News

Rick and Morty – Fantascienza dell’Ordinario.

È sabato sera, ma sono già uscito ieri. Non mi sento molto bene, forse ho esagerato un po’. Sarà meglio restare a casa.
Quando sono in queste condizioni adoro schiantarmi sul divano e guardare un bel film (o una serie) di fantascienza, che sappia evocare davanti ai miei occhi universi lontanissimi e nebulose coloratissime, angoli dello spazio inesplorati in cui si nascondono pericoli sconosciuti e meraviglie insospettabili, distanze siderali che mi facciano emozionare e interrogare sul mistero dell’evoluzione cosmica; insomma, voglio provare quella bellissima sensazione di esaltazione che si prova quando si pensa alla grandiosità del cosmo.

Rick and Morty, pur contenendo tutti gli elementi tipici di un classico della fantascienza, non regala affatto questa sensazione, e si presenta, dunque, come un’opera sui generis.
Cerchiamo di capire quali sono i nuclei tematici e le modalità narrative della serie creata da Justin Roiland e Dan Harmon attraverso le sensazioni che ci trasmette, magari operando qualche confronto con film e serie di stampo fantascientifico, per evidenziarne le differenze e particolarità.

Cinismo e indifferenza

La prima reazione è sicuramente un desolante e nichilistico sorriso cinico. Rick e Morty esplorano l’universo (anzi, gli universi) portando allo spettatore non sensazioni di potenza e bellezza inquietanti e incommensurabili, bensì dolore e indifferenza nei confronti dell’esistenza. Quasi come se fossero andati al supermercato a sondare la stupidità del cittadino medio, o a indagare la mancanza di scrupoli di un capitalista qualsiasi alla presa con problemi di lavoro sottopagato.

In Rick and Morty abbiamo a che fare sempre con qualcosa che ci è troppo familiare per poter provare una qualsivoglia sensazione di stupore infantile o di polmoni che si allargano respirando lontane latitudini: scompare quella fondamentale sensazione di libertà.

Fantascienza dell’ordinario

E non parlo di libertà in quanto la fantascienza classica presupporrebbe degli ambienti sempre ospitali o delle presenze (umane e non) sempre rassicuranti, per niente. Però, anche quando la sensazione è asfittica, angosciante, spaventosa, la stessa idea che si abbia a che fare con qualcosa di sconosciuto ci affascina e ci sottomette più del terrore stesso; la nostra sete di conoscenza si sente appagata nel momento stesso in cui il nostro istinto di conservazione si sente in pericolo. Non è questo l’aspetto discriminante. Il fatto è che, mentre nella fantascienza “classica” si cerca di trattare tematiche “umane” attraverso l’esplorazione dell’estraneo, di parlare dell’interno parlando dell’esterno, di far risaltare le logiche identitarie attraverso il punto di vista privilegiato della destabilizzazione dovuta allo “straniero”, in Rick and Morty abbiamo a che fare con quella che potremmo definire “fantascienza dell’ordinario”.

Estraneo vs identitario

In Rick and Morty al centro dell’attenzione c’è sempre la vita quotidiana come fonte di problemi, di dolori e di gioie, di interrogativi esistenziali e disagi psichici, mentre in altri capolavori del genere, è facile vedere come il perno narrativo ruoti sempre sull’elemento “fantastico”: si prenda Alien (1979), in cui tutte le tematiche (il terrore claustrofobico e la dialettica del predatore-preda, l’idea di uno stadio evolutivo superiore all’uomo e il legame che si crea fra individui accomunati dalla stessa minaccia) si innervano appunto sull’alieno, o ad Arrival (2016), in cui le complesse tematiche del linguaggio e della temporalità diventano tema di riflessione grazie al contatto con gli estranei. Questa fantascienza fa dell’estraneo il centro del racconto o del discorso filosofico-scientifico, per poi farci riflettere sul Nostro soltanto per contrasto; per esempio, guardo La cosa (1982) di Carpenter, e sono del tutto preso dalle azioni che riguardano il mostro mutaforma, e una parte di me più riflessiva, magari a film concluso, comincia a riflettere sul fatto che il film parla anche di noi uomini, delle logiche del gruppo e dell’importanza della simulazione e della metamorfosi come armi evolutive.

Scienza del quotidiano?

Invece con Rick and Morty il centro del discorso è sempre la riflessione esistenziale, e sono quelli i momenti che ci innalzano spiritualmente o ci commuovono (si pensi di passaggio a quando il “piccolo Rick” ascolta Between the bars di Elliott Smith, o a quando cerca di suicidarsi, o quando Summer, dopo una surreale avventura spaziale, abbraccia il padre ormai lontano da casa). La vita ordinaria, con tutti i suoi problemi futili ma gravosi, è sempre al primo posto, e nessun universo parallelo, nessun mostro, nessun intrigo cosmico riesce mai a scalzarla: Morty e Summer rischiano spesso di mandare all’aria la pace e la sicurezza del mondo soltanto per guadagnarsi l’approvazione del nonno geniale, mentre la crisi matrimoniale di Beth e Jerry dà vita a uno scontro tra mostri e un massacro di persone innocenti in un centro di terapia di coppia; così in un episodio l’inettitudine e l’insicurezza sessuale di Jerry rischiano di mettere in crisi la salvezza dell’universo, mentre, nella splendida puntata di “Rick cetriolo”, il suddetto Rick è capace di trasformarsi in un cetriolo, il quale vivrà un’ incredibile avventura dal tipico sapore di thriller spionistico, soltanto per evitare una seduta familiare dallo psicologo.

Moltiplicazione e degradazione

Ma se, in questa “fantascienza dell’ordinario”, l’elemento fantascientifico non gioca il ruolo dell’evocativo e dell’esotico, o comunque del punto di vista deformato e, per questo, fonte di conoscenza, quale sarà il suo ruolo precipuo? Se si fa un po’ d’attenzione, non sarà difficile rispondere: esso è un dispositivo atto alla degradazione. Dell’esistenza ordinaria, s’intende.

Se la realtà che noi conosciamo, quella da noi trascinata tutti i giorni con noia e fatica (la realtà, per così dire, “di primo livello”) viene moltiplicata, in quello stesso istante essa perde di unicità e di irripetibilità (vale, a quanto pare, per l’esistenza lo stesso principio che Benjamin faceva valere per l’oggetto d’arte).

È in questo discorso che si inserisce la trovata geniale degli infiniti universi paralleli: Rick lo ripete continuamente, non bisogna credersi unici, autentici, “speciali”, perché tutti non sono altro che una sola versione di se stessi, e basta puntare la sparaporte per raggiungere altri sé con altre vite e altre idee, diversi caratteri e diversi destini, diverse gioie e diversi dolori. Gli alieni e i pianeti sconosciuti non prevedono logiche incomprensibili e affascinanti, bensì quelle stesse logiche umane che rendono così violenta, cinica, noiosa, in una parola invivibile, la nostra stessa esistenza  (si pensi ancora alle enormi facce aliene che costringono i pianeti a partecipare ad una sorta di talent show letale, o al pianeta dello “sfogo”). In questo modo poi non solo la vita, ma anche la morte perde qualsiasi importanza, qualsiasi significato che gli può essere donato soltanto dal suo essere un evento irripetibile, inserita in un processo unico di cause e conseguenze perfettamente collegate.

Per quanto l’universo narrativo di Rick and Morty sia vasto, per quanto esso possa dare adito a infinite fantasie e avventure stra-ordinarie, non riusciamo mai a toglierci dalla testa le piccole avventure del quotidiano, le sue piccole (se paragonate all’universo) tragedie e le sue piccole commedie, quella sensazione, contrassegnata dal disagio, di essere sempre, indissolubilmente, legati alle nostre vite, alla nostra casa, al nostro divano.
Sarebbe interessante notare, magari in un prossimo articolo, come proprio in questo dispositivo degradante si inseriscano le tecniche del black humor per il quale Rick and Morty è tanto amato, e per il quale esso non può che suscitare un sorriso pieno di amarezza.

Leggi anche: Rick & Morty – Esistenzialismo cosmico e Puzzette

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.