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La Poetica della Violenza nel Cinema orientale

Oldboy

Il Cinema orientale ha spesso trasposto sul grande schermo storie potenti e travolgenti, riguardanti temi importanti e profondi. Uno di questi è proprio la violenza: essa è una tematica difficile da trattare nella Settima Arte, in quanto il rischio di sfociare nel ridicolo o nel gratuito è alto, ma dei grandi Autori sono riusciti a dare vita a dei veri capolavori valorizzando il potenziale che tale tematica possiede.

Vendetta
Audition (1999)

Necessario fare una distinzione: esistono tipi differenti di film in cui la violenza è centrale; essa può infatti essere psicologica o rappresentata esplicitamente sullo schermo, ovvero esistono sia la violenza dell’anima, che quella della mente, che quella del corpo.

Il capolavoro “Audition”(1999) di Takashi Miike tratta il tema della violenza in maniera geniale, perché costruendo un ibrido tra dramma romantico e horror psicologico è in grado di unire la violenza dell’animo a quella del corpo: la prima parte dell’opera è una meravigliosa seduta psicoanalitica riguardante la solitudine, vista come un demone indistruttibile e che non permette agli uomini di vivere in maniera serena. Essa si combatte solo con le relazioni umane e in particolare con l’amore, l’arma più forte di tutte, la quale però porta alla violenza.

L’Oriente, il Cinema, la Poesia e la Violenza dell’animo – La Trilogia della Vendetta

Il sentimento tra i due protagonisti diventa talmente intenso da sfociare nella tortura fisica, come mostra la straordinaria scena nel finale, diventata ormai celebre specialmente per via del personaggio femminile, la bellissima Asami, una delle donne più affascinanti e folli mai viste in un lungometraggio cinematografico. I due personaggi si amano intensamente ed è come se la tortura rappresentasse l’orgasmo, il punto di massimo piacere, durante un rapporto sessuale. E il film è un vero manifesto femminista, perché Miike rappresenta la donna come forte e determinata, impossibile da manipolare e trarre in inganno perché astuta e intelligente anche più dell’uomo.

In un altro capolavoro moderno, “Old Boy” (2003) del sud coreano Park Chan Wook, la violenza è conseguenza di una vendetta sanguinosa e premeditata. Il protagonista è stato vittima di una reclusione terribile e insensata e pretende di riprendersi la sua vita vendicandosi degli aguzzini. Abbiamo quindi la violenza brutale che il protagonista subisce; in seconda battuta nasce il desiderio violento di vendetta nell’animo e nella mente del protagonista, sia come riflesso animalesco e istintivo visto il periodo di prigionia passato, sia come un piano studiato fin nei minimi dettagli per riprendere la propria dignità rubata; per terzo abbiamo la concretizzazione del secondo punto, quindi la vendetta vera e propria del protagonista verso i rapitori, che sfocerà in un bagno di sangue.

Vendetta
Old-Boy (2003)

Il regista suggerisce quindi che la violenza richiama violenza, come in un circolo vizioso infinito che non si può spezzare. L’uomo cova nel suo animo una voglia di sangue che non può essere fermata e il film la mette in scena quando esplode, mai in maniera esagerata, ma sempre ben calibrata e d’effetto, grazie alla straordinaria classe della regia di Park Chan Wook.

I Saw The Devil” di Kim Jee-woon è un thriller sud coreano del 2010 e narra le vicende di uno spietato serial killer e della ricerca dello stesso da parte di uomo, la cui ragazza è stata uccisa dal sadico maniaco. In questo caso, la violenza nasce dal desiderio di vendetta per la perdita di una persona cara a causa di un terzo. L’omicidio della fidanzata costituisce uno shock per il protagonista, che farà di tutto per trovarne l’assassino e giustiziarlo. Anche in questo film il protagonista non può fermare la propria natura e la vendetta deriva dalla violenza, subita qui non in prima persona ma da un individuo importante per il personaggio.

Vendetta
I Saw the Devil (2010)

I due protagonisti giocano al gatto e al topo, uno insegue l’altro, e il ruolo dell’assassino si inverte: il buono diventa infatti il carnefice, che accecato dalla rabbia per la perdita dell’amata non si rende conto di essersi trasformato in un assassino a sua volta. Il buono diventa quindi il cattivo al quale dava la caccia. Il regista riesce a rendere perfettamente il dramma dei personaggi e la mise en scene è impeccabilmente calibrata, rendendo al meglio sia le scene di violenza, sia quelle di tensione.

Il revenge movie asiatico ha una lunga storia alle spalle, a partire dal “Lady Snowblood” del 1973, diretto da Toshiya Fujita e modello di innumerevoli opere successive, come il bellissimo e celebre “Kill Bill” di Quentin Tarantino. Il Sol Levante ha dato alla luce molti prodotti di qualità che si possono racchiudere in questo genere e, se l’Occidente spesso sfocia in pellicole banali e muscolari, l’Oriente ha dalla sua una capacità di racconto e una potenza filmica più uniche che rare.

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