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Lars von Trier: Trilogia USA – Terra delle Opportunità

RETROSPETTIVE D'AUTORE: LA FOLLE SOFFERENZA DI LARS VON TRIER -

QUI TROVI L'INTRODUZIONE ALLA RUBRICA: https://www.artesettima.it/2019/03/10/lars-von-trier-artista-estremo-di-follia-e-sofferenza/

 

Lars von Trier, autore tanto discusso, ci regala spesso dei capolavori, non solo a livello estetico, ma prettamente stimolanti per il cervello. Nei suoi lavori, l’uso della trilogia è ricorrente come strumento per mettere in relazione storie idealmente affini tra loro.

Nella sua trilogia “USA – Terra delle opportunità” lo spettatore non può che rimanere ad interrogarsi sul mondo esterno, su ciò che ci circonda, da ciò che davvero è la natura umana. L’uomo: tanto forte quanto corruttibile al tempo stesso, corrotto dalle sue stesse emozioni che prendono il sopravvento dominando sulla razionalità.

La trilogia è rimasta a lungo incompiuta e forse lo è ancora. Nel 2003 si apre questo trittico con Dogville, al quale segue Manderlay nel 2005. A seguire, nel 2007 sarebbe dovuto uscire Washington a concludere la trilogia, film mai stato girato. Nel 2018 esce l’oggi tanto discusso La casa di Jack, avente una notevole affinità tematica con Dogville e Manderlay, motivo per il quale si sospetta che possa essere finalmente la conclusione, il tanto ambito terzo film.

Sebbene non si sia mai recato di persona nella presunta terra delle speranze a causa delle sue fobie, Lars von Trier è in grado di stilare una perfetta analisi degli Stati Uniti degli anni trenta.

Il contesto della trilogia è il post crisi economica del 1929. L’America sta faticosamente cercando di ripartire, tentando di riacquistare una condizione di equilibrio. Lars ce la mostra sia attraverso la povertà della scenografia nei primi due film, sia nel comportamento dei personaggi. La nazione sta faticosamente cercando di ripartire, mentre al contrario nelle grandi città lo strapotere della criminalità organizzata si fa sempre più forte. Il pubblico non può far altro che assistere passivamente al macabro e assurdo sviluppo di questa nuova società.

I primi due  capitoli sono girati con un approccio minimalista, ambientati su un palco spoglio con elementi scenografici quasi del tutto assenti. I vari edifici sono delimitati da linee di gesso con una dicitura all’interno, sempre in gesso, a identificare la struttura. All’interno degli spazi è possibile trovare alcuni elementi scenografici, per lo più arredamenti spogli, a caratterizzare i vari ambienti. C’è una continuità scenografica e stilistica, continuità ritrovata anche sia nei personaggi, con Grace, la protagonista, un’idealista che non trova conforto in un mondo sulla soglia della ripresa economica ma senza speranze a livello umano; sia nel tempo, in quanto Manderlay  inizia ripartendo dall’addio a Dogville.

Il regista ci interroga, con i suoi soliti accenti provocatori, sulle strategie del potere e dell’aggregazione sociale. A questo reagiscono i protagonisti, i cui sani principi vengono demoliti dal succedersi degli eventi fino a costringerli ad abbandonare la strada della moralità. Questo è l’aspetto che collega anche La casa di Jack, in cui la differenza sostanziale con i precedenti due film è data dalla scenografia, questa volta abbastanza ricca di elementi, ma soprattutto, per la prima volta, il protagonista è di genere maschile.

Per la prima volta, il regista, mostra un uomo che può essere fragile. Fragilità che si riversa ovviamente in una follia che lo porta a compiere gesti ed azioni delle quali egli stesso non era a conoscenza di poter compiere. La reazione alle provocazioni: tema che accomuna tutti e tre i film.

Dogville

Nicole Kidman è padrona dello schermo interpretando una giovane indifesa in fuga da un passato misterioso che, pensando di nascondersi in una cittadina tranquilla (Dogville appunto), va incontro ad un destino amarissimo: gli abitanti si approfitteranno della sua gratitudine e la renderanno a poco a poco una schiava.

Una cittadina dove l’immorale regista, nel contesto sopraccitato, intreccia in un labirinto passioni represse, voglie mai sfogate, ipocrisie, odiosità e umiliazioni. La falsità della gente è destinata a sfociare nella società moderna dei nostri tempi, atroce ma allo stesso tempo magnifica parabola sui rapporti sociali.

Von Trier non solo mette a dura prova l’idealismo e i valori etici della protagonista, ma svela anche l’ipocrisia di un genere animale, quello umano, che ha radici inestirpabili. Gli abitanti della cittadina di Dogville, infatti, si presentano e si vantano di essere misericordiosi salvatori, degni di lode e riconoscenza addirittura, ma dietro al loro finto perbenismo si nasconde un feroce desiderio di sopraffazione: Grace, per sdebitarsi della protezione della città, si offre volontaria per svolgere una serie di lavoretti per ciascun membro della comunità, la quale tuttavia inizierà a sfruttarla violentemente fino a giungere allo stupro, all’umiliazione e al sequestro.

“Credo solo che questo paese abbia dimenticato tante cose”

Frase chiave del film, Dogville rappresenta l’America che si è scordata di molti valori. Dominano invece l’ipocrisia, la vanità, l’orgoglio, la lussuria, lo sfruttamento e l’omertà. Qui von Trier sconcerta tutti. Il film prende una piega inaspettata, talmente macabra che ci fa vergognare di appartenere al genere umano.

Manderlay

In questo secondo capitolo, ci viene mostrato il tentativo fallimentare degli Stati Uniti di esportare la democrazia con la forza. Tutto ciò vivendo ancora nei panni di Grace che, dopo essere scappata dalla cittadina di Dogville, si ferma in Alabama, a Manderlay, dove la schiavitù regna sovrana.

Ci viene mostrato ancora una volta come le sue idee vengono intese solo apparentemente, per poi tornare ad essere perseguitata a causa del suo idealismo e obbligata ad accettare ancora una volta il fallimento dei suoi buoni propositi e a fuggire.

Ed è proprio questo l’aspetto che viene messo in luce, infatti, inizialmente, vediamo Grace che si trova nei pressi di una piantagione di cotone in cui ancora è in vigore lo sfruttamento delle persone di colore. Mam, padrona della tenuta, muore. A questo punto i suoi schiavi sono allo sbando e per aiutarli la giovane decide di rimanere. Il primo obiettivo è quello di costituire una democrazia per rendere davvero liberi uomini e le donne dalla servitù. Ma liberi, loro, non lo sono mai stati. E nessun tentativo di Grace sarà in grado di dare un senso alla loro esistenza.

Mam aveva infatti creato un sistema che inquadrava ciascun nero in una particolare tipologia: al di fuori di questo ristretto schema, nessuno di loro era in grado di formarsi una propria personalità e prendere decisioni. In altre parole: nessun libero arbitrio. Solo obbedienza e oppressione.

Ciò che si nota in un secondo momento però, è che il sistema di schiavitù, per quanto basato sulla sopraffazione, era comunque un modo per garantire pace e sicurezza all’interno della comunità. Messo fine a questa struttura, nessuno è capace di sopravvivere di fronte a un mondo esterno crudele, che non è di certo disposto ad aiutare i più bisognosi. Almeno da mangiare c’era, con Mam. E ora? E ora, dal momento che non si è più obbligati, nessuno pensa alle piantagioni che un tempo garantivano la sopravvivenza.

Una visione cupa e disincantata, che non lascia speranze per una visione positiva della realtà. Manderlay è un film costituito da domande e risposte a cui ognuno può sentirsi chiamato. Alla fine, la schiavitù non era forse la chiave vincente? L’uomo è davvero così inetto da non riuscire a sopravvivere se non in un sistema governato da dominatori e dominati? Chiunque voglia provare a cambiare questo sistema, deve prima o poi sottostare a queste leggi stesse? L’importante è non smettere di interrogarsi. Soprattutto davanti a un film di Lars Von Trier.

Un attacco al perbenismo americano , al puritanesimo e all’ipocrisia, in un set teatrale antirealista.

La casa di Jack

In questo ultimo capitolo, vediamo un’America contemporanea. La società dopo Manderlay è andata avanti, ma in che modo? Non c’è la schiavitù, ma c’è comunque un sistema di vincitori e vinti. Di nuovo la storia di un personaggio, che crede nei suoi ideali e si trova ad affrontare i propri demoni in seguito alle provocazioni di quella che è diventata oggi la società.

L’emento principale è l’accumulo,  in sottofondo c’è l’ossessività, come quella che porta a contare di continuo le cose, il disturbo ossessivo compulsivo che porta al perfezionismo maniacale, quello di Jack che vuole costruire una casa perfetta che non può essere altro che fatta dei morti.

Un’ossessività che ha l’apoteosi nel delitto finale, il perfezionismo che lo porta a superare finalmente la porta simbolica che però lo conduce solo a Verge, alla sua coscienza. E la sua coscienza interviene dal momento in cui il regista ci mette di fronte alla causa del disturbo di Jack. “Il primo incidente”, così viene definito. Una donna esigente e provocatoria porta all’esasperazione il protagonista, che scopre quindi un lato di sé che ci fa venire i brividi. Di nuovo, viene messa a nudo la fragilità dell’essere umano.

Jack/ Grace

I protagonisti di questa trilogia sono affini: idealisti costretti a cambiare di riflesso al mondo che si è evoluto. Ma si può parlare davvero di evoluzione?

Riflessioni che dovrebbero essere esempio per la costruzione di una società più consapevole. Riflessioni  per la correzione di quelle derive che troppo spesso compromettono la nostra esistenza, al di là della bontà iniziale delle intuizioni che le hanno generate. La redenzione di cui l’America di oggi sembra aver bisogno.

Signori e signore, Lars von Trier!

Leggi anche: “Le vicende di The House That Jack Built: Von Trier alla ribalta”

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