News

L’Amore in Città – Le Facce dell’Amore nell’Italia che Fu

- RETROSPETTIVE D'AUTORE: IL NEOREALISMO ITALIANO -

QUI TROVI L'INTRODUZIONE ALLA RETROSPETTIVA: 
https://www.artesettima.it/2019/02/03/il-neorealismo-italiano-la-culla-del-nostro-cinema/

 

“L’amore in città” del 1953 può essere considerato un manifesto neorealista tenuto insieme da sei mirabili mani: Lizzani, Antonioni, Risi, Fellini, Maselli, Zavattini, Lattuada. Ideato e supervisionato da Zavattini con il progetto di renderlo un’inchiesta giornalistica in sei parti, esso abbraccia impressionismo e crudo realismo, in quanto la crudezza della realtà è epurata, senza essere però mai sublimata, tramite pennellate di colore volte a rendere gli eventi parlanti poeticamente.

Un giornale costruito con la pellicola e l’obiettivo, anziché con la carta e l’inchiostro, dedicato all’amore della gente in una grande città”, ma non “lustro, riveduto, corretto e sceneggiato”come solitamente è rappresentato tramite grandi figure di attori, bensì scevro di qualsivoglia tipo di idealizzazione, lasciato alla sua realtà più vera di persone prese direttamente dalla vita. “L’attesa, l’incontro e il commiato sono le tre facce dell’amore” in cui si consumano queste storie il cui estremo realismo risiede a mio parere paradossalmente nella perdita di una reale consistenza nel momento in cui sono fissate in immagini parlanti.

Nell’ambito della prima inchiesta “L’amore che si paga”Lizzanisi occupa di intervistare alcune prostitute, affacciandosi timidamente sulle loro inaggirabili solitudini: da Tilde, donna dai dieci caffè quotidiani e dalle mani tremanti, con un bambino da mantenere, ad Anna, donna che aspetta fino a tarda notte l’arrivo dei treni per sperare in qualche cliente, dopo essere stata lasciata dal suo ragazzo, scappato con tutti i risparmi di lei. Verso le tre tutte tornano a casa sole e, “dopo le lunghe ore di attesa, vi è anche la sosta nel tram notturno e il viaggio che non finisce mai: spesso quando arrivano è l’alba e nessuno le attende”.

In “Tentato suicidio” Antonioni si occupa di intervistare persone che hanno provato a togliersi la vita per amore: invitate in un teatro di posa, hanno dovuto raccontare “con la loro vera voce come si è svolta la loro vera storia”, avendo l’esigenza di rendere altro da se stessi, in un processo di disidentificazione impossibile, sia il tentato suicidio sia la catarsi sperimentata nell’ essersi salvati e nell’esser riusciti a risalire la china. Da una parte il bisogno morboso di far conoscere quanto abbiano voluto morire e dall’altra la volontà di rendersi casi esemplari per gli altri li avrebbe portati a parlare: è emblematico il caso di una donna che, convinta del tradimento del marito, prova a suicidarsi in vari modi, non riuscendovi però mai per via dell’intervento di terzi. Racconta di come queilampi di follia siano stati risucchiati e quindi appiattiti da quella stolta quotidianitàche fa muovere senza vie di uscita come trottole impazzite e, alla considerazione dell’intervistatore: “Sembra quasi che le dispiaccia essere di nuovo a casa”, risponde: “Se fosse per me lo farei un’altra volta, ma per lasciarci la pelle sul serio…” “Non ho altre vie di uscita, delle volte si perde la testa”.

 Un’altra donna narra dell’odio provato nei confronti di chi l’ha salvata,rendendole impossibile soddisfare la sua dannata voglia di morire proprio in quel momento in cui la vita le appariva come una noiosa e pesante mortale danza da concludere il prima possibile. Un’altra ancora parla dello scarto tra il suo pensiero circa la morte prima di intravederla e quello che invece si è rivelata: racconta di come pensava fosse più facile moriree di quanto, invece, le abbia procurato un’infinita noia aspettare che il dissanguamento facesse il suo corso. Una ripresa lunga in proporzione quanto il fallito tentativo di uscita di scena le rende la vita un fardello così pesante da farle importare davvero poco di tenersela stretta, sebbene il parlare con sincerità del fatto le risulti utile a inquadrarlo a posteriori con più lucidità.

In “Paradiso per tre ore” Risi punta a dipingere le serate al Dancing Astoria nelle quali l’estasi collettiva genera parentesi oniriche in cui ballano i soldati e le serve, gli specialisti del tango, del mambo, del fox: il risultato è un clima carnevalesco, che è tale non per il rovesciamento degli schemi socio culturali, ma semplicemente perché la dimensione del quotidiano è aggirata tramite una suo posticcio riconfigurarsi in fieri in 180 minuti.

Nell’anneddoto di cronaca bianca “Agenzia matrimoniale” Fellinifinge di essere stato incaricato di fare un’inchiesta circa le agenzie matrimoniali: prende per mano il pubblico conducendolo sul suo stesso cammino, guidato da un gruppetto di microscopici bambini in questo grande palazzo che sembrano sapere dove sia questa misteriosa agenzia Cibele. In questo clima surreale di registri pre impostati volti al racchiudere le caratteristiche delle persone che vorrebbero trovare la loro dolce metà, Fellini racconta di aver vissuto l’assurda situazione di dover aiutare un suo amico licantropo, che soffre cioè degli influssi della luna, a trovar moglie, in quanto i medici avrebbero consigliato il matrimonio per un’eventuale guarigione. Il tutto si consuma in un incontro con una donna senza arte né parte che, non avendo niente da perdere, accetta di buon grado l’idea di sposarlo pur di sistemarsi e non rimanere sola, nonostante la vita d’inferno che farebbe. Il tragitto di ritorno risulta essere il luogo in cui si concentra tutta la sensazione di amara sospensione di Fellini che, pur di evitare di rivolgere discorsi retorici alla ragazza, non le dice nulla, perché sa che le sue difficoltà immediate avrebbero continuato a sembrarle l’unica cosa da superare.

Questa carrellata di inchieste è chiusa da un servizio di cronaca nera di Muselli-Zavattinicirca la storia di una donna che, senza né lavoro né documenti né possibilità di tenere il suo bambino, è costretta ad abbandonarlo per poi vivere lo strazio del “commiato” e tornare sui suoi passi. A conclusione di queste storie così eterogenee, tenute insieme dal fil rouge del realismo nella rappresentazione dell’amore, vi è la scanzonata “Gli italiani si voltano” di Lattuada nell’ambito della quale sono rappresentate strade in cui si avvicendano vorticosamente vestiti oltre il ginocchio, sottili punti vita e fianchi generosi su cui si poggiano languidi sguardi di uomini.

La apparente scarsa unità delle vicende si ritrova, oltre che nella tematica centrale, perno attorno a cui esse ruotano, nella duplice attività di lesione e risanamento: l’arte neorealista interviene qui come una sorta di maga che svela l’orrida vista del reale per poi salvare da quest’ultima tramite la costruzione di rappresentazioni illusorie. Si passa infatti, in un modo così graduale da risultare troppo rapido, dalla vuota e triste vita senza vie di uscita di donne costrette dalla necessità a trascorrere ogni notte sul ciglio della strada alla possibilità di uscita della speranza dal vaso di Pandora con la storia di coloro che sono stati più forti della morte. Ancora, poi, tramite una semplice sala da ballo, l’artistico risanamento illusorio è costruito grazie ad un clima onirico pseudo carnevalesco, perché non volto a sovvertire, ad esempio, i ruoli di genere, ma solo la fissità della noia quotidiana.

Si torna a passi graduali ad abbracciare la dimensione del tragico tramite un evento che non sia tale in toto, ma che sia per metà comico, per l’altra tragico: la ricerca di una moglie per un licantropo. La comicità di questa sindrome sfuma nella disperazione di una donna disposta a lasciar andare la sua vita così, pur di smettere di combattere perennemente la sua lotta per il mantenimento economico in una grama esistenza. Coerentemente a questo processo di lesione-guarigione, si ritorna, circolarmente, alla messa in scena di un evento doloroso: ancora una volta, l’impossibilità di autodeterminarsi per via di inaggirabili necessità contingenti; ciò porta Caterina ad abbandonare il suo piccolo bambino. In questo stesso racconto vi è poi una conclusione che riattacca tra loro nuovamente i cocci del dolore rappresentato tanto in questa vicenda, quanto nelle precedenti. L’ultima “inchiesta” è posta come finale non casualmente: è un vorticare di vita e colori risanatori che riportino il pubblico alla sua parte più primordiale, ossia l’incontrollabile attrazione sessuale. È pertanto una parentesi apparentemente a sé stante che chiude l’avvicendarsi di fatti, quasi a ricordare che, nonostante il susseguirsi di dolori necessari, la vita sia una potenza irrefrenabile e gioiosa, tutta riassumibile in strade assolate e in un rincorrersi di uomini e donne che non ha continuità col resto del reale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.