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True Detective – Rust Cohle e Wayne Hays tra Coscienza, Ragione e Memoria

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Affascinante che le ultime battute della stagione madre di True Detective ci regalino, anacronisticamente, una metafora dello sviluppo del terzo capitolo della serie, anch’essa ideata da Nic Pizzolatto. Uno sviluppo che non deve essere inteso come narrativo, ma piuttosto come sovrastruttura della storia stessa.

Lo scontro più antico del mondo, quello fra Bene e Male che, in un senso tutto cosmologico, può essere ricondotto all’oscurità dell’universo scalfita dal crescente bagliore delle stelle.

Credo che ti sbagli…sul cielo stellato. […] Una volta c’era solo l’oscurità. Se me lo chiedessi, ti direi che la luce sta vincendo”.

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La scena finale della prima stagione di True Detective

Già dalla prima puntata di questa terza stagione ci si accorge dell’importanza che la memoria – quella del protagonista, il detective Wayne Hays (Mahershala Ali) – avrebbe avuto nello svolgimento dell’intera trama. Una storia che si apre su tre finestre temporali, lungo la risoluzione di un unico caso, più volte chiuso e riaperto.

La memoria di un ormai anziano Hays è logorata da una forma di demenza senile non meglio specificata. Nel suo cervello le sinapsi che collegano le cellule del tessuto nervoso, i neuroni, non sono più in grado di garantire quegli impulsi elettrici necessari alla totalità dei processi cognitivi, memoria compresa.

Una bellissima metafora dell’oscurità che avanza nella mente del nostro protagonista, ormai sempre meno illuminata dallo scintillio delle congiunzioni sinaptiche e dalla propria lucidità. Quella che era stata una brillante mente è destinata al buio di un oblio in cui la più accesa luce viene ridotta al barlume più flebile.

La luce ha vinto la propria battaglia anche stavolta, ma la sua mente è ormai un enorme buco nero che quella luce la assorbe completamente. Il che rende lo spettatore attonito di fronte ad un finale mutilato della coscienza di Wayne Hays, perché si fa pesante l’insoddisfazione che, immedesimandosi nel detective, si respira nell’aria rarefatta di un caso risolto e, contemporaneamente, non risolto. Un po’ come il gatto di Schrödinger, dove a fare da “prigione” al caso non è una scatola di acciaio, bensì la memoria del detective Hays.

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Il protagonista della terza stagione di True Detective nei tre livelli temporali

Vi è un filo invisibile che collega il pensiero di Rustin “Rust” Cohle (Matthew McConaughey), protagonista della prima stagione – figlio di alcune delle più brillanti menti dell’umanità, da Nietzsche a Cioran, da Schopenhauer a Leopardi – alle vicissitudini di Wayne “Purple” Hays. Quello stesso filo che lega indissolubilmente la coscienza alla memoria.

Io penso che la coscienza umana sia stato un tragico errore dell’evoluzione. Siamo diventati troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un proprio aspetto che è diventato indipendente da essa. Siamo creature che non dovrebbero esistere, secondo la legge naturale”.

In uno dei migliori dialoghi della prima stagione, Rust parla della coscienza umana come di un difetto della Natura, ma tra le righe si legge la sofferenza di chi, in seguito alla morte della moglie e della figlia, quel dolore non è in grado di superarlo. Un dolore che pervade pienamente la sua coscienza e interamente la sua esistenza.

Evidente dunque il legame con il problema alla memoria del vecchio Wayne, in quanto funzione psichica essenziale alla formazione e allo sviluppo della coscienza del proprio sé. La coscienza intesa come fascio di esperienze esterne e atteggiamenti interiori, tenuto insieme dalla memoria e determinante nell’evoluzione della persona, un’evoluzione fatta di scelte, obiettivi, emozioni e condotte di comportamento.

Noi siamo, dopotutto, la somma delle nostre esperienze, e l’esperienza comprende non soltanto ciò che facciamo concretamente, ma anche ciò che privatamente immaginiamo”.

Quella di Philip Roth non è la definizione di coscienza più accademica – e nemmeno si presenta come tale – ma senz’altro è quella che più rende l’idea di come questa sia l’elemento che permettere all’essere umano di tendere verso ogni luogo – in senso lato – all’interno e all’esterno della propria psiche.

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Quello che forse sfugge a Rust – o magari dal quale sfugge – è che la coscienza è “ontologicamente” prioritaria alla ragione, guida dogmatica nelle sue argomentazioni, perché la facoltà di processare informazioni, di argomentare, di comprendere, in una parola, di pensare, è subordinata alla capacità di riflettere su se stessi, sul proprio modo di darsi al mondo.

Eppure la ragione è il bene più prezioso dell’uomo, l’unico in grado di discernere il vero dal falso.

È una presenza quasi ingombrante nel suo pensiero, che puntualmente traduce in argomentazioni stringenti nelle quali si può riassaporare una familiare criticità verso non tanto la fede, quanto la religione. Quella criticità la cui forza dirompente è stata incanalata da pensatori come Friedrich Nietzsche e Ludwig Feuerbach e il cui fine – paradossalmente – non è la critica in sé ma il risveglio del senso critico delle persone, il risveglio delle coscienze.

L’esistenza della natura non si fonda, come si illude il teismo, sull’esistenza di Dio − nemmeno per sogno, è proprio il contrario: l’esistenza di Dio, o piuttosto la fede nella sua esistenza, ha il suo unico fondamento nell’esistenza della natura”. – Feuerbach

Come? L’uomo è soltanto un errore di Dio? O forse è Dio soltanto un errore dell’uomo?” – Nietzsche

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Una rara finezza quella che trasla il binomio ragione-coscienza, tema chiave della prima stagione e determinante nell’evoluzione dei personaggi ma indipendente dallo svolgimento narrativo, sul piano di una sostanzialità rivelatrice nella terza stagione, non solo punto di raccordo delle finestre temporali, ma fondamenta della struttura narrativa stessa. La memoria dell’ormai anziano detective Hays è ciò che tiene unita una storia in cui ragione e coscienza non sono “effetti collaterali” di questa, ma elementi che agiscono in funzione del suo svolgimento.

Sostanzialmente, sia quella di Rust che quella di Wayne è la riflessione filosofica madre di tutte le altre, quella che trova il punto di partenza nella ricerca del proprio posto nel mondo e si aggancia a qualsiasi fine possa fornire l’illusione di averlo trovato. Nel caso dei due detective è un’indagine al quale dedicano buona parte della loro vita e ogni loro energia. Un caso al quale si aggrappano perché è più facile intravedere un obiettivo tangibile piuttosto che continuare una ricerca senza la certezza di trovare quello scopo. Senza neanche la certezza di saperlo riconoscere.

True Detective non è solo la storia di un’indagine e non racconta solamente dell’evoluzione psicologica dei personaggi e dei loro rapporti interpersonali parallela a quel caso.

True Detective è uno spunto per riflettere su ciò che siamo e su chi vogliamo essere.

Il vero detective è quello che pone le giuste domande, si sente dire. Ma se prima non si conosce noi stessi, non possiamo aspettarci di conoscere gli altri, nemmeno con le giuste domande.

Il vero detective, dunque, è quello che si pone le giuste domande. È quello che conosce se stesso.

 

Leggi anche: True Detective – La Luce sta vincendo, Forse.

Edoardo Wasescha

- Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere - Aspirante giornalista - Nerd da prima che diventasse una moda

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