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Nuovi Sguardi: U Muschittìeri di Vito Palumbo ci racconta il giovane Falcone (con Intervista al Regista)

A volte per poter vedere una figura storica con occhi nuovi, serve un passo indietro. La storia di Giovanni Falcone, magistrato siciliano e cavaliere anti-mafioso, è definita dalla sua lotta alla criminalità. Tuttavia, il Cortometraggio U Muschìttieri ci presenta un giovane Falcone, giocoso e creativo, ma desideroso di mettersi alla prova contro le minacce incombenti. Il corto è stato proiettato al Cinema Vittoria di Monopoli in occasione del Sudestival, e il suo regista, il salernitano Vito Palumbo, ci ha gentilmente concesso un po’ del suo prezioso tempo per discutere del cortometraggio e dell’approccio che ha usato per realizzarlo.

Innanzitutto complimenti per il film. Si tratta di un’opera atipica, altamente simbolica, ma ancorata a quello che è un vero episodio dell’infanzia di Giovanni Falcone. Il corto infatti si basa sul racconto breve di Angelo di Liberto, “Il bambino Giovanni Falcone”. Cosa ti ha convinto, una volta letta la storia, ad adattarla come cortometraggio?

Diciamo che si prestava molto bene per la trasposizione di un cortometraggio. E’ un episodio, un piccolo episodio e infatti lo stesso Angelo l’ha raccontato con un racconto breve. Non sarebbe idonea, per esempio, al lungometraggio, perché questa storia è solo un aneddoto e se una cosa la puoi raccontare in un minuto perché farlo in dieci?

Ad interpretare Giovanni e Maria Falcone vi sono Gabriele Provenzano e Daria Civilleri, i quali sono stati scelti dopo un intenso processo di casting che ha coinvolto centinaia di giovani aspiranti attori. Cosa cercavi in particolare nell’interpretazione del giovane Falcone e come si è sviluppato il rapporto tra te, Gabriele e Daria, durante e all’infuori delle riprese?

Ho guardato molto gli occhi dei bambini, volevo proprio che mi trasmettessero qualcosa attraverso il loro sguardo. Gabriele mi è sembrato che avesse uno sguardo molto più maturo della sua età, più vissuto di quello di un bambino di nove anni.
P
oi, nonostante la sua giovane età, Gabriele era pronto per recitare, perché molto curioso, molto attento, recepiva ed elaborava al volo le indicazioni che gli davo.

Nonostante una scelta molto ampia, diciamo di circa 300 bambini, alla fine sono rimasti in 4 perché erano loro quelli che mi sembravano più adatti, ma volevo solo essere veramente sicuro della mia scelta. Io già sapevo che Gabriele e Daria erano la scelta giusta. Sono cose che senti dentro, non c’è una spiegazione logica, sono cose che senti con l’istinto soprattutto, nella scelta di un attore.

Nel corto Giovanni si traveste da Moschettiere per affrontare il Guercio, la minaccia che percepisce che incombe sulla sua famiglia, e il libro di Alexandre Dumas diventa di fondamentale importanza per lui. In altre parole, la gravità della sua realtà viene processata attraverso la sua storia preferita. Quanto pensi che sia importante il ruolo dell’intrattenimento e della cultura, nel rapportarsi con il proprio contesto?

Per me la cultura è fondamentale per la crescita personale. Considero l’intrattenimento un po’ più fine a sé stesso. Non che non sia importante, è importante lo svago, staccare la spina ogni tanto, ma la cultura, la crescita personale invece penso che siano cose fondamentali nella vita di un individuo. Restando sul tema dell’Anti-Mafia, mi piace citare una frase di un poeta contemporaneo siciliano, Gesualdo Bufalino, che diceva che “la mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari”.

Per me la cultura è questo, anche se il cambiamento non è immediato ma richiede il passaggio di generazioni. Tuttavia è essenziale in una società che desidera migliorarsi.
Anche nei racconti di Maria e Anna Falcone, è venuto fuori Giovanni come un bambino molto curioso e con una fervida immaginazione, leggeva tantissimo e creava mondi immaginari.

Il cortometraggio è stato prodotto col supporto non solo di Rai Cinema e dell’Apulia Film Commission, ma anche quello della Fondazione Falcone. Doversi confrontare con la famiglia del magistrato ti ha messo sotto pressione durante la produzione? Qual è stata la reazione di Maria Falcone, la quale è a sua volta presente nel film?

Raccontare una storia vera crea molte pressioni, specialmente quando è una storia vera di persone ancora esistenti. Cioè, io ho messo sullo schermo un personaggio ancora esistente, di Maria Falcone, e ciò mi ha messo molta responsabilità e pressione. Poi Maria è un’ ex insegnante e, come molti insegnanti, può essere molto severa, quindi pretendeva, giustamente, che la storia fosse il più possibile vicina alla realtà. Per me è stato importante soprattutto piacere in primis alla famiglia Falcone, perché alla fine è anche per loro che ho fatto questo lavoro.

Quando Maria Falcone ha visto il cortometraggio, alla prima a Roma, io non guardavo il film, guardavo lei. Guardavo lei perché per me era importante cogliere le sue reazioni alle immagini, e quando l’ho vista sorridere e commuoversi ho capito che il lavoro svolto era vicino alla realtà. Poi lei ha detto una frase molto bella, che negli occhi di Gabriele ha visto la luce di suo fratello, che è una cosa che mi ha veramente emozionato.

Che poi l’hai detto tu stesso in questa intervista, parlando del processo di casting, quindi avete visto la stessa cosa.

Si infatti, questa cosa mi ha emozionato anche per questo motivo, ho trovato un fil rouge che ha unito sia me, nella scelta di Giovanni, sia Maria nelle sue parole. Non era una cosa che avevo visto solo io, era un’intuizione che ha funzionato.

Oltre che come regista, sceneggiatore e montatore, lavori spesso e volentieri come docente presso diverse scuole e associazioni. Quanto è importante per te aiutare altri appassionati di cinema ad approcciarsi all’arte? L’esperienza come formatore ti ha aiutato nel lavorare con dei giovani attori per U Muschìttieri?

A me piace molto insegnare. Le parole ‘maestro’ e ‘insegnamento’ mi fanno molta paura, perché chi insegna ha enormi responsabilità perché forma, appassiona, nutre gli altri. E’ una cosa molto importante che cerco di fare nel mio piccolo: cerco di trasmettere la mia passione, di condividere con gli altri le conoscenze che ho maturato nel corso della mia breve carriera. Sento che il mio contributo possa essere importante in un momento iniziale per far conoscere meglio il cinema a chi il cinema l’ha visto, fino al giorno prima, solo come spettatore. Io poi consiglio sempre di proseguire su quella strada e fare le proprie scelte e il proprio percorso, però penso che sia fondamentale all’inizio anche semplicemente essere compresi, essere capiti e spronati a coltivare le proprie passioni. Anche perché da noi c’è sempre la concretezza del dover fare qualcosa di utile. In un mio film, tempo fa, inserii una battuta che un po’ ha segnato tutta la mia carriera artistica:

Mi capita spesso di incontrare persone che mi chiedono “che lavoro fai?” .
E quando rispondo “il regista”, mi chiedono: “si, ma che lavoro fai?”

Credo che questa domanda se la sia sentita rivolgere chiunque faccia questo mestiere. E poi lavorare come formatore mi aiuta a sensibilizzare la mia capacità di rapportarmi agli altri. Confrontarmi quotidianamente con dei ragazzi che vogliono fare questo mestiere mi porta a capire meglio gli altri, ed è inevitabile che poi questa cosa rientri nel mio lavoro. Per poter dirigere un attore devi capire quello che prova un attore e confrontarsi con dei giovani aspiranti attori, capire le loro sensazioni, i loro sentimenti ti fa capire come ragiona, come pensa un attore. Perché chiaramente parliamo di materiale vivo, non di numeri o nomi vuoti su di uno script.

Puoi darci qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri? 

Progetti ne ho tanti perché sono uno a cui piace lavorare su più fronti.
Sto lavorando al progetto di un cortometraggio ambientato a Taranto, che è una città che mi piace molto e che vorrei portare sul grande schermo. Dovrebbe essere il mio prossimo lavoro. Il lungometraggio è un obiettivo a lunga scadenza, ho delle idee ma nessuna ancora che mi prenda al punto da intraprendere un percorso così lungo e complicato. Kubrick diceva che girare un film è come scrivere Guerra e Pace sulle macchine da scontro.

Mi è stato chiesto di sviluppare un lungometraggio da questo mio ultimo corto [U Muschìttieri], ma non ci credo, andrei contro quello che io penso di questo cortometraggio. L’ho fatto pensando di raccontare la storia di un bambino come tanti altri; Giovanni ha avuto un’infanzia normalissima, non è Marcellino Pane e Vino. Dovrei finite con lo sconfinare sulla vita del Falcone magistrato e non voglio commettere l’errore di fare l’ennesimo film sulla mafia. Non mi intriga, almeno per il momento.

Grazie mille per il tempo che ci hai concesso.

Grazie a te per la possibilità che mi hai dato di potermi raccontare un po’.

Leggi anche: Il Sottosuolo Italiano – C’è così tanta Bellezza in quest’Italia, cerchiamola.

Enrico Sciacovelli

Un altro di quei tipi che parla troppo di film e vorrebbe essere pagato per farlo, anzichè lamentarsi dell'ultimo Transformers senza successo.

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