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True Detective 3 – L’inesorabile scorrere del tempo

true detective

Woodard
– Allora perchè timbrare il cartellino? Perchè ha una giacca? Perchè? –

Hays
– Io non mi faccio domande del genere. Forse perchè sono un vigliacco –

” Si è mai trovato in un posto che non sa lasciare e in cui non sa restare, allo stesso tempo?”

E’ forse una delle battute più emblematiche della terza stagione di True Detective. Direttamente dalla bocca di Woodard, uno dei personaggi secondari che sembrano dare quell’ombra di mistero e inquietudine al terzo capitolo di Pizzolatto. E’ un’inquietudine che sembra pervadere tutti, dal protagonista Wayne Hays (ex detective reduce del Vietnam) ai due personaggi secondari più importanti, la moglie Amelia e il partner di lavoro Roland West, fino alla signora che, interrogata sul perché non se ne sia andata da quel piccolo sobborgo degradato, risponde: “Qualcuno deve pur rimanere”. Come se la quotidianità e il passare del tempo in cui questa si materializza nelle nostre vite, sia impossibile da lasciare, ma allo stesso tempo indispensabile per esistere.

Ma il mistero in fondo a True Detective 3 in un certo senso è privo di fascino, perché alla fine, una volta scoperto, risulta essere insoddisfacente per tutti. Compreso lo spettatore, e questo un po’ pesa sulla qualità generale della storia, comunque di alto livello.

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Il tema centrale della stagione è lo scorrere inesorabile del tempo. Il tempo, che ci richiama alla prima stagione “il tempo è un cerchio piatto“, non è visto come una linea dritta e che scorre verso un’unica direzione, ma piuttosto una composizione universale sferica che abbraccia ogni cosa, ed è destinato a ripetersi.

E nella terza stagione questo è evidente in molti modi. La stessa tripartizione temporale che si alterna nel racconto (Mahershala Ali che interpreta lo stesso personaggio da giovane, adulto e vecchio) vede il protagonista come incapace di staccarsi dalla tragedia che ha colpito i due bambini, uno morto e l’altra scomparsa, e che lui deve risolvere, senza mai riuscirci.

E quando invece, alla fine, ci riesce, il senso di appagamento e risolutezza è pressoché inesistente e vacuo. E Wayne Hays, in ultima analisi, si trova addirittura, a causa dei suoi vuoti di memoria, a dimenticarsi di quale sia la conclusione delle loro decennali indagini (insieme al partner Roland West). O almeno è quello che Pizzolatto sembra farci credere, lasciandoci però nel dubbio, quando per un’ultima volta Hays guarda la figlia della bambina scomparsa, ora madre, portargli un bicchiere d’acqua, e noi riusciamo a vedere un’ombra di lucidità nei suoi occhi. Che forse, dopo tutte quelle peripezie, non sia andato tutto perso? Che abbia riconosciuto la bambina scomparsa decenni prima nella madre della bimba di fronte a lui?

Ed è lo stesso dubbio che si insinua dentro di noi quando il figlio di Hays si mette in tasca il biglietto dell’indirizzo della donna, scritto dal padre: alla storia in sé per sé questo espediente non serve a nulla, non ci sarà un seguito alla storia, ma serve piuttosto a darci una ulteriore prova che probabilmente non è andato tutto perso nel vuoto del tempo. Il figlio di Hays, a sua volta detective, un giorno magari userà quel foglietto per scoprire davvero cosa è successo.

O forse no: ironia della sorte, questo porta lo spettatore a immaginare anche che quella tragedia, quel caso di bambini scomparsi che ha ossessionato un po’ tutti i personaggi, non finirà nemmeno con la morte di Hays. Il fatto che il mistero sia stato svelato, ma che ancora si debba indagare, è l’emblema di una gran parte del significato della trilogia: tutto si ripeterà ancora e ancora all’infinito, di generazione in generazione, per sempre.

E’  il perpetuo ripetersi degli stessi errori e degli stessi traumi per i singoli individui in quanto tali, ma anche per la specie umana nel suo complesso.

E Hays, risolto questo mistero, da cui non era riuscito a staccarsi pur volendolo (ne è una prova il fatto che ne parli con la altrettanto tormentata moglie Amelia, ricordando come il caso abbia condizionato profondamente le loro vite), alla fine di tutto, si ritrova ancora in mezzo alla giungla del Vietnam, come se non ne fosse mai veramente uscito, e non avesse mai superato il trauma della guerra.

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I rimandi alle precedenti stagioni e allo stile proprio di Pizzolatto non sono finiti qui però: anche qui sembrano proprio l’amore e i rapporti umani profondi e autentici a poter essere l’unica bussola con la quale guidare i propri comportamenti e con la quale dare un senso, o almeno provare a farlo, alla vita.

E’ proprio questo che il creatore della serie ci vuole suggerire dando un ruolo così importante ad un personaggio del tutto secondario (e quasi invisibile) come quello del ragazzino che piange la scomparsa della compagna di scuola Julie. E’ infatti proprio lui a salvarla. Dopo anni, da adulti, dopo tutta la tristezza e la malinconia per lui che l’aveva persa, e dopo una vita di abusi psicologici e isolamento fisico per lei, i due si incontrano casualmente e si riconoscono, riuscendo a dare uno scopo e un fondamento l’uno all’altra.

Il senso sembra essere lo stesso che cerca Wayne Hays per tutta la vita, senza riuscire mai veramente a trovarlo, se non rendersi conto dopo aver perso la moglie, di averlo appena perso, perchè lei era la parte più importante della sua vita. E continua ad esserlo anche dopo la morte. E’ infatti proprio lei a ossessionarlo nei suoi sogni e nelle sue “lucide allucinazioni” e ad apparigli continuando ad essere una presenza ingombrante e scomoda, ma allo stesso tempo indispensabile.

E tuttavia anche Wayne “Purple” Hays riesce a trovare un senso e una linea continua da seguire nel corso della sua esistenza, non tanto, o non solo, nella sua compagna, ma soprattutto nell’amicizia col partner Roland West. Vi ricorda qualcosa? A me ricorda molto la prima stagione, il rapporto, se pur contrastato e combattuto, fra Rust Cohle e Marty Hart, che riconosce per sua stessa ammissione in prima persona di aver perso l’occasione di smettere di pensare continuamente al senso della vita, perdendo l’unitarietà della sua famiglia.

E questo è davvero uno dei fondamenti della filosofia di True Detective: la costante ricerca di una motivazione che dia un senso al crudele ed enorme vuoto spazio temporale del mondo, senza mai trovarla, se non dopo averla persa. E anche la terza stagione in questo è davvero centrata.

Questo bisogno di ricerca esistenziale, simile in tutte e tre le stagioni, deriva proprio dalla causa dell’universo in cui si trovano tutti i personaggi: il tempo. Che scorre inesorabile per tutti, mentre tutti cercano di coniugare questo eterno cambiamento che finirà con la morte, attraverso la quotidianità e la ripetizione. E l’ironia sta nel fatto che sia proprio il tempo stesso a creare una ripetizione infinita cambiando ogni cosa. Mahershala Ali interpreta lo stesso personaggio che cambia fisicamente e mentalmente, ma rimane attaccato sempre alle stesse medesime cose. Traumatizzato, o comunque condizionato da esse.

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La trama di True Detective 3 purtroppo però non è integrata perfettamente, ma sembra essere solo funzionale a mostrarci l’essenza di questa filosofia e immergerci nella riflessione sullo scorrere del tempo e della vita.

Come accennato, l’insoddisfazione del protagonista si riflette anche sullo spettatore, e la chiusura della storia non è completa, né perfettamente bilanciata con tutti i personaggi e gli eventi della trama, come lo era stata ad esempio la prima stagione.

Ma se volete un giudizio sintetico sulla terza stagione di True Detective, non può che essere comunque molto positivo. Quando è finita, ho pensato “Ok, non è un capolavoro, ma non è niente male, nonostante i suoi difetti”. Era già, in 8 puntate, entrata a far parte della mia quotidianità, aiutandomi per la terza volta a riflettere, e spingendomi ad interrogarmi su cosa sia importante nella vita.

E sapete che c’è? True Detective mi mancherà da morire.

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