando in una sola direzione.

Spesso chi punta il dito verso qualcosa, non vuole farci accorgere della verità presente dietro di noi, o dietro di lui. Un insegnamento mai attuale come in tempi recenti.

 

Leggi anche: The Prestige – Il Manifesto della Poetica Nolaniana

Edoardo Wasescha

- Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere - Aspirante giornalista - Nerd da prima che diventasse una moda

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