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Berserk – Tra il male e l’uomo

La carriera di Kentaro Miura inizia precocemente, per usare un eufemismo: quando esce la sua prima serie manga, Miuranger, ha appena dieci anni. Una serie di successi e premi lo portano a consolidare la sua fama di enfant prodige e, nel 1988, si consacra definitivamente con un manga autoconclusivo: Berserk.

Due anni più tardi, quell’idea embrionale sarà ampliata e migliorata a dismisura, sino a farne una serie a fumetti, la più conosciuta senza ombra di dubbio di Miura, il suo grande e definitivo capolavoro, per lui giunto forse troppo presto.

L’anima di Berserk ti viene subito sputata in faccia sin dalle prime tavole con violenza inaudita.

Un guerriero solitario dotato di una spada gigantesca – troppo grossa per essere chiamata spada, troppo pesante e grezza – e di un braccio meccanico con balestra e cannone incorporate, un Ken Shiro tornato dopo una capatina in Terminator. Vaga con lo sguardo torvo tipico di chi è solo contro il mondo, in una battaglia dai contorni non ben delineati, contro delle entità che si potrebbe definire demoniache in ogni loro aspetto, in forme e in crudeltà.

Sin qui sembra una storia vista e rivista, quasi uno stereotipo, ma col tempo inizi a capire che dietro il suo protagonista, dietro la storia e il mondo che lo circondano si nasconde qualcosa di più. Lo capisci anche solo da piccole frasi, da piccoli dettagli che Miura cura con una minuziosità ai limiti del maniacale, dote rarissima e fondamentale per un grande narratore.

Narratore che, in un infinito flashback di quasi dieci capitoli e che copre quasi tutto l’arco della saga anime, svela le origini non solo del protagonista, ma di tutto l’immenso universo in cui è coinvolto.

Le influenze di Berserk sono molteplici e variegate. Non è un caso che alcune immagini trovino straordinaria somiglianza con le opere di Bosch, Escher, Gustave Doré, Bruegel il Giovane, e le tematiche da essi trattate – le immagini surreali, le distorsioni geometriche, gli allacci al mondo demoniaco. La presenza del demonio, o comunque di una forza oscura che domina e guida le scelte degli individui che lo abitano, è forse il tema portante dell’opera, benchè Miura rifugga spesso gli ingabbiamenti tematici della sua creatura. E, in virtù stessa di questa presenza, non può non presentare domande sull’esistenza o l’eventuale natura di Dio, al cui proposito dichiarò in un’intervista:

Se usassi le parole come “Dio” e “diavolo” il mondo del mio racconto diverrebbe più limitato, privo di profondità e di originalità. Dio è il diavolo sono creature realizzate dal pensiero umano. Questo discorso è simile al paradosso dell’uovo e della gallina: quale dei due nasce prima? L’esistenza di Dio e del demonio sono un riflesso dell’esistenza umana. Se li facessi comparire in Berserk finirei per raffigurarli a immagine e somiglianza dell’uomo. Spero che i lettori accettino quest’idea… d’altra parte io non vorrei mai imporre loro una mia visione.

E’ chiaro l’intento di non personificare mai queste due entità, nè presentarle in una contrapposizione manichea, quanto piuttosto un’entità singola e panteistica, che permea il reale nel tempo e nello spazio.

L’universo di Berserk infatti, lo chiariamo subito, è desolante.

Il teatro è una guerra dei cent’anni ucronica, che col progredire della storia degenererà in una distopia diabolica e infernale; una terra che pare essere puramente distruttrice, una terra che uccide, le sevizie, gli sbudellamenti, gli stupri, le ferite, le malattie, le psicosi, le deformità, lance, spade, alabarde, asce, palle di cannone, esecuzioni, sangue, orecchie e teste mozzate, e ancora sangue. Uno spettacolo di cui ogni personaggio è complice e partecipe, persino i protagonisti, e forse loro più di tutti, che si dipana in un delirante crescendo di inquietudine attraverso in un allucinante e allucinato viaggio in compagnia del Male, di cui vengono mostrate le sue mille sfaccettature. Un crescendo e un ripetersi infinito di pagine e pagine di violenze e crudeltà senza pari, inaudite, che portano quasi a dire pietà, basta, non ancora. Ma non ci sarà pietà, per nessuno, che siano soldati o briganti, che siano uomini o mostri usciti dall’inferno, che siano donne, vecchi o bambini.

Ma non c’è condanna, non c’è pietismo, per nessuno, anche qui. Proprio perchè, per dirla alla Rust Cohle, qui tutti sono colpevoli.

Lo stesso protagonista è una figura oscura e rabbiosa, ma piena di sfumature e di slanci di insolita umanità che la missione di vendetta di cui si è fatto carico non riescono a cancellare del tutto – missione che, qualora si svelasse qui, farebbe perdere ogni interesse a chi volesse recuperare quest’opera dura e magnifica.

Si può solo dire che la sua vendetta nei confronti della stirpe demoniaca che, a partire da un evento climax della storia, fa tabula rasa di tutto il mondo che avevamo conosciuto, che ci aveva fatto orrore, coinvolto, a tratti emozionato; si può dire che tale missione possa essere racchiusa in un aforisma della parte quarta di Al di là del bene e del male, citato apertamente dalla maga Flora:

Chi combatte con i mostri, deve sempre guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. Perchè più a lungo guarderai il fondo dell’Abisso, più l’Abisso vorrà guardare dentro di te.

Guts, il protagonista della storia, sacrifica la sua umanità nel tentativo di dare la caccia a questi esseri mostruosi e dotati di una forza pari solo alla loro malvagità e, in tutti, chi più chi meno, alla loro rabbia malcelata per il mondo – evento strettamente connesso, come si intuirà, alla loro trasformazione. Non sono rari gli episodi in cui eccede in questa caccia, mettendo a rischio non solo la vita di persone esterne alla sua lotta – casualità in cui decide di giustificarsi con “Se facessi a tutte le formiche che calpesto, non potrei più camminare” – ma anche alle persone che, per una serie di contingenze, si sono unite alla sua marcia, e a cui si è col tempo affezionato, volente o nolente.

L’immensità di Berserk, qualcosa che trascende molti clichè ancora duri a morire circa la mancanza di profondità dei romanzi a fumetti, sta proprio nel chiaroscuro dei suoi personaggi.

Non solo in Guts, ma anche in Griffith, il suo amico più fidato e in seguito la sua nemesi, il cui rapporto si sviluppa con una tale sottigliezza e con un così mirabile intreccio di elisabettiana crudeltà da turbare lo spettatore, o il lettore, ancora giorni e giorni dopo aver visto l’episodio della frattura insanabile tra i due.

Ci sarebbe moltissimo da dire su un’opera che, nonostante le scelte discutibili degli ultimi capitoli, è ancora in corso a quasi trent’anni dall’uscita e che reclama a gran voce un finale degno di lei. Una storia di uomini deboli, anche coloro i quali sembrano risoluti e invulnerabili, pieni di paure e psicosi pienamente umane, che in comune hanno solo il nutrirsi di varie forme del Male per poter andare avanti, per riprodursi, per continuare il loro cammino. Di sottostare a tale legge spietata, per poter restare a galla.

E come ogni tragedia, in cui sangue chiama sangue, è probabile aspettarsi un finale in sospeso che rifiuterà ogni catarsi, o meglio, forse ogni catarsi come siamo troppo spesso abituati a interpretarla.

Perchè in fondo, come diceva Aristotele – e lui non sbaglia mai – “catarsi” non vuol dire diventare migliori, ma scoprirsi peggiori.

Giulio Gentile

Nasce a Caltanissetta, dove viene benedetto dal provincialismo che fa sembrare ogni cosa più grande. Il liceo, l'università, i soggiorni all'estero, guardare film, leggere, scrivere e un'altra cosa che non ricorda, gli sono sembrati qualcosa di sensato. Il provincialismo ha il dono di far vedere ogni banalità sotto una luce vincente.

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